Colantonio del Fiore

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Non abbiamo notizie certe sui natali del pittore operativo a Napoli tra il 1440 e il 1470, importante punto di contatto tra il mondo artistico borgognone, provenzale, valenciano, catalano e italiano.

La base della sua formazione artistica dovrebbe coincidere con la presenza di Renato d’Angiò a Napoli (1435-1442), quale erede di Giovanna II e importatore della cultura artistica delle sue terre di Provenza, e di Alfonso il Magnanimo, quale conquistatore del regno e grande mecenate di una ricca corte di artisti di varia provenienza. Il re Alfonso aveva acquistato nel 1445, tramite il mercante valenciano Giovanni Gregori, un San Giorgio di Van Eyck, un trittico con San Girolamo appartenuto al mercante genovese Lomellino e si era fatto allestire un ciclo di arazzi di Rogier van der Weyden raffiguranti La Passione di Cristo per addobbare la «sala del Trionfo» di Castelnuovo.

Direttamente o indirettamente, non è dato al momento saperlo, la lezione di Claus Sluter, van Eyck, Rogier van der Weyden e Jacomart è presente a Napoli attraverso Colantonio.

Barthèlemy d’Eyck, Geremia, particolare, 1445, Museo reale delle belle arti, Bruxelles.

Lo rileviamo attraverso l’associazione iconografica fra alcuni dettagli del Trittico attribuito allo sconosciuto Maestro dell’Annunciazione di Aix, che qualcuno ha voluto identificare nello stesso Colantonio e i più in Barthélemy d’Eyck, e il S. Girolamo nello studio (oggi nella Pinacoteca di Capodimonte a Napoli) di Colantonio: la disposizione e la tipologia di alcuni oggettisi sovrappongono quasi perfettamente.

Colantonio, San Gerolamo nello studio, particolare, 1450, Museo di Capodimonte, Napoli.

Il San Girolamo di Colantonio risale alla fase giovanile del pittore. Ordinato dal re spagnolo di Napoli, Alfonso V, intorno al 1445, per la chiesa francescana di San Lorenzo a Napoli, era un elemento di una pala d’altare più complessa, della quale facevano probabilmente parte anche San Francesco che consegna la regola ai francescani e alle clarisse e i Beati Francescani.

La disposizione non finalizzata dei libri e dei vari oggetti sugli scaffali dello studio di San Girolamo è di chiara derivazione fiamminga, invita lo spettatore a perdersi nei singoli dettagli dell’opera e a respirare la densa e polverosa aria di un ambiente vissuto da un uomo di cultura, fra libri segnati da foglietti o chiusi da sottili fibbie di cuoio, uno ancora chiuso in un sacco da trasporto, luccicanti ampolle trasparenti, cartigli appesi in ogni angolo, uno in basso a destra persino preda di un piccolo topo ben riparato nella sua tana.

Colantonio del Fiore, San Girolamo nello studio, 1450 circa, Museo Capodimonte, Napoli

È il trionfo del «topo di biblioteca», dello studioso per eccellenza, che sconta la sua prigionia volontaria in compagnia di se stesso e degli esseri animati e inanimati che popolano la scena e riempiono i suoi giorni.

Nel dipinto di Colantonio, San Girolamo conserva tutti gli elementi della tradizione iconografica, tranne gli abiti anacronisticamente francescani, con ogni probabilità ispirati a San Bonaventura, grande estimatore del Santo di Stridone che, fra il IV e il V secolo d. C., si occupò della traduzione della Bibbia dal greco e dall’ebraico in latino.

L’iconografia classica vede Girolamo in veste cardinalizia e con il libro della Vulgata in mano, oppure in mezzo al deserto con una veste logora e con il galero appoggiato per terra, in segno di rinuncia al potere. Accanto a lui, si trova spesso un leone cui estrae una spina dalla zampa, un crocifisso, un teschio simbolo di penitenza o la pietra con cui si martoriava il petto.

Qui, abbiamo, da sinistra: il galero appoggiato su un tavolo, la Vulgata aperta sullo scrittoio, il leone seduto in attesa dell’estrazione della spina.

Andrea del Castagno, Apparizione della Trinità ai santi Girolamo, Paola ed Eustochio, 1453-54, cm 285 × 173, Basilica della Santissima Annunziata, Firenze.

Il tema del “San Girolamo nello studio” è stato molto dibattuto nel corso del Quattrocento. Una versione «fuori dal coro» ci viene offerta da Andrea del Castagno, con la sua Apparizione della Trinità (1453), presso la Santissima Annunziata di Firenze. Andrea rappresenta un San Girolamo circondato dalle sue allieve Paola ed Eustochio, che invogliarono e coadiuvarono Girolamo allo studio biblico, traducendo in latino i testi della Vulgata dall’ebraico e dal greco: tre personaggi (e non più solo uno), di cui due donne linguiste e letterate, di straordinario valore per la cristianità e la diffusione del Cristianesimo. Valeva la pena citarlo, in questa occasione, quale spunto di ricerca e per il riferimento al nome Eustochio, assunto anche dalla santa messinese.

Così come risulta utile al nostro percorso fiammingo in Italia l’opera San Francesco che consegna la regola ai francescani e alle clarisse, che riporta notevoli influenze sia fiamminghe, sia provenzali, sia catalane.


Tratto da Dario De Pasquale, Antonello da Messina e il suo tempo, ABC SIKELIA Ed., 2022

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