Giuseppe Cianciafara, sindaco di Messina

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Le origini

Nato a Messina il 13 febbraio 1821 da Paolo, possidente terriero, e Caterina Donato, presso l’abitazione di loro proprietà di via Scesa San Giacomo, compì gli studi presso l’oratorio di S. Filippo Neri dei Padri Minoriti.

In età adulta abbandonò la casa paterna per abitare in via del Rovere, in un grande palazzo a pochi passi dal municipio, il cui androne fu utilizzato per diversi anni come magazzino per i cantieri stradali.

Già senatore del Regno borbonico, Giuseppe Cianciafara visse il passaggio dal regime di Ferdinando II a quello di Vittorio Emanuele II re d’Italia, sempre in qualità di amministratore del Comune. Sin dalla giovane età si distinse come uomo politico ed affarista in Messina, in tempi in cui la linea di governo privilegiava gli interessi dell’aristocrazia agraria. 

Non molto tempo dopo, in seguito all’eversione dell’asse ecclesiastico, voluta dal governo Ricasoli ed eseguita da quello Rattazzi, la destra nazionale puntò non solo alla cura ma anche all’incremento degli interessi imprenditoriali della nuova borghesia,  ancora incentrati sulla terra. Non a caso il re d’Italia scelse il giovane possidente terriero Cianciafara alla guida della città dello Stretto nel 1863: un uomo influente, già avvezzo al mondo della politica, ben visto sia dalla nobiltà cittadina sia dall’emergente borghesia affarista. 

La scelta di questo quarantenne ambizioso e lungimirante fu molto azzeccata, visto che riuscì a restare a capo dell’amministrazione comunale per circa un ventennio, seppur con qualche interruzione. Persino la Sinistra lo elesse a primo cittadino nel 1876, poiché ancora una volta interprete dei nuovi cambiamenti politico-economici che investirono non solo la città di Messina ma tutta la nazione.

Da senatore borbonico a sindaco sabaudo

Dopo l’Unità d’Italia, i rappresentanti delle due borghesie urbane messinesi, l’immobiliarista e la mercantile, confluirono nel consiglio comunale, ma già da tempo avevano definito i termini di un’aspra contesa affaristica nel campo dell’edilizia. Dal momento in cui erano gli stessi ad eleggere gli assessori, il sindaco si trovò nell’improbo compito di operare una conciliazione fra le due parti. In questa difficile posizione stava Giuseppe Cianciafara al momento del suo insediamento, il 3 novembre 1863. Pur tuttavia, con manovre a volte audaci, a volte dettate dal fare del buon padre di famiglia, tra lodi e contestazioni, l’intraprendente sindaco riuscì nell’intento, consegnando ai posteri una città ricca d’innovazioni architettoniche e tecnologiche e di tutti i pubblici servizi.

La ricostruzione della città di Messina a cura di Cianciafara

Proprio con il sindaco Cianciafara, Messina diventò città, nel senso ottocentesco del termine: un luogo aperto, brulicante di architetture neobarocche e neoclassiche, dove si moltiplicavano i luoghi d’incontro, i teatri, i caffè, le biblioteche, le scuole. Dove era possibile la gestione del tempo libero, grazie ai giardini, alle fontane, ai monumenti, ai viali. Dove si scopriva il dovere d’accoglienza e si rivendicava il diritto d’associazione attraverso le piazze, i portici, gli alberghi. Dove nascevano nuovi uffici pubblici e strutture a servizio delle attività portuali e commerciali, come i magazzini e gli uffici doganali.

Statua di Nettuno, opera del Montorsoli, Messina. Notare il particolare dei lampioni (prima a olio, poi a gas, infine elettrici).

Al centro di queste opere pubbliche, Leone Savoja, l’architetto preferito dallo stesso Cianciafara e autore del Gran Camposanto di Messina. Tali opere, che avrebbero dovuto consegnare alla città un volto europeo, furono una vera rivoluzione per la città di Messina, sia sul piano finanziario sia su quello culturale. Nonostante le difficoltà dovute alla particolare orografia del territorio, ai ritardi dei finanziamenti statali, all’incuria dei cittadini, all’impreparazione tecnica delle ditte appaltatrici e alle speculazioni, l’amministrazione Cianciafara riuscì a creare una città nuova, a misura di borghese, dotandola di un nuovo assetto viario, dell’illuminazione a gas, della ferrovia, del tramvai, del museo civico, di un osservatorio astronomico e meteorologico, dei cimiteri rurali, di collegi, di mulini per la produzione in proprio delle farine, di mostre ed esposizioni che lanciarono tanti artisti messinesi in tutto il mondo.

Ancora Messina nell’Ottocento, Riviera con vista sulla Calabria.

Gli avversari politici

Fiera avversaria di questa politica, considerata dispendiosa per le casse comunali, fu la corrente repubblicana prima, socialista poi, animata da ex rivoluzionari del calibro di Michelangelo Bottari, Riccardo Hopkins, Giovanni Rapisarda, Nicola Petrina, Giovanni Noè (1).


Prossimo articolo: La nuova Messina dell’amministrazione Cianciafara


(1) Tratto dai libri di Dario De Pasquale “Pubbliche utilità e interessi privati” [2019] e “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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