C’è una galleria sotterranea e scomoda della storia che i manuali di storia dell’arte liquidano con un elegante colpo di spugna, preferendo la luce dorata dei capolavori rinascimentali alle ombre inquiete di ciò che quei muri hanno dovuto ingoiare. Prima che gli Uffizi diventassero il tempio laico e blindato della civiltà occidentale che oggi tutto il mondo ci invidia, quel palazzo monumentale fu un organismo vivo, abitato, permeabile e pericolosamente esposto alle debolezze e alle furbizie di chi lo custodiva. La notte del 12 agosto 1762, le fiamme divorarono una parte preziosissima del museo: dodici dipinti, nove ritratti storici e sei statue, tra cui un bozzetto attribuito a Michelangelo, il celebre Laocoonte di Baccio Bandinelli, il Cinghiale antico e il Bacco del Sansovino, andarono letteralmente in fumo. Ma il secondo trauma non fu inferiore al primo: l’incendio portò alla luce un grande scandalo per l’epoca.
1. La Dinastia dei Bianchi e la Tribuna come patrimonio personale
Per quasi due secoli, la famiglia Bianchi aveva monopolizzato la custodia delle opere d’arte della Galleria degli Uffizi, un privilegio ereditario che garantiva non solo un tetto nel cuore di Firenze, ma soprattutto un controllo incontrastato sui tesori del Granduca. Fino a quando lo “zelante” custode Giuseppe Bianchi pensò bene di trasformare la sacra Tribuna del Buontalenti in un emporio personale, sottraendo con nonchalance piccoli oggetti preziosi, gemme e capolavori da rivendere o nascondere tra i propri effetti personali.
Il sistema era oliato alla perfezione, protetto da consuetudini secolari e dalla certezza dell’impunità. Ma la tracotanza, si sa, ha i giorni contati. Quella notte d’agosto, Giuseppe pensò bene di stendere la propria biancheria intima ad asciugare direttamente sopra una stufa accesa all’interno della sua camera, situata strategicamente all’interno della Galleria. Il rogo divampò con una violenza inaudita, costringendo i soccorritori a intervenire d’urgenza. E fu proprio tra i fumi della stanza carbonizzata che i soccorritori non trovarono solo cenere, ma una sfolgorante refurtiva appartenente al patrimonio del Granduca.
2. Dalla gattabuia alla penna: la prima Guida degli Uffizi (ma era una copia!)
Tradotto immediatamente in carcere e condannato a morte (pena poi miracolosamente commutata in esilio perpetuo), Giuseppe Bianchi dimostrò una tempra criminale e opportunistica fuori dal comune. Convinto di potersi accattivare il favore dei giudici e di riabilitarsi agli occhi del Granduca, durante la sua detenzione si mise febbrilmente all’opera per scrivere un’opera monumentale: la prima guida a stampa della Galleria degli Uffizi.

Giuseppe Banchi, Ragguaglio delle antichità e rarità che si conservano nella Galleria Mediceo-Imperiale di Firenze, Firenze 1759.
Un’intuizione geniale? Neanche per sogno. Sottoposto a un minimo di verifica storica, si scoprì rapidamente che la guida era stata abilmente scopiazzata dagli appunti di un suo antenato [secondo G. Bencivenni-Pelli, Saggio istorico della Real Galleria di Firenze, Firenze 1779, I, pp. 317 s., 402 s.].
Ma il vero movente dietro quell’operazione letteraria era ancora più cinico. Nessun custode prima di allora aveva mai avuto il benché minimo interesse a scrivere una guida o a spiegare le opere ai visitatori: il motivo? Molto semplice. I custodi facevano i ciceroni per gli aristocratici aristocratici in visita al museo, intascando laute mance e conservando il monopolio assoluto delle informazioni. Stampare una guida significava democratizzare il sapere, cancellare quel vetusto privilegio familiare e, soprattutto, tagliare le gambe agli introiti dei futuri custodi. Perfino dietro le sbarre, Giuseppe Bianchi non seppe rinunciare a mettere in atto l’ultimo diabolico piano… [continua]