Niente viveri, niente baracche – Lettere dal terremoto

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Notte di Capodanno fra le macerie

Continua la nostra carrellata sul terremoto di Messina tratta dal diario di un ufficiale dell’Esercito italiano. Si fa luce sulla situazione a Castanea delle Furie, ai Cappuccini e presso l’Osservatorio Geodinamico.


Il giorno 31, all’alba, la compagnia del 7° bersaglieri scavò sotto le macerie della caserma della Guardia di Finanza e vi tirò fuori ben duecento cadaveri che andò a seppellire in prossimità dei torrenti, ancora sotto la pioggia. Ma trovò anche trenta feriti da trarre in salvo. Il capitano Scarano, nel frattempo, aveva ricevuto la lieta notizia del ricovero di un suo nipote a Catania. 

Vicino all’accampamento militare a S. Agata era parcheggiata una carrozza nobiliare appartenente alla famiglia Costarelli. Il loro palazzo era in fiamme e non osavano avvicinarsi, con loro avevano sedicimila lire e una cassaforte con settantamila franchi. Ingannavano il tempo parlando con i soldati della sciagura occorsagli. 

Quella notte di Capodanno sarà indimenticabile per i poveri commilitoni: sotto le tende, continuamente battute dalla pioggia e dal vento, avevano cotto della pasta asciutta che mandarono giù svogliatamente, servendosi di qualche bacchetta di legno per portarla alla bocca. Il grido «Viva l’Italia!», nel silenzio, sembrò rincuorarli un poco. 

Nei giorni successivi, furono tratte in salvo altre cento persone, mentre ne venivano seppellite duecentocinquanta. Il maggiore dovette improvvisarsi ostetrico per le improvvise doglie di una ragazza. Il giorno 3 di gennaio le compagnie decisero di dividersi il lavoro: la 5^ avrebbe operato su Ganzirri (foto n. 16 e 17), la 6^ avrebbe dovuto distribuire i viveri; la 7^ avrebbe costruito le baracche e l’8^ trasportato i feriti più gravi sulle navi. 

La costruzione delle baracche non fu opera facile: mancavano gli attrezzi, i chiodi, il legname… ma ci si arrangiava alla meno peggio (foto n. 18 e seguenti). Si costruì persino una chiesa e un ufficio postale. 

C’è un episodio che la dice lunga sull’affetto che i marinai russi suscitarono non solo nella popolazione ma anche tra le file dell’esercito italiano. In città fa scalpore l’arresto di due russi con l’accusa di furto di denaro. Il tenente Giustiniani è lietissimo di prenderne le difese. Ma quando, all’improvviso, scopre che i due non sono russi bensì boemi, resta imbarazzato per il trattamento di riguardo che comunque aveva riservato loro. I boemi furono fortunati perchè condannati a soli sei mesi di carcere. 

Queste notizie non tardarono dall’essere diffuse dai giornali nazionali, insieme a quelle che riguardavano la disorganizzazione dei rifornimenti gestiti dai militari italiani. A tal proposito Pivello si confrontava con la sua lontana amata e scriveva: «Sì, amica mia, avete ragione. Se ci son tanti reclami qualcosa di vero dev’esserci. Una cosa sola c’è di vero: l’affollamento degli incarichi, per cui tutti hanno perso la testa». Dopo venticinque giorni dal disastro, infatti, c’era ancora gente priva di riparo e di vesti, esposta all’acqua e al vento, che non si nutriva di pasti regolari. Le casse con i viveri e il vestiario della beneficenza mondiale, infatti, restavano fermi sul molo, in attesa di ordini. 

Giorno 24 gennaio. Pivello passava all’ottava compagnia comandata da De Donato e raggiungeva Castanea delle Furie, un posto ameno, che gode di una vista panoramica sul porto e sulle Calabrie da un lato, e del promontorio di Milazzo e delle Isole Eolie dall’altro: «ricorda un poco quella via meravigliosa che va da Castellammare a Sorrento…». 

Situazione a Castanea delle Furie

Castanea è un paese di duemila abitanti, con molte chiese, scuole elementari e con dell’acqua buonissima. In un recente passato era diventato un luogo di villeggiatura molto ricercato dai siciliani. In cima a una collina, l’industriale agrumario Sanderson si era fatto costruire una villa dove, qualche tempo prima, era stato ospite l’Imperatore di Germania e che adesso diventava ricovero delle soldatesche. Finalmente un pò di vita normale: i commilitoni potevano fare il bagno in una vasca, farsi la barba ormai lunghissima, dormire tra fresche lenzuola, dopo tanti giorni passati con indosso le divise militari sudicie e inzuppate di pioggia, fumo, fango e sangue. 

Il giorno dopo, i militari cominciarono l’esplorazione di quei luoghi verdeggianti allo scopo di riprendersi dalle fatiche dei soccorsi e rinfrancare il fisico e la mente. Arrivati alle Masse, scoprirono che non tutti i superstiti avevano ricevuto la giusta razione di viveri e di legname per le baracche. A Massa San Giorgio non ci furono vittime, ma le case erano tutte pericolanti. Una signora aveva paura ad entrare, ma non voleva nemmeno che si abbattesse la casa, perchè nello scantinato teneva seicento litri di vino buono in botte. E non voleva nemmeno versarlo nei barili per paura di alterarne il gusto. Pivello cadde in dubbi atroci: «non riesco a mettere d’accordo chi teme per la pelle e chi teme pel vino: per questi gl’interessi della vicina non valgono la punta del suo dito mignolo, per l’altra la pelle del vicino non vale un litruzzu del suo vinello rosso e insidioso». 

La distribuzione dei viveri era una questione politica. Infatti spettava al Comitato di Castanea, composto dai notabili dei due partiti del Comune: «dopo i profughi, ognuno ha inserito nel catalogo una nota di quelli che a lui sembravano i veri bisognosi (cioè i propri elettori) escludendo naturalmente gli analfabeti che qui sono in ragione dell’82%». Fino a quando il popolo affamato non si lamentò e bussò alle porte dei depositi di viveri. L’agitatore era un calzolaio, «un bell’uomo biondo e forte» che «non ha accuse da muovere, ha desideri da esprimere: 1) che la distribuzione, la spisa, fosse fatta appena arrivano i viveri, e in piazza; e non dopo tre o quattro ore, perchè c’è gente che viene dalla campagna, di lontano, e se torna a casa coi ceci e coi fagioli alle sette di sera, finisce col mangiare a mezzanotte; 2) che fosse riveduto e corretto l’elenco perchè vi sono state comprese persone non veramente bisognose, e queste tolgono una parte di pane a chi ha fame; 3) che fossero distribuiti i viveri che arrivano perchè sa, per sentito dire, che vi sono delle casse di salsiccia e dei salami ancora giacenti in magazzino». 

Il maggiore Pivello indagò sulle richieste del calzolaio e scoprì, in breve, che il comitato di distribuzione occultava le carni e distribuiva i viveri ai conoscenti in doppia e tripla razione. Fece rovistare il deposito e distribuire tutto agli affamati, in parti eguali. Ordinò di mettere all’asta i beni di scarsa quantità perchè si comprasse, con il ricavato, altra pasta e fagioli. Di fronte a quest’atto di forza, il comitato di Castanea rassegnò, non senza contestazioni e ripensamenti, le dimissioni. Cadde inopportuna, quella sera, la circolare del Generale Mazza che dava disposizione di distribuire agli iscritti tutti i viveri in magazzino. Inopportuna perchè gli iscritti erano i prediletti del comitato, i quali si recavano al magazzino con i buoni firmati dal delegato dott. Ciriola per avere la loro razione, una volta a titolo familiare, una volta a titolo personale… . 

Le sere scorrevano tranquille, tra qualche bicchiere di vino invecchiato, trovato in una casa abbandonata, e le chiacchiere tra il bersagliere Pivello e il parroco di Castanea Don Leonardo. Discussioni a base di Sant’Agostino e San Tommaso, ma anche di Budda, Confucio e Lao-Tse, sul valore del matrimonio e sul divorzio. Con gli altri si parlava di politica e c’era chi avrebbe voluto marciare su Vienna e chi avrebbe ceduto al Papa la striscia di terra tra il Vaticano e il porto di Anzio. 

Il 13 febbraio il battaglione dei bersaglieri era ancora a Messina. Si seppellivano i morti, si conviveva con l’odore acre della putrefazione: «l’odore, quell’odore di cadavere che ha qualcosa del profumo acuto della rosa thea e di un olio grasso, diventa insopportabile: solletica le narici, penetra nel cervello, si getta nelle fauci, vi toglie la vista, la conoscenza e il respiro». 

Intanto, sulla collina dei Cappuccini

Gran Guardia dei Cappuccini, 17 febbraio: nella parte alta della città, a ridosso dei monti, erano state allestite le cosiddette «guardie» a difesa dei passaggi nevralgici. Ciò per impedire l’arrivo della gente dei paesi vicini che, più che per aiutare negli scavi, veniva a saccheggiare. Il passaggio era dunque consentito solo alle persone munite di salvacondotto. In quella zona, le guardie militari erano tre: due sulla collina dei Cappuccini, una più lontano, presso l’Osservatorio Geodinamico. I soldati alloggiavano, in quindici, in baracche di legno esposte all’acqua e al vento. In quell’altura, ad appena trenta metri dall’accampamento, si trovava il carcere femminile, adesso completamente distrutto, come le case lungo la via. Quasi a monumento del terribile terremoto, n’era rimasto in piedi il solo cancello di ferro, chiuso. La stima dei morti della zona era di quattrocento circa e l’odore intorno molto acre. I segni delle visite dei ladri erano chiarissimi: mancava tutto, dai materassi alla tela dei telai, ai calamai degli uffici. 

All’Osservatorio le cose non andavano certamente meglio, ma almeno la costruzione non era crollata, a parte la torretta. Il Genio stava costruendo una baracca per il direttore Rizzo. Fuori, quaranta morti in fila, irriconoscibili dacché diventarono lugubre pasto per cani e gatti randagi. Erano i cadaveri tirati fuori dalle macerie dai marinai, lasciati in quel giardino perchè fossero riconosciuti dai familiari. 

Tra le rovine, i militari s’impegnavano a tirar fuori anche qualche oggetto integro, un segno di vita intoccato dalla catastrofe: Pivello scovò un pianoforte verticale e alcuni mobili da salotto. Li fece mettere al sicuro in una baracca e li lasciò lì, con una grande scritta sul lato più visibile: «Mobilio Bossi», poiché a questo signore si diceva che appartenessero. 

Il ritardo nella costruzione delle baracche

La pochissima popolazione che era rimasta, stava ancora sotto le tende o le baracche rabberciate alla meglio. Il Genio Civile, da sedici giorni, pensava alla tipologia di baracche da costruire, mentre il legname sulla banchina del porto diventava fradicio e i superstiti vivevano all’aperto, in mezzo ai cadaveri che imputridivano. Non si potevano seppellire, perchè prima bisognava riconoscerli. Ordini del generale Mazza.


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:


(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].

(2) D. De Pasquale, I Marchesi di Cassibile, ABC Sikelia Ed., 2018


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