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Oggi il nostro pensiero va a Clemens Holzmeister (1886–1983), una delle menti più visionarie e al contempo concrete dell’architettura del Novecento.
In un’epoca come la nostra, dominata da architetture spesso “usa e getta”, spersonalizzate o piegate al mero consumo, la parabola di Holzmeister ci ricorda il valore profondo dello spazio pubblico come bene comune e luogo della memoria.
Nel corso della sua vita, Holzmeister ha affrontato l’esilio e le tempeste politiche del ‘900: costretto a fuggire dall’Austria dopo l’Anschluss, trovò rifugio in Turchia, dove disegnò il volto moderno della nuova capitale Ankara, per poi tornare nella sua amata Salisburgo e scavare nella roccia del Mönchsberg il Großes Festspielhaus, uno dei teatri d’opera più straordinari al mondo.
Dalle sue iconiche chiese in pietra e legno ai grandi complessi civici, la sua lezione è di una sconcertante attualità:
– L’architettura deve unire, non dividere: Che si tratti di un tempio laico di democrazia o di uno spazio sacro, il compito di chi progetta — e di chi amministra — è creare luoghi di comunità.
Holzmeister non ha mai rinnegato la materia locale (la pietra, il legno, la montagna), ma l’ha proiettata nella modernità senza cedere alle mode passeggere.
In un momento storico in cui i centri urbani e i nostri patrimoni culturali rischiano l’abbandono o la mercificazione, riscoprire chi ha concepito l’architettura come cura della comunità è un atto d’indirizzo per il nostro presente.
E voi, quale ritenete sia lo “spazio pubblico” della vostra città che meriterebbe di essere ripensato per fare davvero comunità?