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Arte

Marina Abramović: il corpo come confine dell’arte

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Che cos’è la Body Art?

La Body Art è un’espressione artistica nata negli anni ’60 che utilizza il corpo umano non più come semplice mezzo per creare, ma come vero e proprio supporto e opera d’arte. Movimenti primordiali, tatuaggi, piercing e manipolazioni corporee nascono sul modello delle popolazioni indigene africane e australiane, invocando un ritorno alla natura originaria, viscerale e guerriera dell’uomo. In Italia, anche pionieri come Piero Manzoni avevano sperimentato questa frontiera, firmando i corpi delle modelle per trasformarle in “sculture viventi”. Ma è con la performance che il corpo diventa un territorio d’esplorazione psicologica estrema.

Le Origini: il sangue e il rigore di Belgrado

L’artista più rappresentativa e rivoluzionaria di questa corrente è Marina Abramović (Belgrado, 1946). Per comprendere la durezza e l’assoluta dedizione della sua arte, bisogna scavare nelle sue origini. Nata nella Jugoslavia comunista del dopoguerra, Marina cresce sotto la ferrea disciplina di genitori partigiani, eroi di guerra del regime di Tito. La madre, in particolare, le impone un controllo militare: fino all’età di 29 anni, l’artista ha l’obbligo di rientrare in casa entro le dieci di sera.

È in questo clima di costrizione che Marina sviluppa il bisogno di liberare il corpo attraverso l’arte, trasformando la sofferenza e la resistenza fisica in un manifesto di libertà. Fin dalle sue prime performance soliste degli anni ’70 (come la celebre serie Rhythm), mette letteralmente a disposizione la sua carne, spingendosi al punto da mettere in pericolo la sua stessa vita per asfissia, ustioni o dissanguamento, esplorando i limiti del dolore e della mente.

Il messaggio artistico: dal dolore alla presenza dello sguardo

Il messaggio di Marina Abramović è chiaro: il corpo è lo specchio delle paure, dei tabù e dell’energia della società. L’artista non recita, non finge; la performance è reale, il pericolo è reale. Nelle sue opere, il pubblico cessa di essere uno spettatore passivo e diventa un co-protagonista complice, spesso costretto a fare i conti con la propria morale, con il senso del limite e con il potere catartico delle relazioni umane.

“Imponderabilia” (1977): il corpo come soglia

Marina Abramovic e Ulay, Imponderabilia, Galleria d’Arte Moderna, Bologna 1977.

Il perfetto esempio di questa interazione psicologica è Imponderabilia, una performance storica del 1977 rimasta celebre nel panorama italiano, eseguita presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna.

Marina e il suo storico compagno d’arte e di vita, l’artista tedesco Ulay, stanno in piedi l’uno di fronte all’altra, completamente nudi, sulla soglia di una stretta porta d’ingresso della sala. Per entrare, i visitatori sono costretti a passare nello spazio millimetrico tra i loro corpi, strusciandosi inevitabilmente sulla loro pelle. L’opera gioca interamente sull’imponderabilità della reazione umana: il visitatore, colto di sorpresa, deve decidere in una frazione di secondo se attraversare la porta mostrando la schiena o il petto all’uomo o alla donna, svelando le proprie pulsioni inconscie, l’imbarazzo e i pregiudizi di fronte alla nudità e al potere dei corpi.


Curiosità: Molti anni dopo Imponderabilia, a New York, Marina Abramović sbalordirà il mondo con The Artist is Present, una performance basata unicamente sul potere immobile dello sguardo. Ed è affascinante pensare che questa incredibile rivoluzione psicologica dell’occhio che fissa lo spettatore, spogliandolo di ogni difesa, era già stata intuita cinque secoli prima da un maestro del Rinascimento italiano… Ma di questo parleremo molto presto.

Marina Abramović, The Hero, Moco Museum di Barcelona, foto da https://www.mocomuseum.com/

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