Nato a Pescia il 15 giugno 1875, Libero Andreotti rappresenta una delle voci più originali e complesse della scultura italiana tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Esordito originariamente come illustratore, Andreotti si accosta alla scultura in modo del tutto autonomo a partire dal 1902, trasferendosi prima a Palermo e poi stabilendosi definitivamente a Firenze nel 1899, città che diventerà il baratro e il trampolino della sua ricerca formale.
Dalla temperie divisionista alla Secondaria Romana
Nel 1906 si sposta a Milano, dove entra in contatto con il vivace gruppo dei divisionisti, assimilandone le ricerche sulla luce e sulla vibrazione atmosferica della superficie. Tuttavia, la sua sensibilità artistica non tarda a guardare oltre i confini nazionali, nutrendosi delle suggestioni del simbolismo europeo e delle novità della Secessione.
Negli anni Dieci, la sua partecipazione alle grandi esposizioni (dalla Biennale di Venezia alle mostre della Secessione Romana) lo impone all’attenzione della critica per una cifra stilistica inconfondibile: una scultura che sa coniugare la tensione monumentale con una raffinata eleganza lineare, anticipando in Italia i fasti del gusto Déco.
Il Monumento ai Caduti e il magistero fiorentino
Tra le sue realizzazioni più celebri spiccano i grandi monumenti pubblici, come i monumenti ai Caduti della Grande Guerra, dove Andreotti riesce a fondere il pathos commemorativo con un ritorno a una classicità solenne ma intimamente moderna.

Libero Andreotti, Monumento ai caduti di Roncade, 1922-24, Gipsoteca Andreotti, Pescia.
A coronamento della sua parabola umana e professionale, nel 1925 ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dalla sua cattedra e dal suo studio fiorentino saprà guidare un’intera generazione di giovani artisti — il cosiddetto “cenacolo” di Andreotti —, influenzando profondamente il rinnovamento della plastica italiana fino alla sua prematura scomparsa, avvenuta a Firenze il 4 aprile 1933.