La Belle Époque passa anche da Messina

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Nell’articolo precedente abbiamo parlato del progetto di Giuseppe Cianciafara per Messina: il nuovo assetto viario, il Gran Camposanto, l’illuminazione a gas. In questo articolo (e nei successivi), parleremo dell’arrivo del re Umberto I a Messina, della nuova Esposizione Interprovinciale delle Arti e dell’Industria e di nuove opere pubbliche. 


Al suo ritorno in carica (27 dicembre 1876), la vicenda volgeva già alla sua conclusione: gli impianti dei magazzini sarebbero stati costruiti in tutte e due le aree prese in considerazione, così da non pregiudicare gli interessi di alcuno, e nel gennaio 1879 si poté dare inizio ai lavori. Il 17 marzo, il sindaco annunciò il suo ritiro, adducendo motivi di salute e familiari.

La quarta giunta Cianciafara, nata sotto il segno di una sinistra favorevole alla privatizzazione delle ferrovie e alla creazione di uno stato laico, continuò a dedicarsi all’espansione edilizia della città, alle espropriazioni dei terreni, alle concessioni enfiteutiche, all’incremento del numero degli istituti di credito, alla regolamentazione del regime delle acque, che il Comune acquistava presso i grandi proprietari terrieri. Furono gli anni che videro la creazione dell’osservatorio meteorologico e astronomico (1876), l’abolizione del portofranco (1 gennaio 1880) e la visita del re d’Italia Umberto I (1881).

Umberto tornava per la terza volta a Messina, ma, in quest’occasione, da re. Le accoglienze furono delle migliori: la città fu addobbata a festa, i palazzi storici ricoperti di fiori e ghirlande, le strade illuminate a giorno dal mattino alla sera. Il re d’Italia e la consorte furono ospitati nella dimora dei commercianti Giulio Jaeger e Guglielmo Sarauw, dove furono accompagnati dal sindaco Cianciafara e da varie autorità, fra le quali l’arcivescovo Guarino e la dama di palazzo Anna Balsamo Marullo, principessa di Castellaci. Nel tripudio della festa finale, il sindaco Cianciafara rivolse queste parole al re, prima di accompagnarlo oltre lo stretto: “Maestà, questo è il grande saluto che con Messina Vi manda la Sicilia tutta. I Siciliani sono fieri e teneri ad un tempo. Vostra Maestà lascia a terra il più grande esercito… l’esercito dei cuori!”.

Nel maggio di quell’anno, l’imprenditore molitorio De Natale presentò al consiglio cittadino una richiesta d’occupazione di suolo pubblico ai fini della creazione di un grande mulino per la lavorazione dei cereali. I consiglieri furono d’accordo ma il sindaco Cianciafara non si presentò davanti al civico consesso, dichiarandosi apertamente contrario a tale opera, per ragioni d’igiene pubblica e di estetica urbana. A tale proposito, ricordò come un ventennio prima aveva ideato un progetto analogo per poter liberare la città dalla dipendenza della lavorazione delle farine, poi non portato a termine per altri impegni. Tuttavia, ritenne opportuno costruire l’opificio in altra zona, lungo il torrente Portalegni, ad esempio (dove poi si fece), piuttosto che a Terranova, già provata dalla triste esperienza del gasometro.

Un decreto regio del gennaio 1882 lo reinvestì della carica di sindaco per il triennio 1882-83-84. In quei giorni si gettarono le basi per l’organizzazione di un’Esposizione Interprovinciale delle Arti e dell’Industria. Nata in un grande spirito di partecipazione tra le forze politiche e imprenditoriali della città, destò qualche critica da parte di chi credeva che fosse un’occasione imperdibile di rilancio della languente industria locale. Viceversa, confermò Messina come centro produttivo di idee e di sostegno attivo per gli artisti in erba e gli artigiani locali. 

Un mese dopo gli operai della strada ferrata Messina-Cerda reclamarono davanti al municipio per l’interruzione dei lavori, con momenti di forte tensione. Il 4 aprile il sindaco annunciò le dimissioni della Giunta municipale per le continue aggressioni fisiche subite e, il 14 settembre 1882, rassegnò le proprie, continuando  a rivestire la carica di consigliere comunale fino alla sua morte, avvenuta quattro anni dopo. 

Nel suo testamento olografo del 20 ottobre 1885, lasciava al Comune un legato di ottantamila lire per il restauro del pavimento del Duomo, a patto che la stessa amministrazione concorresse ai lavori per la somma di ventimila lire. A quest’opera di beneficenza, s’aggiunse il lascito all’istituto di beneficenza di Casa Pia.

L’erede universale di Giuseppe fu il nipote, l’ingegnere Francesco Cianciafara. 


Articoli precedenti:

Giuseppe Cianciafara sindaco di Messina

La nuova Messina dell’amministrazione Cianciafara


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