Il sistema scolastico ai tempi del Regno d’Italia

(Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2021)

Nel Sud d’Italia, in seguito alla concessione della Costituzione da parte del re Ferdinando II (29 gennaio 1848), la riforma della pubblica istruzione passa attraverso il rapporto della Commissione per la Riforma della Pubblica istruzione del Regno di Napoli presieduta dal segretario Francesco De Sanctis: Rapporto sul progetto di legge per il riordinamento dell’istruzione primaria e Rapporto sul progetto di legge sulla riforma dell’insegnamento secondario. Qui viene affrontata la problematica che divide l’istruzione dall’educazione, ovvero la formazione laica dalla formazione religiosa: se l’educazione infatti mira a fare di un popolo «una famiglia di fratelli e di amici», all’istruzione ci si affida come strumento oggettivo di crescita libera da condizionamenti, per questo si chiede «obbligatoria e gratuita».

Con la nascita del Regno d’Italia, si riapre il problema dell’istruzione laica e cattolica.


Pregi e limiti della legge Casati (1859)

La legge Casati, espressione della cultura politica dei liberali piemontesi, istituisce una scuola elementare articolata su due bienni, il primo dei quali obbligatorio. Dopo la scuola elementare il sistema si divide in due: ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Il sistema risultava classista perché offriva l’insegnamento superiore solo alle famiglie abbienti, ma aveva il pregio dell’obbligatorietà e della gratuità per le scuole elementari.

Nessun dibattito politico o finanche letterario precede l’emanazione delle leggi Boncompagni (1848) e Casati (1859) del Regno di Sardegna, anzi, sembrano l’espressione più piena di un sistema amministrativo gerarchizzato e controllato dall’alto: il concetto di progresso legato al sapere e la diffusione dell’istruzione sono affidate al Ministro Segretario di Stato, le scuole dipendono dal Consiglio universitario, dalla Commissione permanente per le scuole secondarie e dal Consiglio generale per le scuole elementari. L’intento è chiaro: una legge per gestire la scuola e l’istruzione, mantenendo gli stessi rapporti tra società e scuola, Stato e Chiesa.

In prossimità dell’unità d’Italia, il 13 novembre 1859, viene emanata la legge n. 3725 dal ministro dell’Istruzione Gabrio Casati (1798-1873). La legge, di ben 380 articoli, costituisce l’apice organizzativo del sistema scolastico del Regno piemontese, in cui a prevalere è il rapporto di dipendenza di una popolazione, appena sufficientemente istruita, alla corona sabauda. A questo proposito, il giudizio di Cattaneo su quella che diventerà una legge nazionale dopo il 1861, è sferzante: «La legge Casati è indegna del tempo e dell’Italia. Non conviene porvi mano per rappezzarne la decima parte». 

In effetti, dopo l’Unità i cambiamenti sono pochi, anzi il nuovo governo carica sui Comuni le spese dell’edilizia scolastica e della retribuzione degli insegnanti, senza curarsi della loro disponibilità economica. Di conseguenza, gli abbandoni e l’analfabetismo dilagano ovunque.


I miglioramenti della legge Coppino (1877)

Tale profonda crepa fu sanata dalla legge Coppino del 1877, che portava la durata delle elementari a 5 anni e introduceva l’obbligo scolastico nel primo triennio delle elementari, prevedendo severe punizioni per i genitori degli studenti inadempienti ma anche esentando coloro che non assolvevano all’obbligo per “impedimenti gravi”, quali “le malattie, la distanza dalla scuola, la difficoltà delle strade, la povertà assoluta” (Regio Decreto 19 ottobre 1877, n. 4101). 

La legge Coppino fa parte di una lunga serie di concrete riforme varate dalla sinistra storica sulla scia delle correnti positiviste. Insieme ai programmi varati da Aristide Gabelli (1830-1891) porterà a un nuovo e sano rapporto tra scuola e lavoro, eliminando del tutto l’insegnamento religioso, non senza critiche, inserendo al suo posto le “prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino”.


Il dibattito sulla laicità della scuola e la lotta contro le discriminazioni

Sui programmi della scuola nasce un acceso dibattito tra gli intellettuali dell’epoca, da Francesco De Sanctis a Giovanni Gentile, Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, soprattutto sulla questione della laicità della scuola. Pur tuttavia, il tema cristiano dell’amore verso il prossimo entra in gran voga nei libri destinati agli scolari di fine Ottocento: Pinocchio, Cuore, la storia risorgimentale imperniata sulle figure fondamentali di Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II, l’attenzione verso il mondo agricolo, sono i temi imprescindibili dei programmi della scuola positivista, rivelatasi molto più reazionaria di quanto si potesse credere. 

Con il cambiamento politico-sociale di fine secolo, si assiste alla nascita di nuovi provvedimenti legislativi nell’ambito scolastico. Il frutto di nuovi dibattiti tra intellettuali è la legge Orlando n. 407 dell’8 luglio 1904, che prolunga l’obbligo scolastico fino al dodicesimo anno di età e impone ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe, di assistere gli alunni più poveri ed elargire fondi ai Comuni disastrati. Finalmente vengono eliminate anche le discriminazioni tra insegnanti di diverso sesso e luogo di provenienza e/o destinazione.


L’inchiesta Corradini (1909) e la legge Daneo-Credaro (1911)

Segue la legge n. 383 del 15 luglio 1906 che istituisce la Commissione centrale per il Mezzogiorno e la lotta contro l’analfabetismo nelle isole e nelle province del Sud; l’inchiesta Corradini del 1909 e, infine, nel 1911, la legge Daneo-Credaro, che rende la scuola elementare, fino ad allora affidata ai comuni, un servizio statale. Con il risultato che gli stipendi dei maestri diventano più sicuri e i disagi minori. Attraverso i patronati scolastici comunali vengono distribuiti abbigliamento, scarpe e libri agli alunni più bisognosi.  

La legge Daneo-Credaro, n. 487 del 4 giugno 1911, avoca allo Stato le scuole primarie, eccetto quelle dei comuni di capoluogo e circondario, istituisce nuovi circoli di direzione didattica, il Patronato scolastico, le scuole carcerarie, le biblioteche popolari e scolastiche, le scuole per gli handicappati e gli asili. Tuttavia, la promettente legge e la scuola italiana, ostacolate dal sorgere di nuove politiche sociali legate alle rivendicazioni delle classi operaie e contadine, svilite dalle necessità della prima guerra mondiale, si sciolsero come neve al sole. Ritornava lo spettro della legge Casati.


La riforma Gentile (1923)

In effetti, la legge sulla scuola subito successiva all’uscita dalla guerra, la Gentile, si inserisce in un movimento culturale e politico che arriva ad esaltare i caratteri di centralismo e di gestione burocratica della legge Casati, rinnovandone persino l’antica e superata divisione tra scuola popolare e scuola per privilegiati. 

Con la riforma riforma Gentile del 1923 si riapre la discussione intorno all’educazione religiosa nelle scuole. Giovanni Gentile fonde idee liberali con ideologie cattoliche e fasciste e partorisce una riforma mirante a garantire cinque anni di scuola elementare uguale per tutti, frequentata da tutti gli aventi diritto con iscrizioni in base all’anno di nascita. Tre anni di scuola materna, due di scuola media inferiore, cui avrebbero fatto seguito tre anni di scuola media superiore, tre anni per il liceo classico, quattro per il liceo scientifico, di tre o quattro anni per i corsi superiori dell’istituto tecnico, dell’istituto magistrale e dei conservatori. L’obbligo dello studio si alzava fino ai 14 anni di età. L’insegnamento della religione cattolica diventava un caposaldo dei programmi della scuola elementare, salvo richiesta di esonero.


Una pesante eredità e il controllo dell’istruzione

Da questi contenuti emerge la conferma di una pesante eredità: la legge Casati, nata per garantire un controllo politico sull’istruzione di Stato, diviene, per così dire, la “prigione” della scuola italiana. La classe politica post-unitaria, d’altra parte, non riesce ad avere una visione completa delle trasformazioni sociali in corso e continua a subirle.

La nuova scuola della riforma gentiliana prende subito forma. Gli operai preferiscono non mandare i propri figli a scuola, o tutt’al più, permettono loro di frequentare corsi professionali; la borghesia urbana capisce, ormai da qualche decennio, che tramite l’istruzione si può arrivare a controllare i posti chiave della società e della pubblica amministrazione. Le classi popolari intuiscono che l’accesso ai licei e all’università è troppo selettivo per le loro possibilità: l’impostazione dell’esame di maturità e di abilitazione costituiscono un grosso filtro di accesso al mondo dell’Università, riservata quasi esclusivamente agli studenti provenienti dal liceo classico. Con la legge n. 5 del 7 gennaio 1929 le scuole elementari passano sotto il diretto controllo statale. 

Una scuola con questa impostazione riesce a negare a Mussolini la piena fascistizzazione dell’istruzione e il perfetto inquadramento della gioventù fascista, inoltre, allontana i giovani dal mondo del lavoro. Solo la scuola elementare regge grazie alla forte pressione ideologica dell’Opera Nazionale Balilla e della Gioventù italiana del Littorio. 


Il fallimento della Carta della Scuola di Bottai (1939-40)

Il presunto debito nei confronti della legge Casati non risparmia neanche il successivo tentativo di riorganizzazione dell’assetto dell’istruzione scolastica in Italia attraverso la Carta della scuola di Bottai (1939-1940), laddove il liceo classico vede la coesistenza di discipline diverse come lingue e letterature antiche e moderne e materie scientifiche, mentre le scuole professionali, coprono le esigenze di lavoro immediato attraverso un biennio adatto a impieghi minori e un altro di specializzazione per il lavoro presso le grandi aziende. 

Il progetto Bottai, anch’esso fallimentare, mirava a istruire una parte della popolazione, la più meritevole secondo attitudini e capacità, secondo rigorosi criteri di selezione, ma con il terrore di vedere aumentare a dismisura il numero degli studenti iscritti. 

La fine dei totalitarismi e l’arrivo delle forze alleate porterà una ventata anti-demagogica e attivista che aprirà le porte alla scuola della prima Repubblica.


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