Messina? Già cancellata prima del terremoto

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Nel precedente articolo Da «Via del Corso» a «Corso Cavour» abbiamo visto come Messina avesse subito restyling urbanistico con la nascita del Regno d’Italia. Qui si riportano le modifiche introdotte dall’architetto più in voga in quel momento, il patriota Giacomo Fiore, pronto a cancellare “secoli di soggiogamento al regime borbonico”.


“Abbattiamo la Cittadella e il Forte Gonzaga!”

2. All’alba dell’Unità, Messina era in pieno subbuglio, si credeva finalmente libera da ogni oppressione fiscale mentre continuava a mantenere i privilegi del portofranco.
Sulla scia dell’insurrezione popolare e del cambiamento, i simboli delle passate dominazioni furono prontamente abbattuti. Antichi e nobili edifici furono riedificati e si destinarono nuove aree urbane alla costruzione di strutture per lo svago e il tempo libero. Nel fervore della rinascita, arrivarono le proposte degli architetti locali a favore del rimodernamento dell’impianto urbanistico. Si trattava di progetti di notevole spessore culturale ed architettonico, forse anche sovradimensionati rispetto alle reali esigenze della città, ispirati agli stili delle grandi capitali europee.
L’architetto Giacomo Fiore, in uno scritto infarcito di patriottismo e idee illuminate, suggeriva alla nuova amministrazione comunale, retta dal professor Felice Silipigni, un rinnovamento che partisse dal centro storico della città, da Piazza Duomo, con l’ultimazione del portale gotico «interrotto per le calamità della guerra spagnuola combattuta nel 1674-78 […]», la costruzione di due nuove tribunette in sostituzione dell’attuale «informe ammasso di Campanile che torreggia con tanto pericolo», il restauro della Fontana di Orione, sforacchiata «in orribile guisa dalle bombe e dalle mitraglie grandinate su di noi» nel 1848, con la proposta d’inserire una piattaforma con ringhiera e, in direzione di ogni grifone, otto candelabri, reggenti altrettanti globi di cristallo, riportanti i colori nazionali e il nome degli stati italiani: Sicilia, Napoli, Roma, Parma, Modena, Lombardo-Veneto, Piemonte, infine l’erezione di una grande Piramide con quattro bassorilievi in bronzo raffiguranti la liberazione dal regime borbonico. Chiedeva, inoltre, che la facciata della Cattedrale fosse dotata di una moderna illuminazione a gas, in sostituzione degli obsoleti lumi ad olio, causa del turpe annerimento della superficie muraria e anche del suo sgretolamento, poiché gli operai addetti all’accensione dei lumini vi appoggiavano continuamente le scale a pioli.
Altre proposte di stampo patriottico riguardavano l’eliminazione di ogni traccia dell’oppressore spagnolo:

  • la costruzione di una gigantesca Statua della Libertà davanti al Palazzo di Giustizia, in luogo dell’infamante statua «in cui il superbo spagnolo in trionfo volle mostrarsi in bronzo, con Messina piangente sotto le zampe del suo cavallo»;
  • la riedificazione del Caffè dei Nobili, da ribattezzarsi «Caffè Italiano» ad imitazione del famoso Caffè Pedrocchi del Lombardo-Veneto, con le sale del Caffè per la colazione e il gioco, lieti convegni e il nobile gabinetto di lettura;
  • la trasformazione della Strada d’Austria in via Primo Settembre, con l’abbattimento del baluardo di Don Blasco e la vista indisturbata del mare e della sorella Reggio;
  • la demolizione della Cittadella, creata dal «crudelissimo spagnolo», e la costruzione, in suo luogo, di «un dolce sito» per parco, ballo, giochi, arena, teatro diurno per il popolo, accessibile ai pedoni, alle barche e alle carrozze;
  • la demolizione del forte Gonzaga sito in Montepiselli, risalente al 1540, per dar luogo a un ridente villaggio.

Non mancavano suggerimenti di carattere economico, come la costituzione di un’alleanza commerciale tra Messina, Catania, Siracusa e Noto, perchè anche le altre città siciliane potessero usufruire del beneficio del porto franco messinese e vedere i loro affari prosperare per mare.
Buona parte dei progetti dell’architetto Fiore, ben in linea con i progetti di rinascita liberale del Governo nazionale e municipale, non andarono inascoltati e, nel giro di due anni, grazie all’operato del Sindaco Salvatore Natoli, venne chiesto, e si ottenne, un mutuo comunale. Sarebbe servito a dare lavoro a quei cittadini messinesi che versavano in tristi condizioni dopo la «lunga guerra a noi fatta dall’esacrata Cittadella» e «perché risorgesse in fiore la bella Messina vituperevolmente oppressa arsa e saccheggiata con fratricida rabbia dal 1847 al 1861».
Cosicchè lo stesso Fiore poteva riportare, non senza una punta d’orgoglio, l’elenco delle opere finanziate a distanza di due anni dalle sue proposte:
«1°. L’impianto d’un grande e magnifico Camposanto, con un monumento pei prodi caduti il 20 luglio nella veramente epica battaglia di Milazzo, che affrancò il paese d’una strage che sarebbe tornata non meno funesta del 48.
2°. Il completamento e rifinimento del maestoso prospetto gotico della Chiesa Madre: decorarsi la gran Cupola con due Campanili, e nobilitare ed allargare la Piazza del Duomo, demolendo quella massa informe e gigante di campanile; e ciò non solo in rendimento di grazie alla SS. Vergine protettrice, ma per ricordevole onoranza del glorioso avvenimento del 1° settembre del 47, chè lì sventolò italiano vessillo, che fu la prima scintilla dei grandi avvenimenti, che stanno ora svolgendosi in Europa.
3°. Estendersi con un suntuoso Ponte, e lastricarsi coi bei marciapiedi rilevati, la magnifica strada Garibaldi, con disporre l’illuminazione a Gas, con eleganti candelabri sul margine d’essi marciapiedi, e ciò ad onore e ricordo, che quella fu la strada in cui su le braccia del popolo entrò l’eroe Garibaldi».
Finanziate, ma non immediatamente attuate. Fiore dovette restare particolarmente deluso se nel 1866 il Consiglio comunale era ancora alle prese con il bando di un concorso per l’abbellimento della piazza del Duomo.
L’architetto Fiore fu anche uno dei maggiori promotori dell’estensione della via Garibaldi verso nord, e fu ancora lui, nel 1869, a chiedere al prosindaco Loffredo Marchese di Cassibile di spostare le fornaci, «con le sconce tettoje delle mattonaje e quei vortici di fumo nero e cenere», a Ritiro, dove, per la ricca creta che vi si trovava, erano già state trasferite quelle di proprietà Arenaprimo e Gentiluomo.
Subito dopo Natoli, l’ex senatore del regno borbonico Giuseppe Cianciafara ricoprì la carica di sindaco per molti anni. I suoi mandati furono caratterizzati da accese discussioni consiliari, seguite dall’apertura dei lavori delle maggiori opere pubbliche della città:

  • il Gran Camposanto (1865),
  • la Cassa di Risparmio Principe Amedeo (1867),
  • il progetto per il nuovo piano regolatore edilizio (1867),
  • i Magazzini Generali,
  • la Dogana,
  • il deposito di oli minerali e carbone distribuiti fra le zone di Terranova e del Lazzaretto (1879),
  • il traforo della Galleria Peloritana per il passaggio della strada ferrata e per la futura realizzazione di
  • un grande acquedotto comunale (1882).

Messina, la città dei liberali al potere

La città cominciava una lenta trasformazione, con l’attivazione di grandi progetti che avrebbero dovuto incentivarne i trasporti, garantirne l’igiene pubblica e ricordare il suo cuore rivoluzionario. I progetti del demagogico Fiore furono accettati soprattutto per il loro contenuto patriottico e liberale. D’altra parte, la città si preparava ad accogliere le abitazioni della nuova classe dirigente: un esercito d’intellettuali rientrati dall’esilio forzato ed esponenti della piccola borghesia che da lì a poco terranno in mano la città. 

In epoca borbonica, l’ingegnere Leone Savoja si era più volte pronunciato sull’ammodernamento urbano, suggerendo una serie di idee innovative: 

a) la costruzione di una nuova strada che tagliasse via Monasteri e corso Cavour, direzione S. Marta, passando per S. Domenico e S. Vito; 

b) un riempimento alla fine della via Garibaldi, all’altezza della casa Mauromati (l’unica casa esistente oltre le baracche), per consentire il passaggio di un ponte sul torrente S. Francesco di Paola; 

c) un piccolo traforo attraverso le colline di Tremonti che avrebbe unito la città alla strada provinciale della fascia tirrenica; 

d) la confluenza delle acque di S. Michele, all’altezza di via Garibaldi, per formare una «bellissima cascata su la collina Agliastro». 

Dopo l’unità d’Italia, i progetti del Savoja furono abbandonati per la loro natura apparentemente conservatrice o, come disse più verosimilmente il suo biografo Basile, «perché atterrito dalle opposizioni che gli preparavano gli invidi». Salvo poi essere parzialmente approvati dal Consiglio comunale sotto la guida del sindaco Cianciafara che per Savoja aveva una particolare predilezione. 

Come si evince da una mappa del 1874, la città era ancora circondata da una cinta di mura fortilizie che tagliavano le dorsali collinari. Fra queste e il porto appariva un imponente addensamento d’abitazioni che cominciavano a diradarsi a nord, a partire dal torrente Ritiro, e a sud, oltre il torrente Zaera.

In trent’anni circa, le abitazioni cominciarono ad addensarsi fino a via Santa Cecilia verso Catania (sud, sempre prima del torrente Zaera) e fino al torrente San Francesco di Paola verso Ganzirri (nord, fino all’Annunziata vi era solo qualche sparuto casolare), come si evince da questa cartina del 1902:

I centri più popolosi della città erano

  • Casa Pia (dal torrente Trapani al torrente Boccetta),
  • Monasteri (dal torrente Boccetta al torrente Portalegni),
  • Porta Imperiale (dal torrente Portalegni al torrente Zaera).

Fra le grandi arterie di circolazione stradale, dal porto all’entroterra, vi erano:

  • Corso Vittorio Emanuele,
  • Corso Garibaldi, che diventava via Cardines oltre la via I Settembre,
  • Corso Cavour, che diventava via Porta Imperiale verso sud e si ricongiungeva con il Corso Garibaldi a nord,
  • via Casa Pia che, oltre Boccetta, diventava via Monasteri.

Il piano della Mosella, ovvero la parte compresa tra la via Cardines e la ferrovia Messina-Catania, veniva dedicato a pubblici giardini e alla coltivazione arborea.

La zona falcata del porto, con la vecchia Cittadella, la Lanterna, il forte di S. Salvatore, il Lazzaretto e i due cimiteri nazionali inglese e francese, non subì grosse variazioni.


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:

  1. Messina 1908-2018: i 110 anni del terremoto che unì gli italiani più dell’Unità
  2. 28 DICEMBRE 1908: storia di una tragedia annunciata
  3. Storia di un superstite del terremoto di Messina: Antonio Barreca
  4. Messina 1908: “quale spettacolo terrificante!”
  5. Storia del primo telegramma che annunciò il terremoto di Messina al mondo
  6. Da «Via del Corso» a «Corso Cavour»

(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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