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(Ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2021)


A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z

Le più importanti famiglie della nobiltà messinese divise per titolo, feudo, casale.


Alcontres

Principe, Marchese di Roccalumera, Duca di Saponara e di Furnari

Pietro La Rocca e Lanza, primo Marchese di Roccalumera onorato del titolo di Principe di Alcontres con privilegio di Filippo V il 20 marzo 1642 a Madrid

Aldisio

Marchese di Torreforte e Barone di Sabbuci

Salvatore, di Francesco, iscritto con sentenza Corte d’Appello di Palermo del 7 settembre 1885, confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 24 luglio 1888. Famiglia di Terranova di Sicilia, sin dalla seconda metà del XVII secolo.

Alliata

Principe di Valguarnera, Principe di Gravina, Signore di Ganci, Signore di Rosetti ed Erbebianche, Signore di Vicaretto, Signore di Artesinella, Canali e Mandra del Piano, Signore di Albavuso, Signore di Fiume di Mendola o Collotorto, Barone di Buzzetta e Marcato del Fegotto, Marchese di S. Lucia, Principe di Villafranca, Principe di Ucria, Principe di Montereale, Principe di Buccheri, Principe di Castrorao, Principe di Teecastagne, Duca di Salaparuta, Duca di Saponara, Barone di Mastra, Barone di Pedara, Barone di Consorto, Barone di Santa Domenica, Signore di Mirii, Signore di Gurafi Occidentale, Signore di Mangiavacca, Signore di Viagrande, Signore di onde 40 sopra i porti e le marine, Barone di Morbano, Signore di Ucria, Signore di Castrorao, Signore di Trecastagne, Signore di Villafranca, di Taya (già S. Adriano), di S. Anna e di Salaparuta, Signore di Castro Engii, Signore di Manchi, Signore di Caropipi (Valguarnera), Signore di Assoro, Barone di Vicaretto e Barone delle Sollazzi di Salomone.

Riconosciuti nel 1922 Gabriele, di Giuseppe, di Eduardo, e iscritti i figli Giuseppe-Francesco e Francesco.

Col titolo di Marchese riconosciuto nel 1903 Domenico, di Pasquale (e Cardillo Emanuela), di Domenico, e iscritti i figli Pasquale, Emanuela, Rosa, Caterina e Ida; i fratelli Laura e Filippo, e i figli di Filippo: Emanuela, Rosa, Filippo, Aloisio e Laura.

Riconosciuto nel 1903 Giovanni, di Giovanni, di Giovanni, col titolo di Nobile dei Principi di Villafranca (ME).

Riconosciuto nel 1906 Luigi, di Fabrizio, Rodrigo, Raniero, Marianna (in Chiaramonte Bordonaro) e Bianca col titolo di Nobile dei Principi di Villafranca.

Riconosciuto Fabrizio, di Pietro, di Fabrizio, con il figlio Pierluigi e la sorella Giulia, Duca di Pietratagliata, Barone di Camitrici, Barone di Misilxarari o Fontanasalsa.

Originari di Pisa, gli Alliata si trasferirono a Palermo nel XIV secolo. Dim. Palermo. Arma: d’oro, a tre pali di nero. Scudo accollato all’aquila bicipite spiegata di nero, sembrata, imbeccata e sormontata dalla corona imperiale d’oro. Dim. Messina. Arma: d’oro, a tre pali di nero.

Amato

Principi di Galati, Duchi di Caccamo, di S. Stefano di Briga

Di origini spagnole, si stanziarono a S. Angelo di Brolo, a Galati, Caccamo e Palermo.

Gli Amato potevano dirsi una delle famiglie più potenti della Sicilia monarchica, rivestendo una posizione al Parlamento siciliano e gestendo uno dei poteri pubblici più rilevanti: l’esercizio della giurisdizione civile e criminale. Il misto imperio, infatti, consisteva nell’esercizio della “bassa giustizia” (accertamento di illeciti, applicazione di sanzioni, composizione di conflitti, con la possibilità di comminare lievi sanzioni corporali e pecuniarie); il mero imperio, invece, era il potere più ampio di condannare a morte, all’esilio o alla relegazione i delinquenti. Ciò si traduceva nel pieno controllo del territorio, dal momento in cui al principe facevano capo sia le attività produttive sia la gestione della giustizia.

Arrivata in Sicilia al seguito del re Giacomo, la famiglia Amato rivestì diversi incarichi in diverse sedi (Corleone, Naro, Polizzi, Licata, Mazara), ma è dal ramo messinese che discende il principe di Galati e duca di Caccamo. L’ultimo discendente della famiglia, Giuseppe Amato Corvino, morto nel 1813 senza figli, aprirà la strada della successione legittima alla famiglia De Spuches quali eredi di Agata Amato. A Messina esercitarono il ruolo di uomini di legge, trasferitisi poi a Sant’Angelo di Brolo, dove possedevano una magnificente abitazione sormontata da una stemma del tutto uguale a quello che notiamo oggi sul portale del palazzo De Spuches di Galati Mamertino.

Nell’aprile del 1621 Ferdinando Lanza, barone di Ficarra e Galati, insieme al figlio Francesco, vendette, facultate tamen reddimendi, la terra e la baronia di Galati, con il suo castello e il titolo di barone, a Giovanni Battista Filone per 8.800 onze. Tuttavia, prima che scadesse l’anno, riuscì a trovare un nuovo acquirente nel barone di Cifiliana, Pietro Lo Squiglio, disposto a versare 34.000 scudi (corrispondenti a13.600 onze). La bassa offerta del Filone era legata a un credito che lo stesso vantava verso la famiglia Lanza, per questioni dotali, e fu lo stesso Lo Squiglio a saldare il debito. Furono poi i figli del Lo Squiglio a subire la stessa sorte di Ferdinando Lanza, dacché la madre Antonia, rimasta vedova di Giacomo, volle convolare a nuove nozze: i Lo Squiglio dovettero mettere in vendita le loro terre per pagarle la dote e fu il loro stesso avvocato, don Enrico Tortoreti, dietro minacce e malversazioni a loro dirette, il destinatario della baronia. Alla morte del Tortoreti, gli eredi Lo Squiglio tentarono di recuperare il feudo perduto, mentre gli eredi Tortoreti, resistendo ad oltranza a questo tentativo, sottoscrissero la loro rovina, visto che la baronia era subissata di debiti tali da minacciare anche i loro stessi possedimenti (come il feudo di San Bartolomeo). Intanto, allorquando i creditori presentarono richiesta di esecuzione davanti al tribunale della regia Gran Corte, furono informati che la baronia era stata liberata dai debiti dalla signora Caterina l’Algozira, che agiva per interposta persona. La lite fra i Lo Squiglio e i Tortoreti venne portata davanti al Concistoro, che decise di mettere il bene in vendita per sciogliere il nodo. Il viceré stesso s’interessò della vicenda e nominò deputato alla vendita un integerrimo giudice di Catania, tale Pietro Amico, allo scopo di trovare l’acquirente più idoneo alla baronia nebroidea. Alla vendita per deputazione si presentò Filippo Amato, che offrì 20.000 onze, un’offerta bassa perché in realtà l’Amato era già proprietario di Galati: l’Algozira era infatti la sua prestanome. Non solo, l’anno precedente Filippo aveva persino ottenuto dal re il titolo di principe (privilegio del 29 giugno 1644, esecutoriato a Messina il 27 settembre di quello stesso anno).

Filippo Amato è il personaggio forse più importante e interessante della casata: nel 1627 sposò Agata Buglio Gravina dei principi di Palagonia, nobile famiglia siciliana antica e potente. Quest’accorta politica matrimoniale (Agata era già al suo terzo matrimonio), gli consentì di acquisire una notevole dote e, al contempo, gli aprì le porte di Palermo, col suo carico di influenza politica e i feudi della moglie compresi fra la capitale e Monreale. Durante la sua dimora a Palermo, preferì affittare una casa piuttosto che acquistarla. Così abitò a lungo nei quartieri della Kalsa in case di proprietà della famiglia Alliata. Fu poi il discendente Giuseppe Amato De Spuches ad acquistarne una nel 1819 dal principe di Villadorata: quell’edificio ancora oggi porta il nome di palazzo Galati, ultima residenza della famiglia.

Filippo acquistò sempre più fiducia nell’ambiente di corte e, grazie alla sua abilità diplomatica, riuscì a prendere il posto dell’amico viceré Giovanni Alfonso Henriquez de Cabrera, invitato dal re a ricoprire l’incarico di governo del viceregno napoletano. In qualità di finanziatore di alcune spese di corte, Filippo ricevette in cambio la baronia di Caccamo (17 gennaio 1647), del valore di 48.000 onze. Per aumentarne il valore, lo stesso Filippo fece elevare a ducato il feudo di Caccamo. Nonostante le sue ampie conoscenze giuridiche e l’introduzione di clausole contrattuali allo scopo di tutelare l’acquisto da tentativi di nullità del contratto, i discendenti del Cabrera cercarono ugualmente di rientrare nel possesso della baronia, intentando cause che restarono in piedi fino all’Ottocento, quando la famiglia Amato confluì nel ramo De Spuches, alla morte di Giuseppe (1757-1813).

Ansaldi

Baroni di S. Antonino

Ferdinando di Giacinto di Giuseppe, titolo riconosciuto nel 1902.

Probabile diramazione della famiglia lombarda che si ritrova a Messina a partire dal XIII secolo.

Dimora: anche Nicosia. Arma: di azzurro, al destrocherio d’argento, impugnante un giglio d’oro e campagna di argento con tre rose unite col fusto in atto.

Arenaprimo

Barone di Montechiaro, Barone di Roccadoro e Barone del Grano

Francesco Arena Primo (1736-38) si investì dei titoli, da lui discendono Francesco, di Giuseppe, di Francesco, coi fratelli Pasquale e Ugo.

Vanta discendenze da Concubleth, guerriero di origine normanna. Dim. Messina, sin dal XVI secolo. Arma: d’oro a quattro fasce più scure e banda d’azzurro traversale. Cimiero: tre pennacchi d’oro e d’azzurro.

Asmundo

Principi di Gisira

Originaria di Pisa, la famiglia arrivò in Sicilia nell’XI secolo.

Michele, di Adamo Benedetto, di Michele riconosciuto principe nel 1907.

Michele, di Giambattista, di Michele riconosciuto cavaliere nel 1911.

Giuseppe, di Adamo Benedetto, riconosciuto con il titolo di Barone di S. Dimitri nel 1919.

Dim. Catania e Messina. Arma: d’oro a tre fasce di rosso, sormontate nel capo dal leone leopardato.

Atanasio o Attanasio

Barone di Montededero

Riconosciuto nel 1904 Francesco Paolo, di Giuseppe, di Francesco Paolo. Figli: Giuseppe, Giovanna e Teresa.

Famiglia originaria di Taranto, arrivò a Messina e a Taormina, poi a Palermo dal sec. XVIII. Dim. Palermo. Arma: d’azzurro, alla fenice di nero posta sopra la sua immortalità di rosso, guardante il sole di oro figurato di rosso, posto nel canton sinistro del capo.

Avarna o Averna

Duca di Gualtieri, Marchese di Castania, Barone di Sicaminò Grappida

Riconosciuto nel 1891 Niccolo, di Carlo, di Niccolò. Fratello: Giuseppe, al quale fu concesso, nel 1892, il titolo di Duca. A costoro successe, per riconoscimento nel 1925, Carlo, di Giuseppe, e furono iscritti il figlio Giuseppe e il fratello Michele.

Famiglia proveniente dal Guarna o Varna di Salerno, passata a Messina sullo scorcio del secolo XV. Dim. Palermo e Napoli. Arma: d’oro, alla fascia d’azzurro. Sostegni: due leoni d’oro.

Avignone

Marchesi di S. Teodoro

Bruno, di Antonio, di Francesco, riconosciuto nel 1910.

Famiglia aggregata alla nobiltà messinese nel 1805.

Dim. Messina. Arma: partita, nel 1° di azzurro, al pesce d’argento nuotante nello stesso, fruttuoso di nero, movente dalla punta, sormontato nel capo da tre stelle del secondo; nel 2° d’azzurro, al leone coronato d’oro, con guerriero armato al naturale, le mani e la faccia in carnagione, impugnante con la destra una mazza di nero, in atto di percuotere il leone, affrontati all’albero del suo colore, gustato d’oro, terrazzato di verde e sormontato nel capo da una stella d’oro. Divisa: HONOR VIRTUTIS, PREMIUM.

Bavastrelli

Marchesi

Famiglia originaria di Genova, trova dimora a Messina nel XVIII secolo con Giovanni  (1763) discendente di Giuseppe, di Salvatore, di Giovanni.

Arma: d’azzurro, alla fascia d’oro, accompagnata da tre stelle dello stesso, sormontate da un pino naturale, decorato sulla fascia.

Belli

Marchesi

Famiglia con nome originario Predovich, discendente dai sovrani di Bosnia, recatasi a Messina nel 1575. Col titolo di Marchese fu riconosciuto Francesco nel 1909 di Giuseppe e Contarini Giuseppina. Fratelli: Carlo, Emma, Edoardo. Dim.: Girgenti. Arma: d’oro al destrocherio armato al naturale, impugnante una croce alta di nero.

Bonaccorsi

Marchesi di Casalotto

Famiglia originaria di Macerata e che, a partire dal XVIII secolo, si ritrova anche a Milazzo e a Catania.

Dim.: Catania. Arma: d’azzurro al cane levriero d’argento, rampante e sostenuto da un monte a tre cime al naturale, movente dalla punta.

Bonaccorsi-Merle

Principe di Patti

Riconosciuto a Elvira Merlo in Bonaccorsi (1921) e, per anticipata successione materna nel 1925 venne autorizzato ad assumere il detto titolo Domenico di Gerolamo Raffaele.

Brunaccini

Principi di S. Teodoro a Mili (Val Demone, ai confini di Cesarò)

MILI SUPERIORE

Giacomo Brunaccini s’investì nel 1709 della Baronia e terra di Mili Superiore (casale di Messina) dopo averle acquistate da Giovanni Palermo Principi di S. Margherita. Diego figlio di Lorenzo primo barone di S. Teodoro per investitura del 1683. Dopo vari passaggi pervenne a Letterio Brunaccini e De Spucches (1801) che lasciò una sola figlia: Anna Maria Brunaccini Trigona che sposò lo zio Giacomo Brunaccini e De Spucches ed ebbe tre figlie di cui la primogenita Francesca Paola sposò Carlo Sturzo.

Busacca

Marchese di Gallidoro

Riconosciuto a Linda nel 1910, di Carlo, di Giuseppe, di Lucas. Sorella: Alda in Battaglia.

Famiglia probabilmente originaria dalla Francia, arrivata a Messina nel XV secolo. Dim.: Palermo e Inghilterra. Arma: spaccato nel 1° di azzurro alla borsa d’oro, legata dello stesso, nel 2° d’azzurro a tre gigli d’oro, ordinati in fascia, sormontati ciascuno da una corona all’antica dello stesso, e la fascia di rosso passante sulla partizione.

Calefati o Calafato

Baroni di Canalotti

Palermo

Famiglia messinese del XIV secolo, fu riconosciuto nel 1880 Pasquale di Vincenzo, di Andrea. Arma d’azzurro, al grifone d’argento coronato d’oro, con la fascia d’oro attraversante. Motto: Ardeo Nam Credo.

Carrozza

Marchesi di San Leonardo

Messina

Famiglia di origine spagnola, a Messina sin dal XVII secolo. Fu riconosciuto Giovanni, di Giulio, di Giovanni. Iscritte le sorelle Michela e Adelaide e le zie Concetta in Bonanno e Maria Ermellina in Chemis. Arma d’azzurro alla carrozza a due cavalli, d’oro, passante sul terreno al naturale, con un sole raggiante, d’oro, al cantone sinistro dello scudo. 

Cassibile

Marchesi di Cassibile

GAZZI

I Loffredo, antica famiglia arrivata in Italia al seguito dei Normanni, devono la loro origine a un Goffredo o Loffredo conte di Montescaglioso, testimone in un atto stipulato tra Ruggero II Re di Sicilia e il Papa Anacleto II. Goffredo avrà due figli: Loffredo, secondo conte di Montescaglioso, e Roberto.

Nel XIII secolo, i figli di Loffredo II, Roberto ed Enrico, si trasferiscono a Napoli, dove si aggregano al patriziato locale del Seggio di Capuana.

Sigismondo acquista il feudo appartenuto a Giovanni Marullo, quarto ed ultimo Conte di Condojanni, tramite il prestanome Mario Galeota. La Baronia di Bovalino era stata acquistata dai Marullo nel 1496. Il Conte Vincenzo Marullo nel 1571 aveva partecipato alla Battaglia di Lepanto con una nave da lui armata con gente di Bovalino. La contea fu acquistata nel 1617 dai genovesi Del Negro fino al 1716, quando divenne proprietà dei Duchi Pescara Diano.

Castelli

Principi di Torremuzza e Conti di Gagliano

Catania, Messina, Palermo

Famiglia fiorente in Catania e Messina sin dal secolo XIV. Questo ramo fu portato da Genova a Palermo nel XVI secolo. Arma: d’azzurro, al castello di tre torri merlate alla ghibellina di tre pezzi d’argento, aperto e finestrato di nero, movente dalla punta, sormontato nel capo da un giglio d’oro. Vincenzo, di Gabriele Lancellotto, di Vincenzo.

Costarelli

Baroni di Santa Lucia

Acireale, Catania e Messina

Famiglia di Acireale del secolo XIX, presente anche a Catania e Messina. Titolo proveniente da casa Platania. Fu riconosciuto nel 1900 Rosario, di Giuseppe, di Rosario e di Platania Gaetana.

Arma: d’azzurro, al ponte d’oro di tre archi, con un fiume d’argento scorrente fra i medesimi, e tre platani al naturale nutriti sul ponte, quello di mezzo sostenuto da due lenocini coronati d’oro, affrontati, il tutto sotto un labello di quattro gocce d’oro.

Currò

Baroni

Acireale e Messina

Famiglia del secolo XIX originaria di Acireale. Col titolo di barone era stato insignito nel 1883 Rosario Sebastiano di Placido, poi anche il figlio Rosario Giuseppe. Dim.: Trieste.

Arma: d’azzurro, interzato in calza, con argento e rosso, il 1° all’ancora del 2°, il 2° al caduceo sormontato da un sole nascente del 3°, il 3° al covone d’oro, a quattro ruote di rosso, ordinate in fascia.

Motto: ABSQUE LABORE NIHIL.

Cutelli

Marchesi di Raiata

Palermo, Milazzo e Roma

Con il titolo di marchese di Raiata fu riconosciuto nel 1888 Francesco, di Alfonso, di Francesco.

Coi titoli di Cavaliere e di Nobile fu riconosciuto nel 1920 Stefano, di Francesco Paolo, i Francesco Paolo. Fratelli: Achille ed Elisabetta. Figli di Achille: Stefano e Ada.

Famiglia proveniente dalla Normandia o dalla Germania, già fiorente in Catania nel XIII secolo. Arma d’azzurro al palo d’oro. 

Cybo

Consoli di Genova, Marchesi di Massa-Carrara, Conti di Naso (ME)

MESSINA – MASSA CARRARA – NASO – GALATI

Famiglia originaria di Genova (Mango).

La famiglia genovese Cybo acquisì il cognome Tomacelli o Tomaselli a Napoli intorno all’anno 1000, da qui si spostarono in Sicilia poiché coinvolti in missioni militari navali (con Riccardo Tomacelli, 1185).

Prima di prendere i voti, Giovambattista Cybo ebbe dalla nobile napoletana Eleonora Capece-Galeota alcuni figli, fra i quali Franceschetto o Francesco V, conte di Anguillara e Ferentillo.
Giovambattista Cybo, nonno del cardinale Innocenzo, passa alla storia con il nome di papa Innocenzo VIII (1484-1492), già arcivescovo e confrate dell’Ospedale della città di Messina.

Franceschetto sposò a Roma Maddalena de Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico e sorella del pontefice Leone X, il 25 febbraio 1487. Fra i loro figli emerge il Cardinale Innocenzo Cybo, anch’egli, come il nonno, arcivescovo di Messina (1538-1547). Lo stesso Innocenzo appare nel famoso quadro di Raffaello Sanzio ritraente Papa Leone X e Giulio de’ Medici. Innocenzo riconobbe quattro figli naturali: Elena, Clemente, Ricciarda e Alessandro. Altri figli di Franceschetto: LorenzoGiambattista vescovo di Marsiglia e Caterina duchessa di Camerino.

Lorenzo Medici Cybo, sposa il 14 maggio 1520 Ricciarda Malaspina, marchesa di Massa-Carrara, dando inizio al ramo Cybo-Malaspina, tramandato attraverso il figlio Alberico Cybo Malaspina.

Giovanna Cybo La Rocca (pronipote del cardinale Innocenzo Cybo), acquisì il titolo di contessa di Naso il 2 marzo 1612, sposata con Pietro Maria Cybo (in Annali di Caio Domenico Gallo). Il titolo passò alla figlia Floria Cybo La Rocca il 6 giugno 1616. Floria sposò Girolamo Cottone, I° principe di Castelnuovo, e misero al mondo Emanuele Cybo Cottone (titolo del 24 settembre 1632) e Felicia Cybo Cottone (titolo 17 luglio 1646).

La sorella di Floria, Francesca Cybo La Rocca, nata nel 1603, andò giovanissima in sposa al messinese Giovanni Lanza, (primo Principe di Malvagna, con mero e misto impero, e Principe dei Cavalieri della Stella a Messina nel 1627), ma morì il giorno stesso delle nozze (19 giugno 1618).

Emanuele Cybo Cottone sposò in prime nozze Caterina Branciforte dei conti di Cammarata e in seconde Girolama Valguarnera dei principi di Valguarnera. Rimasto Emanuele senza figli, il titolo passò alla sorella Felicia Cottone e Cybo il 17 luglio 1646. Monaca presso S. Caterina del Cassaro di Palermo (27 gennaio 1650), con il nome di Suor Vittoria Felice, rinunziò al titolo, che passò al cugino Scipione Cottone Aragona, nipote del padre di lei Girolamo.
Scipione sposò Agata Amato Agliata, appartenente al ramo degli Amato principi di Galati.

De Gregorio Alliata

Marchesi di S. Stefano Medio, Parco Reale, Valle Santoro, Baronie di Castania, Vigliatore

S. STEFANO MEDIO – LARDERIA – ZAFFERIA

Abitazione: Cesare De Gregorio fu Giovanni, domiciliato in via Gesù Maria delle Trombe n.21. Altro: Larderia e Zafferia nella contrada S. Nicolò, Crupi e Cardà, Acciaro, Pantano e altre dominazioni consistenti in oliveto, vigneto, gelsi, agrumi e altro, confinante con i fondi dei sigg. Francesco De Pasquale, Giuseppe Cianciafara, fratelli Zaccone ed altri; una casa con palmento sita nel villaggio Larderia confinante col sopradescritto fondo, col sig. Gaetano Tricomi Cianciolo, strada e altri confini; un giardino d’agrumi sito in detto villaggio Larderia contrada Chiusa Dietro il Palazzo.

De Spucches

Principi di Galati, Duchi di Caccamo (prima Duchi d’Asti), Duchi di S. Stefano di Briga, Marchesi di Schysò

S. Stefano di Briga, Galati (ME), Caccamo (PA)

Famiglia di origine spagnola, già fiorente in Sicilia alla fine del secolo XIII.

Il casale di Santo Stefano di Briga fu concesso nel 1365 a Giovanni Saccano, messinese e ai suoi eredi in perpetuo con obbligo di prestare il servizio militare di un cavallo armato per ogni 20 onze di reddito del Casale (255 lire). Per rivendicazione di Rainero Naso passò alla famiglia Naso nel 1359.

Per matrimonio fra Tommasa Patti DeNaso e Giovanni Marullo La Rocca figlio di Giacomo e d’Isabella La Rocca il casale passò ai Marullo nel 1577. Dopo la rivoluzione del 1678, nonostante il barone Tommaso Cirino (sposo di Maria Marullo dal 1643) fosse dei Merli e appoggiasse il partito regio, il partito dei Malvezzi lo sconfessò e gli vennero confiscati i beni.

Così fu che la baronia di S. Stefano di Briga fu divisa in 5 casali: Santo Stefano Superiore, Santo Stefano Medio, Santa Margherita, Pezzolo e Briga, ed aggregata alla città di Messina.

Il figlio Giuseppe Cirino Marullo rivendicò i possessi della baronia, invocando la fedeltà dei suoi genitori al sovrano. Ottenne la vendita all’asta del casale e lo acquistò per 2804 onze, alle quali furono detratte le 1694 onze del valore della baronia sottrattagli indebitamente.

La figlia Francesca Cirino Tranfo (1671-1701) successe al padre nel possesso della baronia e sposò Gaetano Amato Alliata, principe di Galati. Ebbe un’unica figlia: Maria Agata Amato Cirino (Messina 1698-?), non prese l’investitura ed ebbe il titolo di duca di Santo Stefano di Briga. Sposò Biagio De Spucches Lanza.

Da Giuseppe De Spuches, duca di Santo Stefano, nacque Antonino, principe di Galati e duca di Caccamo, Gentiluomo di Camera, Gran Croce dell’Ordine Costantiniano, cavaliere dell’Ordine di Malta, Presidente della Deputazione della Salute Pubblica e Governatore della Nobile Compagnia della Pace in Palermo nell’anno 1848.

Da questi nacque Giuseppe de Spuches e Ruffo principe di Galati e duca di Caccamo, Gentiluomo di Camera, Pretore di Palermo 1856-60; Cav. gerosolimitano, Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Governatore della Compagnia della Pace 1847-1869, distinto letterato, poeta e sommo grecista. Egli sposò in prime nozze, il 29 aprile 1847, a Palermo, la poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, che morì undici mesi dopo le nozze.

Nel 1855, sposò in seconde nozze, Ignazia Franco, baronessa di Oronte, da cui nacquero quattro figli, tra questi, Antonio, riconosciuto con decreto ministeriale dell’otto febbraio 1903, nei titoli di principe di Galati e duca di Caccamo, nominato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia e Gentiluomo di Corte di Sua Maestà la Regina Madre d’Italia.

Il ramo di questa famiglia è tuttora presente a Palermo.

Dim.: Palermo. 

Arma: d’azzurro al monte d’oro di tre colli, caricati di una stella d’argento sormontato da un giglio d’oro. Cimiero: un vescovo vestito di bianco e mitrato, tenente con la sinistra uno stendardo dell’ordine di Montesa. Tenenti: due guerrieri armati d’argento, impugnanti l’uno con la destra lo stendardo dell’ordine di Malta, l’altro con la sinistra quello di Montesa. 

Motto: ACUTUM SPLENDENTEMQUE PRO FIDE PRO REGE.

Denti

Principi di Castellazzo e Duchi di Piraino

Messina

Famiglia originaria di Ravenna, venuta in Messina nel XIII secolo. Vincenzo Denti fu Duca di Piraino (1798). Col titolo di nobili dei Duchi di Piraino, fu riconosciuto nel 1903 Salvatore (ora Denti-Amari per decreto reale), di Giuseppe, di Giovanni. Fratelli: Giovanna, Maria Anna e Alberto.

Dim.: Palermo e Milano.

Arma: di rosso a due fasce d’oro, la 1^ accompagnata da due denti dello stesso, 3 e 2.

Di Francia

AVIGNONE

I ramo: Francesco Di Francia, nobile messinese, dei Baroni di S. Caterina, Badolato, S. Rosalia, Mandarino e Draga, figlio del fu Barone Diego e della signora Taccone dei Marchesi di Stizzano, marito di Emmanuela dei Baroni Scoppa. Figlio: Diego, fratello Nicolò; Zio e  zie: Mariano, Grazia e Orsola.

Gordone

Barone di Camastrà, San Pier Niceto

Pietro Gordone barone di Camastrà, patrizio messinese, già senatore di Messina, figlio del fu barone Giuseppe (del barone Pietro investito di Camastrà nel 1802, discendente a sua volta da Giovanni sec.XVII) e della prima moglie Emmanuela Spadaro; marito di Angela Marchese dei Baroni di Pietrogoliti, degli antichi baroni poi Principi di Scaletta. Zio: Andrea vedovo di Angela Romeo. Figli: Pietro marito di Vittoria Migliorino dei baroni di Scarpello (di Giuseppe, fu Scipione e Concetta Guardavaglia, e Concetta Rosso) (figlio: Andrea. Giuseppe marito di Concetta Spadaro. Giuseppa moglie di Luigi Pirandello. Lucrezia moglie di Francesco Manganaro. Anna moglie di Giacomo Galatti.

Lanza

Principi di Malvagna

Vedi Grosso Cacopardo (Francesca Cibo). Nel circondario di Castroreale. Giovanni Lanza Abate ebbe concesso il titolo di principe di Malvagna da Filippo IV con privilegio 22 aprile 1627. Sposò Francesca Cibo, pronipote del cardinale Cibo, arcivescovo di Messina. Morì senza figli, poco dopo le nozze. Il vedovo le eresse un magnifico sarcofago tutto di bronzo dorato nella Chiesa di San Francesco di Messina, il più sontuoso che esistesse in Sicilia.

Lucchesi

Duca di Adragna dei principi di Campofranco, Conti

La famiglia si ritiene originaria di Lucca, dove abitava presso il castello dei Tre Palli. Trasferitasi in Sicilia ai tempi dei Normanni, al seguito del conte Ruggero, si trapiantò a Messina e a Sciacca, prendendo il nome di Lucchese o Lucchesi, per poi accoppiarlo al toponimo del luogo di origine, alla fine del ‘600, diventando Lucchesi Palli.

Si ricorda Andrea Lucchesi Palli, nato a Messina il 16 apr. 1692 da Fabrizio, duca di Adragna dei principi di Campofranco, e da Anna Avarna dei baroni di Manganisi.

Ha l’età di 15 anni quando viene affidato alle cure dello zio sacerdote F. Avarna, in seguito alla morte del padre. Studiò presso i gesuiti di Messina e si laureò in teologia in filosofia. Divenne sacerdote nel 1716 e vescovo di Agrigento fra il 1755 e il 1768. Fu anche direttore dell’Accademia del Buon Gusto. Agrigento gli deve la realizzazione di una grande biblioteca che egli stesso dotò di raccolte librarie e numismatiche, all’interno dello stesso palazzo vescovile. Si trattava di una donazione alla cittadinanza, sancita attraverso due atti notarili, allo scopo di svincolarla da eventuali ingerenze di altre amministrazioni, sia civili che ecclesiastiche. La biblioteca lucchesiana, infatti, è rimasta a lungo un ente morale autonomo.

Il patrimonio librario contiene più di 20.000 volumi, con 18.000 testi di teologia, letteratura, diritto e scienze, fra cui 84 considerati rarissimi, 410 stampati tra il 1472 e il 1550. fra questi ultimi spicca La protesta dei Messinesi di Manfredi Zizo, Heinrich Alding, Messina 1478, ritenuto il primo libro stampato in Sicilia; 180 manoscritti italiani, greci e latini (fra cui un prezioso Sallustio); 32 codici arabi di gran pregio, datati dal 986 al XVI secolo.

Questa la memorabile frase che Andrea L. lascia incisa in latino su una lapide all’ingresso della biblioteca agrigentina: “Il Conte Andrea Lucchesi Palli Vescovo di Agrigento rende di uso pubblico la propria biblioteca. In tutti i giorni feriali da due ore prima a due ore dopo mezzogiorno sarà consentito a chiunque di accedervi. Nessuno varchi la soglia furtivamente nè ponga mano agli scaffali. Il libro che desideri, richiedilo, usalo, mantienilo intatto, non ferirlo dunque di taglio o di punta, non segnarlo di postille. E’ consentito inserirvi un segnalibro e copiare quel che si vuole. Non appoggiarti sul volume, se devi scrivere non metterci sopra la carta, l’inchiostro e la sabbia per cancellare tienili un po’ distanti, sul lato destro. L’analfabeta, il servo, il chiacchierone, lo scansafatiche, il vagabondo si tengano alla larga. Osserva il silenzio, non disturbare gli altri leggendo a voce troppo alta, al momento di andare chiudi il libro, se è piccolo restituiscilo a mano, se è grande lascialo sul tavolo dopo aver avvertito l’inserviente. Non pagare nulla, ma vattene più ricco e ritorna più spesso”.

Marchese

Titoli: principe della Scaletta, barone.

Dimora: Messina, Palermo, Napoli

Di origine lombarda, passò in Sicilia con i re Normanni in persona di RICCARDO Marchisio, castellano di Taormina, al servizio di re Guglielmo il Buono.

Un ramo si stabilì in Napoli con RAOUL, dove è ancora in essere.

Godette nobiltà in Messina, Palermo, ed altre città della Sicilia.

Vanta numerosi cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano, possedette il principato di Scaletta, il marchesato di Rajata, le baronie di Bambina, Bonalgergo, Casalotto, Castelluzzo, Foresta di Taormina, Graneri, Guidomandri, San Marco lo Celso, Nissoria, Rapisi, Gauteri, ed altre.

SALIMBENE fu uno dei giudici della Gran Corte che condannò Andrea Chiaramonte conte di Modica, suo benefattore, fu stratigoto (giudice criminale) di Messina, maestro razionale e Protonotaro del Regno e primo barone di Castelluzzo per privilegio del 13 febbraio 1397, primo barone di Scaletta nel suo casato, per conferma ottenutane il 15 febbraio 1398 come nipote di Niccolò Patti, e di barone di Guidomandri per permuta fatta col priore dell’ordine di Malta in Messina il 21 luglio 1404. GIOVANNI fu cavaliere dell’ordine di Malta nel 1439. Un GIOVANNI SALIMBENE, pronipote di Salimbene, nel 1453 otteneva conferma e nuova investitura di dette baronie di Scaletta e di Guidomandri. GIOVANNI vescovo di Patti nel 1494. FRANCESCO, con privilegio dato il 25 aprile esecutoriato in data 27 agosto 1512, ottenne il titolo di “regio cavaliere”; GIOVAN TOMMASO fu senatore di Palermo nel 1512/13; SALIMBENE, barone della Scaletta, fu strategoto di Messina nell’anno 1523/24; un SALVO tenne la stessa carica nel 1536/37; un BARTOLOMEO, dal 1561/63; ANDREA, GIOVANNI e FRANCESCO fu Giuseppe ed un GIUSEPPE fu Salimbene ascritti alla mastra nobile del Mollica; GIUSEPPE, fu giudice pretoriano di Palermo nel 1602/3, e giudice delle Appellazioni (Corte d’appello) nell’anno 1611/12; FRANCESCO, con privilegio dato il 22 luglio 1614 esecutoriato il 4 febbraio 1615, ottenne il titolo di principe di Scaletta; un MARCANTONIO fu giudice pretoriano di Palermo negli anni 1627/29, 1631/32, giudice della Gran Corte Criminale del Regno nel 1636/37 e 1640/41; ANDREA, con privilegio del 9 febbraio esecutoriato il 6 luglio 1630, ottenne il titolo di “Don” e forse egli stesso fu quell’Andrea Marchisio che, con privilegio del 12 ottobre 1668, ottenne il titolo di barone di Oronte; un ANTONIO fu giudice della Corte Pretoriana di Palermo negli anni 1694/95, 1699/1700, della Gran Corte Criminale nel 1705, 1710/11, della civile nel 1717 e maestro razionale giurisperito del tribunale del Real Patrimonio nell’anno 1722; un PLACIDO Marchese e Strazzeri con privilegio del 7 giugno 1709 ottenne il titolo di barone di Criato o Ripadimare; un GASPARE regio secreto di Palermo, luogotenente di corriere maggiore del Regno, maestro razionale del tribunale del Real Patrimonio, con privilegio dato il 26 dicembre 1744 reso esecutivo il 20 aprile 1749, ottenne il titolo di marchese di Raiata; un FRANCESCO fu giurato di Messina nel 1745/46; un DIEGO (qualificato conte non si sa con qual diritto) fu governatore della Tavola Pecuniaria di Messina nel 1792/93 ed annotato nella mastra nobile di detta città del 1798/1807, nella quale mastra annotati un conte FRANCESCO Marchese del fu Francesco Marchese e Natoli, un FRANCESCO barone di Pietrogoliti ed un NICOLÒ del fu barone Gregorio, un sacerdote GIUSEPPE ed un GIOVANBATTISTA, figli di Francesco Marchese e Nescion.

Iscritta nell’Elenco Regionale delle Famiglie Nobili di Sicilia.

Arma: d’oro, alla fascia d’azzurro, caricata da una stella di otto raggi del campo.

Da Mango di Casalgerardo, che anticipa: “Non crediamo utile riferire tutto quanto è stato scritto sulle origini della famiglia Marchese, non essendo mai provato quanto gli autori hanno sostenuto. Ci limitiamo soltanto a dire di essa famiglia quanto risulta dai documenti sino a noi pervenuti.” Che è quanto sopra.

Marchetti

Baroni di Ucria

PARADISO

Pietro Marquett o Marchetti, barone di Ucria, paesino sui Nebrodi, è presente a Messina sin dal XIII secolo. Un altro ramo risiede contemporaneamente nel siracusano ma, nel periodo rinascimentale, in seguito all’espansione commerciale di Messina, si trasferisce anch’esso a Messina. Qui i Marchetti svolgono importanti incarichi nella veste di senatori e tesorieri del Regno: un Guiscardo Marchetti è registrato come castellano del Palazzo Reale; un Giuseppe è senatore e governatore della Tavola pecuniaria ed è sepolto a Ucria, all’interno della Chiesa Madre.

Marullo di Condojanni

Principi di Castellaci

MONTALTO
Francesco Marullo conte, patrizio messinese, cavaliere di Malta di devozione, governatore degli Azzurri, già senatore di Messina, figlio del fu conte Salvatore Marullo Ventimiglia governatore degli azzurri e della fu contessa Lavinia Marchese Denti, marito di Concetta Cumbo. Figli: Salvatore, ass. municipale, marito di Anna Balsamo Viperino e Avarna principessa di Castellaci, dama di palazzo della Regina d’Italia (figli: Francesco. Concetta. Giovanna moglie di Antonino De Lisi e Lo Mundo). Antonino. Placido. Giuseppe marito di Elvira Manganaro-Cicala. Lavina moglie di Flaminio Proto Marchese di S. Dorotea. Sorelle: Concetta Monaca ed ex abbadessa in S. Gregorio. Giovanna moglie di Giovanni Bisignani dei conti di Vill’Amena.

Moleti

Marchesi di Cassaro, Catalimita e S. Andrea, Piscopo

Già dagli inizi del XV secolo la famiglia era inserita nella magistratura del Regno (giudici della Gran Corte del Regno, in particolare Nicola). Parteciparono all’ordine  dei cavalieri di Malta (un Giovanni prese parte all’assedio di Rodi). Da Matteo in poi ebbero cariche di senatori di Messina e, in particolare, Giacomo fu castellano del castello del Sacro Real Palazzo di Messina nel 1448. Fino alla metà del Settecento rivestirono la carica di senatori di Messina negli anni e, con privilegio del 5 novembre esecutoriato a 4 dicembre 1756, ottennero il titolo di marchese.

Arma: d’azzurro, alla banda d’oro, caricata di tre rose del campo, accompagnante nel capo dalla croce di Malta d’argento, e nella punta da un giglio d’oro.

Moncada

Duchi di Tortorici e Saponara.

LARDERIA

Principato di Calvaruso, portato da Agnese Pollicino e Castagna a Federico Moncada. Ultimo ad averlo Vincenzo Moncada e Di Giovanni nel 1767. Per donazione di Vittoria Di Giovanni e Domenico Alliata principe di Villafranca a Pietro Moncada e La Rocca nel 1744.

Natoli

Principi di Sperlinga

PACE-GANZIRRI

Il feudo di Sperlinga (EN) fu acquistato nel 1597 da Giovanni Forti Natoli. Nel 1658 Francesco Forti Natoli lo vendeva a Giovanni Stefano Oneto ad esclusione del titolo (venduto nel 1788 ad Alvaro Paternò).

Papardo

Principi del Parco

PAPARDO

Ferdinando Papardo Teatino, del principi del parco, patrizio messinese, figlio del fu principe Giovanni. Fratello: Giuseppe Arcivescovo di Morreale. Titolo infine acquisito dai Sollima-Novi, per matrimonio di Carlo Sollima-Novi con Angela Papardo, sorella dell’ultimo principe del Parco, Raimondo Papardo Del Pozzo Avarna di Francesco di Bernardo (investito del titolo il 6 aprile 1737 nel nome maritale di Violante Del Pozzo). Il figlio Francesco, vedovo di Leopolda Curcuruto, mantenne il titolo. 

Ferdinando Papardo Teatino, del principi del parco, patrizio messinese, figlio del fu principe Giovanni. Fratello: Giuseppe Arcivescovo di Morreale.

Puleio o Pulejo

Nobili, proprietari terrieri originari di Santa Lucia del Mela, poi Marchesi di Cassibile

CAIROLI

Dal capostipite Cesare discende il ramo insediatosi nella città di Messina nel XV secolo. I Pulejo rivestirono cariche pubbliche ed ecclesiastiche riservate alla classe nobiliare e anche ruoli di capitano nobile delle Furie di Messina. Infaticabili lavoratori e portati per le pubbliche relazioni, strinsero rapporti con altre famiglie nobili messinesi, quali i D’Amico, i Carrozza, i Cassibile, Colonna, i Mollica. Il giurista Giuseppe è sepolto a Santa Lucia presso la chiesa dei Padri Cappuccini in Santa Lucia.

Arma: d’azzurro al leone d’oro impugnante con le branche anteriori un ramo di puleggio di verde fiorito di rosso.

Ruffo

Principi di Scaletta e baroni d’Altolia

GIAMPILIERI – ALTOLIA

Vincenzo Ruffo, principe della Scaletta, duca di Aralia, marchese di Guidomandri, conte del Molino, barone  di Giampilieri, patrizio messinese, cavaliere di S. Gennaro, gran cordone della corona di ferro dell’aquila estense e di S. Gregorio Magno.. e fu Francesca Jacona baronessa di Castellana; marito di Ernestina Wrbna decorata della croce stellata già dama di corte e di compagnia della Regina delle due sicilie. Figli: Antonio duca di Aralia, cav. Di Malta, marito di Ludovica dei principi Borghese. Francesca moglie di Francesco Sanfelice marchese di Monteforte. II ramo: Calogero Ruffo, principe della Floresta, duca, figlio del fu principe Giuseppe e della vivente Giuseppa Calcagno. Fratelli: Vincenzo. Ettore. Gioacchino. Francesco-carlo. Luigi. Flavia. Maria Giovanna. Zia: Vittoria vedova di Giuseppe Saccano-Stagno dei principi di Montesalso. Prozia: Raffaella vedova di Giuseppe Gordone barone di Camastrà.

Saccano

Baroni di Monforte (Samperi di Monteforte) – Calvaruso-Tonnara di Milazzo – S.Stefano di Briga

Pietro, nobile di Messina, barone di Monforte, fu anche barone della tonnara di Milazzo, per privilegio del 1413.Dopo la rivolta messinese del 1674, il villaggio di Larderia fu distaccato dal territorio della città e venduto a Luigi Moncada ultrogenito di Francesco Moncada Saccano dei Baroni di Calvaruso. Larderia fu restituita a Messina nel 1702 e il principe Luigi mantenne il titolo onorifico (morì nel 1703).

Saccano-Stagno

Principi di Montesalso, baroni delle Saline

Famiglia passata all’ordine di Malta in persona di molti cavalieri di giustizia di casa Stagno a cominciare dal 1547 e di casa Saccano dal medesimo anno. Carlo Saccano-Stagno figlio del fu Giuseppe (di Scipione del barone Francesco di Giuseppe Stagno e Angela Saccano) e della vivente Vittoria Ruffo dei principi della Floresta.

Scoppa

Baroni del Campo

La famiglia Scoppa era già presente nella mastra nobiliare messinese. Un Vittorino, con privilegio dato a 30 dicembre 1638, otteneva la concessione del titolo di barone del Campo; un Placido, dottore in leggi, del fu Federico, era ascritto alla mastra nobile di Messina del 1798-1807. Arma: d’azzurro, al pino del suo colore, sopra un terreno di verde, con due leoni d’oro contra-rampanti affrontati al tronco, il pino circondato nel capo da sette stelle d’argento, ad vocem; già il Galluppi, Il nobiliario…, cit., Placido dei Baroni del Campo (Messina), figlio del fu Ferdinando e di Girolama dei Marchesi d’Amico; marito di Clementina Violato. Figlie: Assunta, Griselda, Emma, Maria Chiara, Maria; sorella: Caterina moglie di Antonio Foberti, p. 181. Pier Nicola Scoppa (1760-1840) ebbe il titolo di barone di Badolato ed ereditò i beni familiari fino alla marina di Sant’Andrea. Qui, tra il 1818 e il 1825, fece costruire un palazzo fastoso, oggi sede delle suore Riparatrici. Il figlio di Pier Nicola, Giuseppe Scoppa (1794-1857), sposò Saveria Greco ed ebbe quattro figlie: Maria Caterina, Alfonsina, Enrichetta e Luisa. La figlia Enrichetta (1831-1910) fu l’unica a rimanere nubile ed ereditò il palazzo. La baronessa Enrichetta morì nella sua Villa di Condò nel febbraio 1910, lasciando i suoi beni in eredità alla nipote Enrichetta Di Francia, sposa del marchese Armando Lucifero.

Sollima Novi

Principi del Parco

PAPARDO

Arma. – D’azzurro, a due bande d’ argento, accompagnate da dieci crinali dello steso, 3, 4 e 3.
FRANCESCO SOLLlMA-NOVI Principe del Parco, figlio del vivente Carlo Capitano di Porto, Cavaliere Mauriziano e della Corona d’Italia, ex Governatore dei Verdi (1), e della fu Angela Papardo dei Principi del Parco, ecc. (2), vedovo di Leopolda Curcuruto.

(1) Di Francesco Novi Capitano nei R. E. (del Marasciallo Carlo Nevi) e di Laura Sollima.

(2) Sorella dell’ ultimo Principe del Parco, di casa Papardo, Raimondo Papardo-del-Pozzo-Avarna, figlio del Principe Francesco, del Principe Giovanni, del Principe Francesco, di Bernardo invest. del titolo di Principe del Parco a 6 aprile 1737, nel nome maritale di Violante del Pozzo (V. pure i Donativi del 1778, 1798 e 1806).

Stagno Navarra

Conti di Casandola e Bahria

Vianisi

Duchi di Montagnareale, Marchesi di Calorendi

PISTUNINA

Giuseppe Vianisi duca di Montagnareale, marchese di Calorendi, patrizio messinese, già sottintendente di Siracusa e funzionario da intendente di Noto, senatore di messina e sindaco, figlio del duca Flaminio, pari ereditario del regno di Sicilia, comandante della guardia nazionale nel 1848 e della fu Letteria Palermo Marchesa di Calorendi marito di Giovanna Castrone res. a Napoli. Fratello: Luigi marchese di Calorendi, direttore della Telegrafia elettrica in Messina, marito di Sofia Peirce.

Villadicani

Principi di Mola (Castroreale-Taormina)

Alvaro Villadicani Castello, Marchese di Condagusta, commutò il titolo di Principe di Castelferrato in Principe di Mola (circondario di Castroreale) a partire dal 21 dicembre 1756 (fonte: Francesco San Martino De Spucches, LA STORIA DEI FEUDI E DEI TITOLI NOBILIARI DI SICILIA DALLA LORO ORIGINI AI NOSTRI GIORNI). Il principato appartenente a questa nobile famiglia, dunque, è molto più recente della loro storia che li vede in Sicilia a partire dal XIV secolo.

La famiglia Villadicani è originaria della Catalogna: un tale Taijmo Berlingheri divenne Signore di Francavilla di Sicilia per discendenza dal padre Raimondo (conte di Barcellona e di Provenza) nel lontano 1397. Il nome “Villadicani” fu loro attribuito per associazione alla proprietà del castello di Villadicans, sito in Barcelona di Spagna (fonte: Di Francesco Maria Emanuele e Gaetani Villabianca (marchese di), Della Sicilia nobile, parte II, Libro III, Palermo 1757).

Francavilla di Sicilia divenne terra demaniale nel 1398 e il relativo castello passò nelle proprietà di due nobili: Calcerando di Villanova e Giovanni Villadicani, poi rientrò nelle proprietà della “camera reginale” (1408), infine venne smilitarizzato nel 1415 continuando ad appartenere alla “Camera Reginale” sotto Bianca di Navarra (fonti: V. Cordaro Clarenza, Notizie per Villafranca, Catania 1848, pag. 30; Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia, Palermo 1855/56, pag. 471; Raffaele Starrabba, Lettere e documenti della Regina Bianca, Palermo 1887, pag. 245).

Notizie sul cardinale Francesco di Paola Villadicani.

Vinciguerra

Conti a S. Placido Calonerò

S. PLACIDO CALONERÒ

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