Il Seicento e il Barocco

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

IL SEICENTO: sangue e genio

Il Seicento è un secolo di grandi contraddizioni. La maggior parte di queste nascono dai grandi scontri sociali e religiosi di inizio secolo, cominciati all’epoca della Riforma e confluiti nell’ultima sanguinosissima guerra, detta dei Trent’anni (1618-48). La guerra si conclude con il trattato di Westfalia (1648), con il quale si decide:

  1. la spartizione del territorio europeo fra le nazioni belligeranti: è la base della futura Europa;
  2. il principio della non ingerenza delle Nazioni nelle questioni interne;
  3. l’accettazione del pluralismo confessionale (con un nord Europa protestante e un sud cristiano-cattolico).

L’Italia non vive in prima fila questo poderoso scontro, ma è vittima delle conseguenze scatenate dal conflitto, a cominciare dalla peste che colpisce Milano nel 1630 e tante altre città. Il peso fiscale dei dominatori spagnoli incombe sul Regno di Napoli, la Sardegna e la Sicilia al punto tale che un gruppo di popolani capeggiati da Masaniello tenta l’insurrezione, soffocata in breve nel sangue con l’intervento dell’esercito dei signori locali.

Giordano Bruno

Ma il risultato degli scontri religiosi non sono solo battaglie sanguinose: è in atto un grande cambiamento culturale, legato all’avvento della scienza quale studio autonomo e indipendente (l’Accademia dei Lincei nasce nel 1603). La Chiesa, nonostante i suoi tentativi di ammodernamento, rimane sempre indietro rispetto alla società reale: nel febbraio del 1600, condanna Giordano Bruno al rogo come eretico; anche Galileo nel 1633 è costretto ad abiurare le sue tesi astronomiche perché ritenute in contrasto con la Bibbia.

Il panorama del pensiero europeo è molto ricco e continuamente rinnovato da intellettuali del calibro di Tommaso Campanella, Spinoza, Cartesio e Pascal. Ma anche l’arte non manca di caratterizzare questo affascinante secolo con le sperimentazioni luministiche e spaziali del barocco. Un vivo fermento artistico si registra a Bologna, dove un gruppo di pittori parte dalla lezione dei classici per scoprire, in ardite prospettive, le meraviglie dell’illusione ottica. Ne fanno anche uno strumento per dare voce alle nuove esigenze propagandistiche della Chiesa.

I Carracci, protagonisti e fondatori dell’Accademia degli Incamminati, raffigurano, come da contratto con le autorità ecclesiastiche post-tridentine, figure di santi e uomini in preghiera, particolarmente contriti, assorti, compassionevoli cioè partecipi della passione degli uomini e di Cristo. A popolare questi dipinti anche i derelitti, i reietti, gli abbandonati, gli emarginati della società: le emozioni del grande realismo pittorico cominciano ad emergere prepotenti. 

Annibale Carracci, Salma di Cristo, olio su tela (1583-85). Figlio di Antonio e fratello minore del pittore Agostino, si formò presso bottega del cugino Ludovico, insieme al quale fondò nel 1582 l’Accademia dei Desiderosi (chiamata in seguito Accademia degli Incamminati), in cui imparò a coniugare l’attenzione al disegno tipico della scuola fiorentina con il gusto per il colore proprio di quella veneziana.

Il Giubileo del 1600

Un altro evento determinante per la vita artistica del momento è la celebrazione del Giubileo del 1600. Migliaia di fedeli si riversano a Roma, confermando la sua autorità in campo religioso, in barba ai protestanti: le famiglie bene si mettono in mostra commissionando quantità industriali di opere d’arte da esporre presso i propri palazzi. È un secondo rinascimento. Un particolare spunto viene dato dal ritrovamento, avvenuto nel 1599, del corpo incorrotto di Santa Cecilia nei restauri della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Il giovane scultore Stefano Maderno realizza una raffigurazione particolarmente commovente della santa, ricordandone la posizione del ritrovamento: piegata su un fianco, con la testa girata e poggiata come se stesse dormendo. Diventa il simbolo della giovinezza incorrotta e dei grandi valori delle origini del cristianesimo.

Stefano Maderno, Martirio di Santa Cecilia, Chiesa di Santa Cecilia, Roma.

IL BAROCCO

Il vocabolo «barocco» è di origine incerta, forse un sil­logismo di tutto ciò che è strano e artificioso, probabilmente derivato da una parola spagnola indicante una perla di forma irregolare. Il barocco artistico, come il barocco letterario, con­siste nel desiderio di novità.

Gli artisti sentono che il Rinascimento è giunto ad un grado di perfezione oltre il quale non resta che la creazione ex-novo; e poiché impossibile riesce la crea­zione di un nuovo contenuto e di una nuova coscienza, ci si illude di creare modificando le forme.

Il barocco è, infatti, nella sua intima sostanza, forma­lismo, magniloquenza, movimento, intemperanza, estro, genialità.

Esso era già latente in molti autori del Cinquecen­to: come nel vivo movimento dell’arte di Michelangelo (la “terribilità”), di Tiziano, di Tintoretto; nel decorati­vismo del Sansovino e del Vignola, e in certe leziosità e audacie cromatiche del Correggio.

Il barocco si diffonde rapidamente in Italia, sia per il sopravvento del gusto spagnolo, sia per il movimento della Controriforma, la quale celebra attraverso il nuovo stile il suo trionfo (stile gesuitico).

Tipica del barocco è la tendenza delle singole arti ad evadere i propri limiti tecnici: l’architettura tende alle linee curve e capricciose, ai cornicioni spezzati, alle mensole decorative, agli effetti chiaroscurali, la scultura tende al chiaroscuro, ai giochi di luci o d’ombre; la pit­tura mira ad effetti decorativi.

Sarebbe errato considerare «decadenza» tutto il barocco. Esso prelude in molti punti a certi valori caratteristici dell’arte moderna, come la prevalenza della fantasia sulla ragione; e molte opere raggiungono un’espressione così maschia e vigorosa da imporsi per sempre all’ammira­zione degli uomini.

Roma, centro del Barocco, deve appunto a questo stile la sua impronta grandiosa.

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