Storia del primo telegramma che rese noto il terremoto di Messina al resto del mondo

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Alle ore 5:21 l’impiegato postale Antonio Barreca viene sbalzato dal letto dal terribile sisma della mattina del 28 dicembre 1908. E’ sveglio quando accade e cerca un pronto riparo. Nonostante tutto crolli intorno a sé, riesce a guadagnare l’uscita e ad avventursi tra le macerie.

Continua da Messina: “quale spettacolo terrificante”!


Fra fiamme, crepe e gorgoglii: in cerca di soccorsi

Vista l’impossibilità di proseguire a piedi e la necessità di inerpicarsi sulle macerie, aiutandosi anche con le mani, Barreca gettò via la valigetta, mise il mantello a tracolla e si diresse carponi verso il Municipio. 

Un boato alle sue spalle, lo fece voltare all’indietro, atterrito: l’intera facciata di una casa palazzata a quattro piani in Via S. Camillo era crollata di colpo. 

«Giunto, come Dio volle, alla piazza, comincio a respirare, perché il vento che spirava dal mare diradava la densa nebbia di polvere che accecava; comincio a vedere chiaro in quei paraggi, mi si apre il cuore alla speranza e mi avvio per la via Garibaldi in discesa; dove bisognava andare molto cauti, perché il suolo presentava, di tratto in tratto, larghi e profondi crepacci in cui gorgogliava l’acqua del mare». All’improvviso, sentì una voce di donna, proveniente da un palazzo squarciato: «Signore, mi salvi, per carità, non mi reggo più, le do tutto quello che vuole, purché mi salvi!». Come avrebbe potuto quell’uomo solo, senza una scala o una corda, senza una via d’accesso nè esterna nè interna? Cercò solo di confortarla. In seguito, venne a sapere che un ufficiale della squadra russa l’aveva tratta in salvo il giorno dopo, con l’aiuto di una robusta corda. Sulla via Vittorio Emanuele, la strada antistante il porto, Barreca fu colpito da un macigno alla schiena che lo lasciò «addolorato da una grave contusione al rene». Ma ben presto lo stupore, di fronte a quel continuo e mutevole spettacolo semovente, si sostituì al dolore: «la banchina sprofondata nel mare, lungo la via immensi crepacci rigurgitanti d’acqua marina, sul marciapiede sparsi qua e là cadaveri, suppellettili, sacchi di generi alimentari che l’ondata gigantesca del maremoto, sfondando le porte del pianterreno col flusso e il riflusso aveva con impeto formidabile trascinato fuori ogni cosa che avesse trovato dentro le botteghe e i negozi e la stessa gente che dormiva nei mezzanini» (foto n. 4). 

Nella foto: Corso Vittorio Emanuele e la Palazzata crollata

Il terremoto aveva abbattuto le linee di comunicazione telegrafiche, telefoniche e ferroviarie. La città era completamente isolata dal mondo civile. 

Cominciava ad albeggiare e l’ufficiale postale, sfinito e sanguinante, riuscì a guadagnarsi la strada verso la stazione, un edificio già decadente prima del terremoto, adesso del tutto demolito. Guardò l’orologio: le sette e venti minuti, erano già trascorse due ore da quando era uscito indenne dalla sua camera!

Al centro dello spiazzo antistante l’edificio, un uomo in divisa, raggomitolato su se stesso e con la testa fra le mani, piangeva a dirotto. Era il capostazione, disperato per non aver potuto salvare la propria famiglia e i suoi colleghi di lavoro. Barreca interruppe le sue lacrime e i suoi singhiozzi, lo scosse e cercò di infondergli un pò di speranza, invocando il suo aiuto, affinché allestisse un treno per Catania, in cerca di soccorsi. L’uomo, fuori di sé, si rifiutò d’intervenire. Senza personale, non se la sentiva d’assumersi la responsabilità di pilotare un treno in preda ai guasti dei macchinari e al dissesto dei binari. 

Perduta quella speranza, Barreca s’incamminò solitario. Un’altra scossa fece cadere una lastra di vetro dalla tettoia della stazione, proprio davanti ai suoi piedi. Con il cuore palpitante, si mise in cammino lungo la strada ferrata Messina-Catania, col fermo proposito di raggiungere un telegrafo e dare alla direzione della Posta più vicina la notizia del disastro. Fatti pochi passi, avvertì dietro di sè una presenza: era un altro scampato al disastro che, con la testa sanguinante avvolta in uno scialle, lo seguì in questa ricerca. Si chiamava Santi Giannetto, commerciante di S. Teresa di Riva. Si era recato a Messina, la sera del ventisette dicembre, per assistere allo spettacolo dell’Aida di Verdi e aveva trovato sistemazione presso un albergo. La mattina seguente, durante la prima scossa, un grosso muro gli era precipitato sulla testa. 

Barreca e il suo nuovo compagno di viaggio furono continuamente sottoposti, durante il loro lungo cammino, al ripetersi di frequenti scosse di terremoto.

4. Le case della riviera erano diroccate o sfondate del tetto e dei solai, la spiaggia disseminata di barche sconquassate, di suppellettili, di masserizie e di cadaveri gettati dal mare sulla riva. C’era gente che piangeva dappertutto, altri percorrevano la strada inversa alla loro nell’intenzione di raggiungere la città e constatarne i danni. 

Erano appena le dieci e, dopo tre ore di cammino e venti chilometri di percorso, i due giunsero a Scaletta. Con grande stupore, si accorsero che anche lì non c’era più nessuna stazione, nessun telegrafo e nessun telefono: tutto distrutto! Barreca trovò alloggio nella sala d’attesa della stazione, per poi riprendere il cammino verso Alì Marina. In quella sala, nel frattempo, si affacciò il procaccia postale di Scaletta, un certo Marchese, che lo riconobbe subito e si mise a sua disposizione. 

Di fronte a un volto amico, Barreca si rincuorò e, destatosi dal giaciglio, raggiunse l’ufficio del telegrafo. Marchese non s’arrischiò ad entrarvi, per paura che gli crollasse addosso, anzi, fece il possibile perchè chiunque desistesse dall’idea. Barreca fu più insistente di lui e cercò di convincere i presenti della gravità della situazione e della necessità di attivarsi per i salvataggi, a costo di mettere a rischio la propria vita. 

Incoraggiati dalla sua tenacia, i tre entrarono nella saletta diroccata. L’ufficiale delle poste corse al tasto del telegrafo. 

Il suo stringato messaggio fu subito intercettato dall’ufficio postale di Riposto, da dove partì una richiesta d’informazioni. La risposta fu pronta: «Servizio urgentissimo – Precedenza assoluta – Direzione provinciale poste Siracusa – Scampata miracolosamente vita, sconosco sorte miei compagni, Messina distrutta – Antonino Barreca – Ufficiale postale ambulante Messina-Siracusa». 

Arrivata la richiesta di aiuto, il Ministro delle Poste Chanzer tergiversa

Questa è la storia del primo telegramma che rese noto il terremoto di Messina al resto del mondo. La notizia corse sul filo, raggiungendo ogni dove. Persino l’America. 

L’ufficio telegrafico di Riposto registrò il telegramma alle ore dieci e trenta e, pochi minuti dopo, il dito dello zelante ufficiale postale trasmetteva un terzo telegramma alla prefettura di Catania, che era ancora all’oscuro della «sorte sciagurata di Messina». Il prefetto ebbe qualche titubanza a dar credito alla sconcertante notizia ma, dietro insistenze dell’onorevole socialista De Felice Giuffrida, fu organizzato il primo treno dei soccorsi che partì dalla stazione di Catania alle ore sedici di quel drammatico giorno. A bordo, una squadra di volontari con De Felice al comando, equipaggiata di viveri, acqua e strumenti per il primo soccorso. 

Dopo un’ora e mezza, lo stesso treno tornò stracarico di profughi. Insieme a loro, Barreca, che così raccontò quei momenti: «La maggior parte di essi erano quasi ignudi e senza i propri indumenti, perché il terremoto li aveva sorpresi nel letto e sbalzati a terra senza dar loro il tempo di poter vestirsi nell’oscurità della notte e trovare gli abiti. Ho visto delle signorine, chi coperta con una giubba da soldato, chi da una sciarpa solamente, chi avvolta in un lenzuolo macchiato del sangue delle ferite; un signore coperto solo di un grembiule ed il mio mantello ha servito per indumento a signorine che n’erano sprovviste del tutto». 

La sera, i superstiti furono trattenuti alla stazione e pernottarono nelle vetture prima di essere inviati nei luoghi di soccorso in allestimento. I cittadini di Catania furono generosi e si prodigarono ad offrire ai messinesi cibo, indumenti e ospitalità. 

Alle ore dodici di martedì ventinove dicembre, Barreca arrivò a Siracusa, dove la famiglia lo aspettava trepidante. 

Quel giorno Messina, già in ginocchio, veniva sottoposta ad altre scosse di assestamento che seminarono nuovo panico fra superstiti e soccorritori. 

Cos’era successo a Catania nelle cinque ore e mezza che separarono la ricezione del telegramma all’invio dei soccorsi? La prefettura di Catania aveva rigirato la notizia al direttore delle poste di Siracusa, di Palermo, di Roma e al Ministro delle Poste e Telegrafi, l’onorevole Chanzer, che lo aveva ricevuto alle ore tredici e quaranta dello stesso giorno. [continua…]


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:

  1. Messina 1908-2018: i 110 anni del terremoto che unì gli italiani più dell’Unità
  2. 28 DICEMBRE 1908: storia di una tragedia annunciata
  3. Storia di un superstite del terremoto di Messina: Antonio Barreca
  4. Messina 1908: “quale spettacolo terrificante!”
  5. 1 aprile 1867: è tempo di cambiare

(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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