Il potere dell’istruzione a Messina

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Lo Studium universitario di Ignazio de Loyola a Messina

Nella primavera del 1548, grazie all’interessamento del viceré Juan de Vega e del padre gesuita Ignazio de Loyola, veniva fondato il primo Messanense Collegium Societatis Iesu. I giurati messinesi, da anni ormai, chiedevano la concessione di uno Studium universitario, e la bolla Copiosus in misericordia Dominus di Papa Paolo III, che dalla data del sedici novembre consegnava alla città regolari corsi di studia inferiora et superiora, non li lasciava propriamente soddisfatti. Essi, infatti, reclamavano l’esigenza di sottrarre lo Studium al governo della Compagnia, richiesta duramente respinta dallo stesso de Loyola. Come già evidenziato da altri studiosi, gli interventi della Giurazia cittadina, volti ad avere il massimo controllo sull’istituzione universitaria, erano indice dell’ascesa politica ed economica della classe mercantile messinese, la quale, con il versamento alla Compagnia di millecinquecento scudi di rendita, s’era garantita il monopolio della scelta dei maestri lettori nelle arti liberali.

I notabili messinesi sottraggono ai Gesuiti le cattedre di medicina e di legge per il controllo della città

Il nuovo sistema universitario adottato a Messina era un compromesso tra il modello parigino, principalmente basato sui corsi di filosofia e teologia, affidati ai gesuiti, e il modello bolognese-padovano, concentrato sui corsi di diritto e medicina, base dell’affermazione culturale e politica della città, amministrati direttamente dai giurati. La scelta degli insegnanti era il principale traguardo del Senato di Messina ai fini del controllo sull’Ateneo, e il legame tra ceti intellettuali e classe dirigente si sarebbe rafforzato nei secoli successivi, soprattutto grazie all’istituzione delle accademie, luogo ideale di aggregazione e di riflessione sia culturale sia politica. Proprio nelle accademie si erano raccolti i sostenitori della rivolta del 1674, così come attorno all’universitas, al Senato e alla Corte Stratigoziale si erano stretti gli intellettuali e i rappresentanti delle famiglie più influenti dei casali messinesi, allo scopo di operare un pieno controllo sul territorio circostante e consolidare i loro privilegi. Tale operazione, condotta su vari canali e in altre forme, ha avuto una certa contiguità fino ai giorni nostri.

Abbiamo visto nell’articolo precedente come, in seguito alle rivolte del 1674-78, Messina era stata spogliata di tutti i suoi privilegi, dell’Università, della Curia Stratigoziale, dell’Accademia della Fucina. L’istruzione rimaneva nelle mani dei padri Gesuiti, non lasciatisi coinvolgere nel tentativo insurrezionale, fino alla soppressione della Compagnia, avvenuta nel 1767.

Da quest’ultima data, i notabili della città promuovevano la nascita di un Collegio scolastico con la funzione di formulare un nuovo piano di sviluppo per l’istruzione pubblica e, il 7 aprile 1801, con Real Dispaccio, istituivano la Reale Accademia Carolina, elevata ad Università in data 29 luglio 1838.

Da Ferdinando II all’unità d’Italia

Dopo i sei infelici anni di regno di Francesco I, il 7 novembre 1830 saliva sul trono di Sicilia il figlio Ferdinando II, rivelatosi un sovrano magnanimo per la città di Messina per aver creato la Deputazione di Salute, il Banco di Corte di Sicilia, l’Archivio provinciale, elevato l’Accademia Carolina ad Università, fatto costruire il Regio Ospizio di beneficenza affinché anche gli orfani della provincia potessero istruirsi nelle arti e nelle lettere, il teatro di S. Elisabetta, in occasione della secolare festa dedicata a Maria SS. della Lettera e offerto in devozione la lampada del Duomo. Inoltre, cosa importantissima per l’economia messinese, restituiva alla città quel porto franco che il padre Francesco aveva tolto per sanare le finanze del Regno e assicurava il collegamento con le zone limitrofe grazie alla costruzione di nuove strade provinciali. Tuttavia, alle pressanti richieste d’indipendenza rispondeva mandando il fido Filangieri a bombardare la città nel settembre del 1848.

Arrivavano gli anni dell’Unità d’Italia, e Messina, pervasa da un vigoroso spirito risorgimentale, mutava volto: venivano abbattuti quasi tutti i simboli delle passate dominazioni spagnole e austriache, costruiti nuovi edifici e restaurati i caffé letterari.

Dal 1860 in poi, lo Studium di Messina attingeva fondi dal patrimonio delle congregazioni soppresse, senza gravare, dunque, sulle finanze del nascente Stato italiano. Successivamente, la crisi politica ed economica della città dello Stretto determinava la caduta libera dell’istituzione universitaria verso il secondo grado, con il conseguente abbassamento degli stipendi dei professori e la riduzione dei corsi (legge Matteucci del 31 luglio 1862, n. 719), seguita da una costante mancanza di fondi, di strutture e di biblioteche per l’approfondimento degli studi.

Nel 1885, il Comune partecipava al consorzio per l’elevazione dell’Università di Messina al primo ordine con un contributo di 60.000 lire. Nel 1889 incoraggiava la realizzazione dell’Orto Botanico, «per consentire all’università una maggiore conoscenza e disponibilità delle piante medicinali», con l’acquisto, dietro due deliberazioni consiliari del 10 luglio 1880 e del 25 luglio 1884, dei terreni della Mensa Arcivescovile, a cavallo della cinta tra la località Acquepeschiere e il terreno della signora Vadalà Minneci. Si stabiliva che la proprietà e la gestione passassero all’Ateneo, salvo ritornare al Comune nel caso in cui fosse venuto meno il fine sociale o l’Università fosse stata soppressa. L’amministrazione comunale contribuiva al progetto con la somma di novantamila lire, da dividere in cinque esercizi finanziari.

Nonostante gli impegni a lungo termine presi dalla città, il progetto di legge nazionale per la soppressione delle università del dicembre del 1892 includeva anche l’Ateneo di Messina, dando un duro colpo alle istituzioni culturali cittadine. Il Consiglio comunale, nel suo sforzo estremo di difesa di tale vitale istituzione, scriveva al ministro che l’Università messinese aveva buone ragioni per rimanere attiva: una gloriosa tradizione, l’autonomia finanziaria, attività d’interesse scientifico utili per l’intero Paese.

L’Università, grazie all’interesse degli onorevoli messinesi Nicola Fulci e Francesco Perrone Paladini, evitava la soppressione, incontrando tuttavia le ostilità delle giunte municipali di fine secolo, specie quella capeggiata dal barone Ernesto Cianciolo. In quel periodo, infatti, tutte le risorse del Comune erano rivolte alla realizzazione dell’acquedotto comunale e le insistenti richieste del consigliere Gaetano Oliva di rifornire di luce elettrica anche le sedi universitarie non erano state accolte. A queste il sindaco Cianciolo aveva risposto: «troppi sacrifici costa al Comune l’Università, e tali da non essere comportabili alle finanze del Comune medesimo».

Ma in ambito nazionale, lo Studium messinese continuava ad essere riconosciuto come centro culturale di grande prestigio, gestito da intellettuali di notevole spessore scientifico, dotati di un elevato spirito di abnegazione, con scarse strutture a disposizione e una gran mole di lavoro da affrontare. Un unico edificio sito in via Salita Università accoglieva quattro facoltà: giurisprudenza, medicina e chirurgia, lettere, scienze fisiche matematiche e naturali. Negli stessi locali del complesso architettonico, inoltre, s’era dovuto ricavare uno spazio per il Museo Civico.

Riccardo Mitchell (1815-1888), patriota e scrittore d’origini inglesi, aveva presieduto la cattedra universitaria di Estetica e si era fatto carico di quella di Letteratura Italiana dopo la morte del suo collega Bisazza (1867). Qualche anno prima aveva accettato l’incarico di Magnifico Rettore e lo aveva mantenuto per undici lunghi anni.

Con il raggiungimento del primo grado dell’Università (1885), il Museo Civico si trasferiva presso i locali degli antichi Granili di S. Alberto.

Dopo Mitchell, la carica di Magnifico Rettore passava a Giacomo Macrì (1831-1908), avvocato e professore ordinario di diritto amministrativo. Personaggio eclettico, aveva esteso le sue conoscenze anche ai campi della storia, della letteratura, della filosofia e della teologia. Oratore di grande fascino, riusciva a catalizzare l’attenzione del pubblico non solo nelle aule dei tribunali, ma anche sugli scranni del Parlamento Nazionale, dove aveva rappresentato il Collegio politico di Milazzo nell’ottava legislatura. In tarda età, diveniva presidente della Società di Storia Patria e bibliotecario presso il Gabinetto di Lettura a Messina. Perito nel disastro del 28 dicembre 1908, il suo corpo, sommerso dalle macerie, non è stato mai più ritrovato.

Dopo il terremoto, l’Università viveva nuove tribolazioni ma, grazie all’attivismo dei suoi docenti e alla sua antica tradizione, ripristinava prontamente la facoltà di Giurisprudenza, mentre, nello sforzo di rimettere in piedi anche quella di Lettere aveva trovato le ostilità di Gaetano Salvemini: il tenace professore aveva tentato di convincere gli amici docenti convocati dal rettore messinese a non assumere l’incarico professionale, fornendo interessanti motivazioni. Le pagine dei giornali locali dedicavano innumerevoli articoli all’università messinese, illustrando le condizioni disagiate con le quali studenti e professori affrontavano le lezioni e gli studi.

In una sua pubblicazione del 1912, il professor Cammareri, medico chirurgo dell’Università degli Studi di Messina mostrava tutto il suo disappunto nei confronti della politica lasciva del rettore Giovambattista Rizzo, colpevole non solo di non aver intrapreso alcuna iniziativa a favore dell’ateneo messinese ma anche di aver distrutto quanto fatto negli ultimi tre anni di trattative con il Governo. La colpa di Rizzo, a detta di Cammareri, era stata quella di economizzare sulle spese, colpa resa più grave dalla richiesta al ministro di una riduzione dei contributi statali e dalla rinuncia al progetto di ricostruzione dell’architetto Botto, ritenuto «faraonico».

Dati sulle scuole messinesi dell’Ottocento

A Messina, dopo la soppressione della Compagnia dei Gesuiti e l’eversione dell’asse ecclesiastico, l’istruzione, tradizionalmente in mano agli ordini religiosi, si era laicizzata, ma le ubicazioni delle scuole non erano cambiate. Ex conventi e chiese sconsacrate continuavano ad essere la sede degli istituti scolastici: l’ex convento del Carmine accoglieva la Scuola Normale maschile, l’ex convento di S. Domenico la Scuola Normale femminile, l’ex casa dei Teatini dell’Annunziata la R. Scuola Tecnica; corsi di scuola elementare, poi, si tenevano presso la chiesa sconsacrata di S. Giacomo, nell’ex Monastero della Concezione, in S. Maria di Gesù, nell’Oratorio di S. Filippo Neri. L’Istituto tecnico e nautico era collocato presso l’ex convento di S. Filippo Neri, mentre solo il Liceo Maurolico faceva storia a sé, godendo di un edificio completamente dedicato.

Anche la Società operaia aveva trovato una sua collocazione nell’ex convento di S. Francesco d’Assisi.

Secondo un rapporto del prefetto di Messina Carlo Faraldo, fino al 1865, in città e provincia, esistevano 165 scuole primarie diurne maschili e 39 femminili frequentate da 4.931 allievi e 1.399 allieve, 91 scuole serali con 2.607 allievi adulti, un liceo, un convitto, 5 ginnasi, una scuola normale e una magistrale frequentate da 51 aspiranti, sussidiata l’una dallo Stato e l’altra dalla provincia per un totale di 9.345 discenti, «oltre il non piccolo numero di quelli che frequentano le scuole private, in numero di quaranta, con insegnanti legalmente riconosciuti». A detta del prefetto questi risultati, ottenuti in tre anni d’amministrazione, erano lusinghieri ma insufficienti se confrontati con città di «Nazioni più civili».

Nel 1877 Messina aveva compiuto un lungo passo verso la «civiltà»: le Scuole comunali erano dislocate in diciotto zone diverse della città, in altrettanti edifici divisi in un totale di settantaquattro classi. Fra queste, la Scuola Normale Maschile e la Scuola Normale Femminile, i Corsi Normali e i Corsi di perfezionamento, la Scuola Tecnica, le Scuole elementari maschili ed elementari femminili, divise in tre gruppi: mezzogiorno, centrale e tramontana e dotate di succursali di 1°, 2° e 3° classe, le Scuole Maschili diurne e le relative dieci succursali.

A Messina, il numero delle scuole private superava quello delle scuole pubbliche

Quattro erano le scuole comunali e dodici le scuole private dove venivano impartite lezioni di educazione musicale, quattro le scuole di ballo, cinque quelle di scherma, una di ginnastica.

Le vie cittadine che accoglievano il maggior numero di classi erano Via Concezione, Via S. Vito e Via S. Maria del Gesù, presso la popolosa zona di Casa Pia.

Il totale delle scuole private (compresi i convitti e le congregazioni religiose) superava quello delle scuole pubbliche, per non contare l’attività condotta dagli artisti e dagli artigiani nelle loro botteghe.

Centosei era il numero totale degli insegnanti. A questi dobbiamo aggiungere i docenti operanti presso le scuole private, i maestri di bottega, di musica, di canto, di danza, di scherma: altri centonovantanove docenti per un totale di trecentocinque.

Nel breve volgere di un quinquennio le scuole erano aumentate di numero, ma con quali risultati in termini di cultura e istruzione?

Nel censimento del 1881 Messina contava 125.041 abitanti. Il rapporto numerico fra docenti e allievi era, dunque, soddisfacente, prevedendo un insegnante ogni quattrocento abitanti e, mentre il tasso di analfabetismo in Sicilia si aggirava intorno al 95%, nella provincia di Messina era passato dal 90% del 1861 all’85,15% del 1881.

É importante sapere che, nel frattempo, il numero delle frequenze presso le Scuole Comunali si era drasticamente abbassato e, nonostante il Comune trascurasse i molti problemi inerenti l’istruzione obbligatoria, Messina continuava ad essere la città della Sicilia con il più alto numero di istruiti. Di contro era prevalente la forza delle scuole private, situazione tipica di una comunità che poteva permettersi l’istruzione a pagamento. Basti pensare ai numerosi alloggi delle aule scolastiche istituite presso le case di qualche generoso (e, talvolta, bisognoso) personaggio (casa Cambria, casa Fiore, casa Spoto, casa Sindona, casa Villari, casa Mortellaro, palazzo Grano) o negli ex conventi o nelle chiese sconsacrate.

Negli anni ‘80, inoltre, l’importanza dell’istruzione non era solo fine a se stessa o all’attività lavorativa, ma rivestiva connotazioni politiche: per essere elettori ed eletti occorrevano requisiti d’istruzione, oltre che di censo.

L’ingegnere Martinez, nella sua Guida di Messina del 1882, riportava con soddisfazione le spese per l’istruzione pubblica elementare del Comune di Messina.

I risultati si avvertivano quasi subito con l’arrivo della prima generazione post-unitaria di universitari: le amministrazioni del ventennio 1860-1880 avevano visto al comando soprattutto grandi proprietari terrieri, quelle del ventennio successivo numerosi avvocati e professori universitari, a dimostrazione del fatto che chi deteneva il controllo dell’offerta formativa cittadina, esercitava una decisa influenza sull’amministrazione pubblica.

I borghesi in ascesa, che rappresentavano la nuova burocrazia dello Stato unitario arricchitasi con il commercio e gli appalti delle opere pubbliche, amavano circondarsi di opere d’arte, grandiose per mole e difficoltà di esecuzione. In questo molto simili ai loro predecessori che, attraverso l’acquisto di cariche nobiliari, solevano dare una dimostrazione tangibile del potere raggiunto, ostentando ricchezza economica e una cultura a volte effettiva, a volte presunta.


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