Storia di un superstite del terremoto di Messina: Antonio Barreca

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:

  1. Messina 1908-2018: i 110 anni del terremoto che unì gli italiani più dell’Unità
  2. 28 DICEMBRE 1908: storia di una tragedia annunciata

La mattina del terremoto

2. Sotto un cielo plumbeo, davanti ai resti del Teatro Vittorio Emanuele, seduta sulle rovine della propria casa, stava una fanciulla di appena quindici anni, di nome Bianca. Avvolta in una veste lacerata in più parti, le spalle coperte dai lunghi capelli corvini impolverati e fangosi, stava immobile a contemplare le macerie che seppellivano i suoi familiari, senza lacrime nè parole. A un isolato di distanza, una donna partoriva fra polvere e lacrime. Le mura diroccate della casa avevano sepolto, per sempre, i corpi straziati dei suoi quattro figli. 

Cadaveri a pezzi, ovunque: penzoloni sulle travi delle case, distesi sulle macerie, sotterrati da mattoni e calcinacci. Poco distante, alcuni superstiti con i visi e i resti delle vesti inzuppati di sangue. Donne e uomini in lacrime. Bimbi dispersi. Altri, con le mamme, li vedevi saltare e ridere tra i ciottoli polverosi, tra i corpi squartati, come in una macabra scena di un capriccio di Goya. 

Alcuni minuti prima, la città dormiva avvolta in una fredda notte invernale, mentre cominciava la sua prima timida attività: i pendolari partivano dalla stazione, i mercanti controllavano i loro carichi sulla banchina del porto, le mamme davano la poppata ai loro piccoli, i giovani universitari si accingevano a studiare. Venti minuti dopo le cinque, violentissimi e improvvisi tremiti, per trentasette secondi, innalzarono il suolo. 

Le strade si squarciarono, le case sobbalzarono continuamente, una, due, tre volte, fintantoché si ruppero, cadendo rovinosamente e a catena, come in una partita di domino. Le vicine acque del mare si sollevarono, raggiungendo un’altezza di dieci metri e si abbatterono sul porto, sulla Palazzata, sulle case, sulle macerie, infinite volte. Poi, il silenzio. 

Gli abitanti rimasti in casa, in preda al panico, non tardarono a rendersi conto dell’entità del cataclisma: una volta guadagnata l’uscita, infatti, non riuscirono neanche a capire in quale parte della città si trovassero, poiché le macerie avevano letteralmente ricoperto le strade. 

In una di queste case, aveva preso dimora l’ufficiale delle Poste Italiane Antonino Barreca. La sua testimonianza ci aiuta a capire meglio il fenomeno «terremoto» e le sue ricadute sociali, c’invita a riflettere sulla maggiore prudenza dei forestieri rispetto ai cittadini messinesi, ma soprattutto ci rivela come furono vissuti quei trentasette secondi e le ore immediatamente successive alla calamità del 28 dicembre 1908. 

3. Antonino Barreca aveva alle spalle un trentennale servizio d’impiegato postale ambulante da Siracusa a Messina. Ogni giorno, a bordo di un treno, accompagnava lettere, sacchi e merci da una città all’altra, per poi ripartire il giorno dopo. Non pensiate che il mestiere di postino a quei tempi fosse facile, specie su quella tratta: come ci attestano i giornali dell’epoca, il percorso ferroviario aveva una durata variabile dalle tre alle dodici ore ed era costantemente funestato da incidenti meccanici e scontri tra vetture. Di frequente, impiegati e viaggiatori ci avevano rimesso la pelle. L’avventura di quei viaggi invitava i pendolari ad uno stato di particolare allerta e aveva sviluppato in loro giustificati meccanismi di prevenzione e prudenza, oltre a un costante stato d’ansia. Sicché ogni impiegato compiva il viaggio una sola volta al giorno, mentre trascorreva il resto della giornata nella città di destinazione. 

Nei giorni dispari della settimana, dunque, il nostro Barreca soggiornava a Messina. Inizialmente, la ricerca di un comodo letto dove trascorrere la notte gli si era presentata come un problema: Barreca, che conosceva bene il passato di Messina ed aveva assistito personalmente agli ultimi quattro terremoti, era diventato particolarmente esigente nella scelta dell’abitazione che l’avrebbe dovuto ospitare. 

In città si parlava spesso della particolare robustezza di alcune case di Via Portalegni, resistite a tanti terremoti, compreso quello del 1783. In una di queste case poco distanti dal centro, abitava, da lunghissimi anni, la signora Marullo, vedova di un capitano di marina morto in guerra [continua…]


Articoli successivi sul Terremoto di Messina:

Cap. 3: Messina 1908: “quale spettacolo terrificante!”

Cap. 4: Storia del primo telegramma che rese noto il terremoto di Messina al resto del mondo.

Cap. 5: Da “via del Corso” a “Corso Cavour”, Messina com’era

Cap. 6: 1 aprile 1867: è tempo di cambiare


(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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