Storia dell’istruzione italiana

(Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2021)

Nel Medioevo italiano, l’istruzione e la scolarizzazione erano quasi esclusivo appannaggio degli istituti monacali, mentre le prime scuole laiche nasceranno per offrire agli abitanti delle città borghesi una formazione alternativa. 

Le scuole parrocchiali, vescovili e cenobiali

Le scuole parrocchiali fornivano un’alfabetizzazione di base, mentre le scuole vescovili e le scuole cenobiali dell’ordine benedettino servivano ad istruire i novizi, pur ammettendo nelle proprie file anche studenti laici. Le famiglie nobili facevano distinzione in quanto avevano come precettori per i propri figli figure di docenti sia cattolici sia laici.

Nella fase di uscita dall’Alto Medioevo, si assiste alla scomparsa delle scuole parrocchiali a favore degli insegnamenti superiori, affidati non solo ai benedettini ma anche ai domenicani. L’istruzione, comunque, in seguito allo sviluppo dei comuni e alla nascita delle signorie, diventa un obiettivo importante per la comunità borghese emergente e rapidamente crescono scuole e università. Pur tuttavia, l’istruzione restava uno strumento per soli privilegiati, dal momento in cui erano gli scolari stessi a pagare le quote per stipendiare il maestro o il professore (esempio: l’Università di Bologna del 1088).

La scuola diventa laica

Col passare del tempo, le scuole si laicizzano sempre più, offrendo un panorama di discipline più ricco e legato alla ricerca scientifica. A tal proposito, ricordiamo le scuole d’abaco, nelle quali si apprendevano le tecniche di calcolo con le cifre arabe e i metodi della matematica mercantile, e le scuole di grammatica, improntate sullo studio della lingua latina e sulla lettura di autori classici a volte non contemplati nei programmi della Chiesa.

In quest’ottica, le scuole religiose perdono sempre più terreno in tema d’istruzione, pur mantenendo un dominio esclusivo sull’educazione del clero, salvo poi riacquistare nuova importanza in seguito alla Controriforma.

Anche durante il Rinascimento, le scuole private e le scuole comunali assorbono buona parte della prole della borghesia media e bassa delle città italiane.

Si avverte, addirittura, l’esigenza di rendere gratuito l’apprendimento: in questo senso la città di Lucca fu una delle prime a pagare i maestri comunali e a vietare il versamento delle quote da parte degli studenti.

La Casa Gioiosa di Vittorino da Feltre

Con gli Studia humanitatis, fortemente voluti dagli umanisti fra Quattro e Cinquecento, gli autori medievali sono eliminati dai programmi, mentre emergono autori di epoca classica, greca e latina. Utile a questo punto ricordare il successo della Casa Giocosa di Vittorino da Feltre, in cui si insegnava il trivio e il quadrivio, e la Scuola veneziana di San Marco, che ebbe docenti di rilievo come Giorgio da Trebisonda e Giorgio Valla.

Non si può dire che la Chiesa cattolica stette con le mani in mano, anzi, si affiancò all’istruzione dei laici con scuole di educazione religiosa funzionanti solo la domenica e altri giorni festivi, non solo allo scopo di impartire il catechismo ai popolani, ma anche per combattere l’analfabetismo.

Le scuole gesuitiche

Nel corso del Cinquecento, grande ruolo hanno le scuole gesuitiche, dette anche collegiali. La prima nasce a Messina nel 1548 per volere del fondatore dell’ordine Ignazio de Loyola e hanno così tanta fortuna che, in Italia, arrivano al numero di 49 alla fine del 1500 e di 111 alla fine del Seicento. 

Qui si impartivano lezioni di grammatica, di umanesimo e di retorica, mentre gli studi superiori potevano continuare presso il Collegio Romano, che prevedeva corsi di logica, filosofia, teologia ed ebraico.

Altri ordini religiosi si occupano dell’istruzione in volgare dei ragazzi dei ceti popolari, basti pensare agli scolopi, ai barnabiti e ai somaschi, il cui insegnamento si basava principalmente sulla grammatica e sull’abaco.

Il controllo dello Stato sull’istruzione

Nel Settecento, i prìncipi illuminati promuovono una serie di riforme volte alla laicizzazione dell’insegnamento: è il caso del Regno di Sardegna di Vittorio Amedeo II di Savoia, che, addirittura, istituiva una figura di “Magistrato” incaricato di vigilare contro la possibile ingerenza di ordini religiosi nelle scuole statali.

Soppressione dell’ordine dei Gesuiti

Un grosso colpo all’istruzione religiosa viene dato dalla soppressione dell’ordine dei Gesuiti, in seguito alla bolla papale Dominus ac Redemptor noster del 1773, mentre un grande segnale di avanzamento nell’ambito dell’istruzione statale europea è offerto dalla regnante Maria Teresa d’Austria nel 1774, con l’introduzione dell’obbligatorietà della scuola elementare per i bambini dai 6 ai 12 anni e l’istituzione di scuole normali (Normalschulen) per la preparazione dei maestri.

Il messaggio viene prontamente accolto dalla Lombardia, dal Granducato di Toscana e dal Regno di Napoli.

Le conseguenze della Rivoluzione Francese sull’istruzione

La scossa più grande ha origine dalla Rivoluzione Francese che, grazie ai principi contenuti nel Rapport et project de décret sur l’organisation génerale de l’Instruction publique, redatto da Condorcet nel 1792 e presentato all’Assemblea Nazionale a nome del Comité d’instruction publique, l’istruzione primaria diviene pubblica, obbligatoria e gratuita, ma, soprattutto, laica.

Nel triennio giacobino si diffonde l’idea del citoyen come colonna centrale della formazione e il mantenimento dello Stato. Anche l’Italia giacobina elabora il concetto di “educazione” come precettistica privata per dar luogo alla nuova idea di formazione sociale, idea affidata allo Stato come difensore e guida della stessa fin dalla scuola popolare.

A tal proposito, non si possono trascurare le opere di Vincenzo Cuoco (1770-1823), in particolare il Rapporto al Re G. Murat per l’organizzazione della Pubblica istruzione (1809), non tanto per il successo (che sfortunatamente non ebbe), ma per i saldi principi e le soluzioni didattiche proposte. La condivisione tra soggetti singoli e gruppi sociali sale al centro dell’attenzione del filosofo partenopeo. Con grande lungimiranza, Cuoco affermava che «l’istruzione, perché sia utile deve essere: 1. universale; 2. deve esser pubblica, 3. deve esser uniforme», mentre, riguardo alla divisione delle classi: «la divisione dell’istruzione pubblica in sublime, media, elementare: o volendo usare il linguaggio comune, alta, secondaria, primaria». Il fine è molto semplice: bisogna istruire il popolo, che, proprio per non avere nessun ruolo diretto nell’esercizio del potere esecutivo, si ritrova ad ubbidire “ai sapienti” e a “trarre profitto” da loro.

La burocratizzazione del sistema scolastico italiano

In un Ottocento tribolato dalle lotte giacobine, dall’affermarsi del capitalismo e della borghesia urbana, si profila in maniera matura il problema dell’organizzazione scolastica. L’uomo dell’Ottocento intuisce che non possono esserci economia, né processi produttivi, né lavoro senza istruzione. All’idea della scuola di eletti, si sostituisce il modello di scuola dal basso, fatta per il proletariato.

I più sensibili in tal senso sono gli intellettuali e i liberi professionisti a capo delle Società di mutuo soccorso, delle organizzazioni politiche, dei partiti. Secondo la lezione dei Gesuiti, l’organizzazione scolastica fornisce un ottimo livello di controllo della mobilità e delle classi sociali.

Così si spiega la repentina burocratizzazione del sistema scolastico italiano, con tutto il suo peso di circolari e norme al fine di bloccare o agevolare spazi di gestione e di controllo politico, amministrativo e sociale.


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