Il Gran Camposanto di Messina: un’esigenza straordinaria

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(Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2018)

Nella seconda metà dell’Ottocento, gli intellettuali messinesi chiedevano la rapida realizzazione di un camposanto.

Perché un camposanto monumentale a Messina?

Il pittore Dario Querci scriveva sull’Eco Peloritano del 1853: «Per la città di Messina fa d’uopo un Campo Santo per cui la Decuria invita gli architetti a presentare i loro progetti. Ora che le arti sono nel vero rinascimento siamo sicuri vedere dei bei disegni, sì per la esperimentata abilità dei concorrenti, che per la emulazione». Le motivazioni che da quella data in poi si presentano agli amministratori comunali non sono solo d’ordine artistico, ma riguardano la salute pubblica, l’adeguamento delle strutture cimiteriali alle leggi del regno e, non ultimo, l’intento di dare «onorata sepoltura» ai caduti dell’epica battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860.

Le condizioni igieniche di Messina si erano rivelate ancora più precarie allorquando, nel 1854, la città era divenuta preda di un’epidemia di colera che aveva mietuto ben quindicimila vittime. Nessuno, infatti, si era potuto considerare al riparo ed erano periti in molti, dal bracciante Turi Ciraolo a Silvestro Loffredo, sindaco della città.

L’editto napoleonico del 1804, moderno e innovativo per molti aspetti, esteso all’Italia già nel 1806, vietava di seppellire i morti vicino ai centri abitati ed imponeva determinate procedure di seppellimento (profondità, larghezza e altezza della fossa, distanza dalle altre fosse, sigillatura della cassa, stesura della terra a copertura, spargimento di sostanze deodoranti, omologazione delle epigrafi, recinzione del plesso cimiteriale), allo scopo di garantire la massima protezione igienica ai cittadini. Nonostante i buoni propositi, non erano mancate le contestazioni. Anche Ugo Foscolo, nel suo carme I Sepolcri, aveva sottolineato la leggerezza di un editto che trascurava gli aspetti affettivi della sepoltura della salma, cacciata dai luoghi sacri della città, il che equivaleva a sopprimere una parte della città stessa, con il suo passato, la sua cultura, la forza dell’esempio. Conseguenza della legge napoleonica era il trasloco di molti cimiteri al di fuori delle mura del sito urbano.

E i camposanti nel resto d’Europa?

Sebbene quest’opera di «bonifica» fosse già pienamente attiva in Francia fin dalla fine del XVIII secolo, Parigi aveva visto il suo primo cimitero «moderno» nel 1804, grazie al progetto di Alexandre-Théodore Brongniart (1739-1813).

L’Italia doveva aspettare ancora qualche anno per la realizzazione di  cimiteri costruiti secondo i nuovi canoni: il progetto del Valadier per Roma è del 1807, quello di Pistocchi per Faenza risale al 1808, mentre per l’effettiva costruzione di cimiteri monumentali di grande bellezza ed interesse storico–artistico bisognerà arrivare al 1827 per Verona, grazie al progetto di Giuseppe Barbieri, e al 1851 per Staglieno (Ge), opera di Carlo Barabino e del suo allievo Giovanni Battista Resasco.

L’11 febbraio del 1809 un decreto del re di Napoli Ferdinando III vietava le sepolture nelle chiese ed ordinava la costruzione di un grande cimitero pubblico nelle masserie di Guido Manzi, fuori della grotta di Pozzuoli. Nel 1817, in qualità di re delle Due Sicilie, Ferdinando promulga la legge «per lo stabilimento di un camposanto in ciascun comune de dominij di qua del Faro», estendendo i nuovi criteri di sepoltura ed igiene pubblica anche in Sicilia.

Le esigenze messinesi e la scelta del luogo per il Gran Camposanto

Nel 1854 l’amministrazione comunale di Messina, ancora intenta a contare le vittime del colera e perciò più attenta a dettare le regole per l’igiene cittadina, bandiva il concorso per la progettazione di un camposanto secondo i «Sovrani Regolamenti».

Il nuovo regolamento sui cimiteri, risalente all’11 marzo 1817, prevedeva due importanti criteri per la scelta del sito di un camposanto: uno consisteva nella distanza dal centro abitato (almeno 180 canne), e l’altro riguardava l’ottimizzazione delle spese (erano da preferire i luoghi in cui si trovavano chiese o conventi soppressi). Lo stesso regolamento indicava i requisiti minimi per la creazione di un cimitero: 1. una «terra santa» per l’inumazione dei cadaveri; 2. due fabbricati, uno per l’ossario e l’altro come ospizio dei sacerdoti curatori del luogo santo; 3. un ampio giardino dove collocare monumenti e cappelle gentilizie.

A Messina esisteva un sito adeguato ai requisiti di legge: la «Carrubbara», una vallata a nord della Via del Santo (proprietà del marchese di Poggio Gregorio). A nord-est della vallata stava il soppresso Monastero dei Gesuiti, edificio di grande mole e di bella architettura gotica, con immensi portici che ricordavano Santa Croce in Firenze. Molti architetti lo indicarono come il luogo ideale per l’installazione di un camposanto, adducendo, a maggior conferma, la sua amenità, la sacralità, la bellezza del monastero che nulla avrebbe avuto da invidiare ai camposanti di Bologna, Verona, Vicenza e persino di Firenze e Napoli.

Al Palazzo Municipale venivano presentate ben diciassette proposte diverse circa la collocazione del nuovo camposanto, fra queste il Collegio Decurionale ne sceglieva due: la zona della Carrubbara e quella «sopra ai Miracoli», dove si svolgevano le tradizionali feste autunnali intitolate a S. Cosimo. Tale sito era distante almeno un miglio in più da quanto richiesto dalla legge, inoltre non accoglieva nessun fabbricato, se non quello dei PP. Agostiniani, da demolire perché versante in pessime condizioni. Il sito più distante fra quelli proposti era Gazzi (1300 canne dal centro abitato).

Quale sito era gradito, dunque, all’Amministrazione comunale del 1855?

La scelta del luogo dove sarebbe sorto l’attuale Camposanto era legata al magnifico progetto presentato dall’architetto Savoja, ben supportato da rilievi geologici ed impianti architettonici di stampo neoclassico.

Tornano utili, ai fini di questa ricerca, le numerose contestazioni d’architetti e geologi della città circa la scelta del sito operata dal Comune. Nel 1861, infatti, i lavori non erano ancora iniziati e si continuava a discutere intorno alle spese da affrontare, considerato anche il deficit di 51.578,25 ducati procurato dall’amministrazione borbonica alle casse comunali. L’architetto Odoardo Montanaro, viste le indecisioni e il continuo temporeggiare degli amministratori municipali, offriva i suoi progetti a titolo gratuito, dichiarando di rinunciare anche all’eventuale nomina di direttore dei lavori. Montanaro allegava ai disegni un piano di fattibilità, in cui dimostrava, numeri alla mano, che il camposanto di Messina poteva realizzarsi al costo di soli 15.000 ducati, che tale spesa sarebbe stata coperta, nell’immediato, da un mutuo bancario restituibile in venti anni con il ricavato dalla gestione d’esercizio del cimitero, la vendita e il mantenimento delle cappelle, degli spazi per i monumenti e delle tombe. L’architetto Montanaro, persona modesta e di specchiata onestà, sosteneva che l’idea non fosse propriamente sua ma che derivasse da un sopralluogo effettuato a Parigi. Qui era rimasto folgorato dalla notevole semplicità con cui i francesi avevano dato vita al cimitero di Pére Lachaise. Sapeva, ad esempio, che tale cimitero era stato creato su un terreno di proprietà di padre Lachaise nel 1804, che il Comune di Parigi si era limitato a comprare dal sacerdote sedici salme di terreno, a costruire un muro di recinzione e, all’interno, una Cappella «d’architettura semplicissima». Il cimitero era divenuto monumentale solo grazie all’apporto delle famiglie o, per usare le parole dello stesso Montanaro: «… i privati, e non già il Comune, formano col tempo tutto il bello artistico, e la grandiosità di un Camposanto».

Infine, era convinto che quegli anni fossero propizi per l’attuazione del suo progetto poiché alla carica di prefetto di Messina sedeva il messinese Giuseppe Natoli. Probabilmente Montanaro sperava nella concertazione delle forze politiche, dal momento che il 20 aprile del 1861 l’avvocato Salvatore Natoli era stato eletto sindaco e nella Giunta si raccoglievano il possidente Giuseppe Cianciafara, il nobile Gaetano Loffredo e il cognato banchiere Francesco Lella Siffredi, tutti interessati, anche se per motivi diversi, alla gestione del Gran Camposanto.

In quel periodo, tuttavia, le opere pubbliche da ultimare erano tantissime e sarebbero passati altri quattro anni prima che il Comune approvasse uno dei progetti e l’esecuzione dei lavori.


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