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Genio e bulloni: viaggio nell’universo travolgente di Fortunato Depero

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Immaginate un mondo in cui tutto si muove, si scompone, fa rumore e ride in faccia alla tradizione. Un mondo fatto di ingranaggi, tinte violentissime, giocattoli meccanici e pubblicità: elementi che viaggiano in un cosmo immaginario come astronavi impazzite. Quel cosmo ha un nome: Fortunato Depero.

Nato a Fondo nel 1892 e rovereto d’adozione, Depero non si è fermato alla pittura nel senso tradizionale del termine. È stato un vulcano inarrestabile, il genio che ha preso il Futurismo, nato come movimento d’élite e di polemica, e gli ha messo addosso un paio di scarpe da graphene, facendolo entrare nelle case, sui manifesti, sui libri imbullonati e persino sui panciotti della Torre Eiffel.

Dalle origini alla “Ricostruzione futurista dell’universo”

Dopo gli esordi romani a fianco di Giacomo Balla e Filippo Tommaso Marinetti, Depero capisce subito che l’arte non deve stare chiusa in una cornice dorata. Insieme a Balla firma nel 1915 il celebre manifesto Ricostruzione futurista dell’universo: l’obiettivo è totale, globale. L’arte deve invadere ogni cosa, ridisegnare la vita quotidiana, colorare le città, inventare giocattoli, vestiti, mobili e architetture.

In questo laboratorio mentale nascono i suoi celebri arazzi e le tarsie in stoffa colorata (i suoi famosi cuscini e pannelli). Depero prende il feltro e la stoffa e li trasforma in geometrie vibranti, in figure stilizzate e potentissime: animali meccanici, acrobati, maschere, ritmi urbani.

La réclame si fa arte: il matrimonio con la pubblicità

Se c’è un campo in cui Depero è stato un vero pioniere visionario, questo è il graphic design pubblicitario. Prima che il marketing diventasse una scienza fredda, lui aveva già capito tutto. Per Depero la pubblicità non era un compromesso mercantile, ma una forma d’arte pop ante litteram.

Fortunato Depero, Locandina di “Il Limone”, 1926, Rivista della Camera Agrumaria di Messina, 34 x 24 cm, Collezione privata

Chi non ricorda i suoi celebri lavori per Campari? Ha inventato un nuovo modo di comunicare con la celebre bottiglietta conica, i suoi omini geometrici e il Numero unico futurista Campari, una pietra miliare della poesia visiva. E che dire delle sue incursioni nel Sud, quando i limoni di Sicilia si trasformavano in robot metallici o in maschere cinesi per le copertine della rivista Citrus e della Camera Agrumaria di Messina? Depero sapeva prendere la natura più solare e trasformarla in un ingranaggio meccanico e gioioso.

Quel folle, magnifico viaggio a New York

Nel 1928, con la valigia piena di arazzi e un ottimismo inarrestabile, Depero sbarca a New York. La “Babelimmensa Meccanopoli”, come la chiamava lui, lo travolge. Vive il sogno americano tra successi morali strepitosi, copertine per riviste patinate come Vanity Fair e The New Yorker, e persino la scenografia per locali notturni. Ma New York, si sa, è una macchina mangiasoldi che divora l’anima e la borsa. Rientrerà in Italia nel 1930 con gli occhi pieni di grattacieli e la mente pronta a dipingere la sua celebre serie di quadri americani.

Fuori rotta: quando il futurismo incontra la Sicilia

E a proposito di geografie sorprendenti, la vita di Depero è costellata di cortocircuiti geografici formidabili, come il suo legame indissolubile con la Sicilia nato grazie all’amicizia fraterna con l’intellettuale messinese Guglielmo Jannelli.

Mentre il “montanaro futurista” sognava ingranaggi e automi, l’isola gli offriva una sfolgorante memoria di visione: ed ecco che i carretti colorati, le fiere di paese e gli asinelli festosi si riversavano nei suoi grandi arazzi (come gli undici metri quadri della Festa della sedia) e nelle sue tele più audaci come Ritmi di Sicilia. Tra un prestito d’emergenza chiesto all’amico perché Parigi minacciava di sequestrargli lo studio e cuscini venduti a Castroreale Bagni, Depero ha saputo innestare il suo ingegno meccanico nel calore del Mediterraneo.

Un’eredità senza freni

Depero ha continuato a inventare, fondare muse (la celebre Casa d’Arte Depero a Rovereto, la prima di un artista in Italia), scrivere libri imbullonati e progettare fino alla fine dei suoi giorni, avvenuta nel 1960.

Ci ha lasciato in eredità la certezza che l’arte debba essere leggera ma rigorosa, coloratissima ma geometrica, capace di far ridere, pensare e, soprattutto, di muoversi sempre un passo avanti al futuro.


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