Gustav Klimt, l’oro di Vienna

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Il profilo di un artista che combatte le accademie e rivoluziona l’arte del Novecento, con un occhio all’arte orientale e all’arte gotica. 

Vedi anche il mio video di 4 minuti con il focus su trentacinque opere dell’artista: Klimt Gold Revolution.


Gustav Klimt nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, quartiere nei pressi di Vienna, secondo di sette figli.

Sin da giovanissimi i maschi di casa Klimt mostrano una predilezione per l’arte e la pittura in particolare. Le richieste continue della classe borghese, d’altra parte, non fanno mancare loro opportunità di lavoro, cosicché Gustav, Ernst e George creano un gruppo affiatato di pittori dediti agli affreschi dei palazzi civili.


 

La stagione dorata della Belle Époque


La passione è tanta e le occasioni per mettersi in mostra non mancano in questo periodo della Belle Époque caratterizzato da serenità e benessere. Le maggiori resistenze vengono dalle accademie, le quali, anacronisticamente, tentano di difendere la purezza del linguaggio classico privo di qualsiasi contaminazione. Le correnti secessioniste, invece, sono in atto già da qualche tempo e confluiscono nella prima Secessione di Monaco di Baviera (1892) e dalla Secessione viennese con a capo il nostro Gustav (1897), la cui arte si allontana dagli equilibri formali dei tempi della scuola di belle arti e subisce gli influssi delle culture orientali (bizantina in particolare), e dell’arte gotica (nella sua vera accezione di stile anti-classico per eccellenza, come sottolineavano gli uomini del Rinascimento).

Nel 1898 la Secessione arriva pure a Berlino, nel cuore della Germania.

La Secessione viennese non è solo un movimento artistico che coinvolge architetti come Olbrich, Hoffmann e Wagner e pittori come Klimt, Moll, Moser, Kurzweil e Roller, ma un indirizzo culturale che coinvolge anche  musicisti come Mahler e Schönberg, scienziati come Freud e Wittegenstein, scrittori come Musil. L’attacco all’ordine e alla disciplina ad opera delle nuove tendenze creative e dissolventi, crea scompiglio nel gessatissimo impero del kaiser Francesco Giuseppe. É il germoglio di una rivoluzione che smantella il mondo precedente e che porta alla fine dell’Impero Austro-Ungarico. 

La pittura di Klimt, il genio creativo della Secessione viennese, assume sempre più una natura simbolista.

Il Trionfo della Luce sulle Tenebre


Il gruppo di lavoro dei fratelli Klimt diviene così famoso da ottenere l’incarico di decorare l’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema delle muse ispiratrici della sapienza viene trattato da Gustav con grande tensione erotica e un forte simbolismo (si trattava di un vecchio tema illuminista del trionfo della Luce sulle Tenebre, da sviluppare in tre facoltà: Filosofia, Medicina e Giurisprudenza), tanto da attirare le critiche da parte del mondo accademico e del rettore dell’università in particolare. I monumentali disegni del maestro viennese, pannelli della dimensione 430x300cm, finiscono martoriati da un incendio del Castello di Immerdorf nel 1945, cosicché oggi possiamo ammirarli solo attraverso alcune bozze di lavoro e foto in bianco e nero.

Il pannello della Filosofia viene presentato alla  settima mostra della Secessione viennese nel 1900 e contiene lo stile rinnovato del pittore austriaco, il suo fondamento morale, la sua energia emotiva, la sua impronta tecnica inconfondibile.

La donna padrona di se stessa


A suggellare il ritrovato spirito è il famoso quadro della Giuditta (I) del 1901, realizzato autonomamente cioè non legato a commissioni di alcun genere: vi si nota la struttura bidimensionale, l’armonia e la contestuale disarmonia dei colori e delle forme che evocano suggestioni metafisiche. Questa Giuditta ha il volto di Adele Bloch-Bauer, signora appartenente all’alta borghesia viennese, austera, femme fatale, sguardo e labbra provocanti da sirena ammaliatrice o virago divoratrice di uomini. Il riferimento troppo esplicito a personaggi realmente esistenti crea scandalo, non certo nella stessa Bloch-Bauer che in qualità di modella prediletta dal maestro si staglia per qualche metro sulla femminea invidia della società viennese, ma nei benpensanti e nel mondo accademico..

Dal suo viaggio a Ravenna del 1903 s’arricchisce di nuove scoperte luministiche giocate sulla brillantezza sfacciata del color oro.


 Giuditta I – Olio su tela (84×42 cm) realizzato nel 1901 dal pittore austriaco Gustav Klimt e conservato nell’Österreichische Galerie Belvedere a Vienna. Così il critico d’arte italiano Federico Zeri descriveva l’opera del maestro viennese: «Il volto di Giuditta possiede una carica mista di voluttà e perversione. I suoi lineamenti sono trasfigurati al fine di raggiungere il massimo grado di intensità e seduzione, che Klimt ottiene respingendo la donna in una dimensione irraggiungibile».

Quali migliori parole per esprimere il senso baudelairiano della donna-vampiro, metafora del potere di seduzione delle donne che riesce a vincere anche la forza virile più bruta? Tema raffinato e disarmante quello della Giuditta che uccide Oloferne, qui rappresentata come una donna fatale e provocante, coperta da una veste semitrasparente che lascia intravedere il corpo nudo, la donna tiene fra le mani la testa del tiranno, qui dipinta per metà, quasi fosse spostata con forza (ma senza sforzo) da Giuditta. Il collarino evidenzia il taglio alla gola operata contro Oloferne, le decorazioni dorate suggeriscono un’atmosfera aulica e vivace, mentre lo sfondo nasconde un paesaggio arcaico e stilizzato di alberi di fico e viti, tratto da un fregio assiro del Palazzo di Sennacherib a Ninive.


Al 1909 risale il dipinto austero della Giuditta II, diametralmente opposto a quello di otto anni prima, nell’esecuzione, nei contenuti, nella forma e nei colori. In quegli anni l’artista ha già abbandonato la Secessione e fondato un nuovo movimento artistico dal carattere molto autoreferenziale: il Klimtgrupp.

La donna qui rappresentata non è più la Bloch-Bauer ma un’altra  modella meno bella e appariscente. Sullo sfondo non appare più il motivo orientaleggiante che ricordava gli scavi archeologici di Ninive, le figure geometriche, le circolari, ispirate al genere femminile e le squadrate, ispirate al genere maschile, dividono il quadro formalmente e idealmente, riportando i significanti della vita e della morte, del yin e dello yang. La donna non è più la cacciatrice di teste, testimone del cambiamenti dei ruoli della società del tempo dell’artista. É la donna liberatrice in preda al furore dionisiaco, come indica anche la tensione delle mani.


Giuditta II – Le mani artigliate della donna sembrano trattenere, contemporaneamente, il suo stesso impeto e la testa di Oloferne. Il risultato è una spinta potente verso l’alto in un guazzabuglio di figure geometriche dalle diverse forme e colorazioni. In quei ghirigori s’insinua il dubbio della verità e del valore del potere, forse l’essenza nascosta della vita, il mistero dell’esistenza.


Un’epoca svanisce


Nessuno però osa dire che Klimt è il pittore della decadenza, del bel mondo che sta per svanire sotto i colpi degli stessi uomini che l’hanno costruito: quella bellezza apparente, quello sfarzo che traspaiono dai suoi quadri sono il simbolo dell’angoscia di un secolo che non sa dove andare ma che si bea della propria grandezza.

Gli stessi elementi iconografici emergono nel suo quadro più famoso, Il bacio (1907-1908). Le forme geometriche distinguono i generi, una possente figura maschile avvolta in un manto dorato sovrasta una fragile e voluttuosa figura femminile inginocchiata. Lo sfondo è freddo e angoscioso, ma è l’amore a primeggiare, con le mani dei due che si uniscono e si cingono nella tensione di un bacio ancora non dato.

A completamento del nostro studio sull’artista austriaco non possiamo non citare una delle sue opere più significative: L’Albero della Vita.

L’opera (1905-1909) viene realizzata per i lavori di allestimento della residenza di Bruxelles dell’industriale Adolphe Stoclet ed è parte di 3 pannelli: L’Albero costituisce la parte centrale; le altre due parti rappresentano L’Attesa e L’Abbraccio (o Compimento).


La famiglia Stoclet era composta da collezionisti d’arte, appassionati di arti indiane e buddiste. Cosicché  Klimt pensò a un’opera che contenesse elementi di provenienza orientale, facendo di Palazzo Stoclet un esempio di integrazione delle arti.


Negli ultimi anni della sua vita, trascorsa in continuo movimento fra le maggiori città d’Europa, Klimt trova nella pittura espressionista una nuova forma di interpretazione della realtà. A instradarlo sono addirittura i suoi due migliori allievi: Egon Schiele e Oscar Kokoschka. Il primo lo ritrarrà sul letto di morte, avvenuta il 6 febbraio 1918, a 56 anni, per un ictus  cerebrale.

 

Vedi anche il mio video di 4 minuti con il focus su trentacinque opere dell’artista: Klimt Gold Revolution.

Scarica il post su PDF: Gustav Klimt, l’oro di Vienna | Dario De Pasquale

 

 


 

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