Francesco Borromini, genio incompreso

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

 FRANCESCO BORROMINI (1599-1667), nasce il 27 settembre del 1599 a Bissone del Canton Ticino, in Svizzera. Il suo vero nome era Francesco Castelli. Con ogni probabilità, assunse il cognome Borromini per distinguersi dai molti Castelli presenti tra le maestranze edili, in onore del nonno Giovanni Pietro “Brumino” o Bromino o Borromino.


Intorno al 1608 è già a Milano e lavora come scalpellino e intagliatore di marmi, anche presso la Fabbrica del Duomo, mentre è attestata la sua presenza a Roma già nel 1620, secondo il suo biografo Baldinucci. Qui collabora con un parente acquisito, l’architetto Carlo Maderno, presso il cantiere della Basilica di San Pietro. Morto il Maderno, viene affiancato al nuovo direttore dei lavori, lo scultore-architetto Gian Lorenzo Bernini.
Il patrimonio formativo che Francesco si porta dietro non è solo legato alla cultura artistica lombarda, ma anche alla tradizione romanica e gotica che si riversava sul Duomo di Milano. In un colpo d’occhio, una serie di stili, di tecniche e di soluzioni architettoniche gli passano davanti, travalicando i secoli.

Nel 1619 è impegnato, con il doppio cognome Castelli – Bromino, nei lavori per la basilica di San Pietro in Vaticano come assistente dello zio Leone Gravo, domiciliato presso il vicolo dell’Agnello in San Giovanni dei Fiorentini. Gravo, era un altro valente scalpellino distintosi presso la Fabbrica del Duomo di Milano e adesso in cerca di fortuna e nuove committenze a Roma. Qui sposò la nipote di Carlo Maderno, Cecilia, nel 1610.
Nel 1620, a un anno dalla sua collaborazione, lo zio Leone cadeva da un’impalcatura di San Pietro, lasciando la sua bottega e il posto presso il cantiere romano. Borromini fu pronto a raccoglierne l’eredità.

La collaborazione con il Maderno si fa sempre più stretta e verte sempre più verso il disegno tecnico. Lo si nota dalle bozze del cantiere di Sant’Andrea della Valle (1621), il restauro del Monte di Pietà (1623), del portico del Pantheon (1624), del palazzo del Quirinale (1626), lavori affidati al Maderno in cui appare l’impronta dell’allievo Borromini.
Ancora Maderno è il tramite tra i giovani Borromini e Bernini. L’occasione è il cantiere di Palazzo Barberini, voluto da Urbano VIII come residenza da destinare ai propri nipoti Francesco e Taddeo. Sembrerebbe che qui il Maderno lasciò largheggiare il giovane Francesco, ben oltre la scala a chiocciola e le porte del salone, benché come prosecutore dei lavori, alla morte del Maderno, fu designato Gian Lorenzo Bernini.

La collaborazione Borromini-Bernini influenzò entrambi gli artisti, come si può notare nel progetto berniniano del baldacchino della Basilica di San Pietro (dove capitelli e coronamento con volute a dorso di delfino sono d’impronta borrominiana), come nella borrominiana fontana delle Api in Vaticano si assiste all’impronta del Bernini.
È probabile che la rottura del rapporto tra i due architetti sia avvenuta nel 1633, quando, secondo Bernardo Castelli, Borromini si andava lamentando del fatto che Bernini si fosse fatto bello con le sue fatiche di Palazzo Barberini.

Borromini era un infaticabile ricercatore del nuovo e dell’originale: cercava, in maniera quasi spasmodica, di distinguersi dalle opere dei suoi colleghi. Sembrava alla continua ricerca di un’identità sua, di un’impronta che lo distinguesse per sempre. Quest’atteggiamento non era solo un retaggio del Manierismo, quando nella consapevolezza di non poter raggiungere i grandi del Rinascimento, li si emulava, ma anche il risultato di innumerevoli contrasti sorti nei cantieri di lavoro, evidentemente assorbiti malamente.

A questa ricerca di distinzione ben si affiancava il suo leggendario rigore morale, che confluiva pure nella scelta dei materiali da utilizzare per la costruzione degli edifici. Si trattava, infatti, sempre di materiali poveri: mattoni, intonaco bianco, stucco. L’idea era quella di nobilitarli attraverso la creatività artistica e l’abilità tecnica. Il confronto era soprattutto con se stesso e con il mondo classico, dal quale apprendeva linee e forme per poi stravolgerle in maniera originale e complessa. Il risultato era un barocco raffinatissimo e delicato; in più, la scelta dei colori chiari e uniformi evidenziava maggiormente la qualità dell’elaborazione architettonica. La sua tecnica, inoltre, impreziosiva gli spazi piccoli e angusti, perché basata su illusioni ottiche, sulla molteplicità dei ritmi e sulla massima luce.

Questo rigore scientifico veniva apprezzato dagli ordini monastici, che difatti furono fra i suoi maggiori committenti, mentre gli fu difficile entrare nella cerchia pontificia, monopolio del Bernini.
Contrariamente al suo rivale Bernini, concentrato sulle grandi opere all’aperto, sulle superfici ampie delle soluzioni volumetriche.

Al 1635 risale il suo primo lavoro autonomo, San Carlo alle Quattro Fontane, detto San Carlino, ottenuto grazie all’intercessione dell’ex amico Bernini con il cardinal nipote di Urbano VIII, Francesco Barberini.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1635-1644, facciata.

Opere. Colonnato di Palazzo Spada, a Roma, di carattere ancora cinquecentesco e maderniano ma con le ultime colonne avvicinate per aumentare il senso della profondità.

Chiesa di S. Carlino alle Quattro Fontane, a Roma, con pianta ellittica e cappelle radiali, massima affermazione del Borromini barocco.

La facciata presenta per la prima volta l’ondulazione della parete, con conseguente spostamento della colonna dalla posizione normale retta a quella obliqua: motivo poi tipico di molti edifici barocchi.

Da notare pure la curiosa “garretta”, sormontata da una tabella ovale, nel centro della facciata; il campanile con coronamento a pagoda; e una cupola di assai bizzarra decorazione.

Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1635-1644, cupola.

Palazzo di Propaganda Fide e Oratorio dei Filippini, altri esempi di facciata ondulata.

Chiesa di S. Agnese a Piazza Navona, capolavoro. La facciata presenta la solita parete ondulata, campanili laterali ellittici sormontati da cappelli cinesi, e grandiosa cupola. Si comprendono perciò le censure mosse a questa fac­ciata dai gelidi classicisti della fine del Settecento.

Chiesa di S. Ivo alla Sapienza, uno dei più stravaganti edifici di Roma. L’esterno presenta una facciata ricurva, e una cupola su tamburo che ricorda il pinnacolo di una pagoda; l’in­terno richiama la forma dell’ape araldica dei Barberini.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, 1642-1662.

Campanile di S. Andrea delle Fratte, a Roma, in cui da un ripiano quadrato si passa ad uno circolare, e ad un altro puramente plastico di cariatidi, guglie e spirali.

Restauro della Basilica di S. Giovanni in Laterano, cui il Borromini tolse definitivamente il carattere tradizionale­, per improntarla alla grandiosa fastosità del barocco. 

Alla disputa con il Bernini sin dai tempi della collaborazione per l’edificazione di Palazzo Barberini, fecero seguito le cattiverie degli ambienti di corte papalina, che portarono l’ambizioso progettista a rinchiudersi in un irrequieto isolamento. Finché, nel 1667, non decise di togliersi la vita infilzandosi con la sua stessa spada, in seguito all’alterco sorto nei confronti di un suo servo che si rifiutò ad accendergli la luce per la lettura notturna.

Secondo le sue disposizioni, fu seppellito presso la tomba del maestro Carlo Maderno, nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, vietando che fosse scritto il proprio nome.


 

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