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Arte

Lucio Fontana e il paradosso dello spazio: cosa c’è dietro la tela?

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Aggiornato il: 1 Giugno 2026

L’Arte Informale: una rivolta contro la forma

Nel secondo dopoguerra, l’Europa, l’America e il Giappone si interrogano sulle macerie morali e materiali lasciate dal conflitto. È in questo clima di dura protesta nei confronti della guerra e dei suoi orrori che si sviluppa l’Arte Informale. Si tratta di un rifiuto radicale di qualsiasi forma, sia figurativa che astratta, costruita secondo canoni razionali e tradizionali.

Le motivazioni profonde sono le stesse che avevano già spinto movimenti come il Cubismo, il Surrealismo, l’Astrattismo e la Metafisica all’abbandono della forma, intesa come quell’aspetto puramente razionale che tiene l’uomo fatalmente legato alla terra e alla sua materialità. Questa nuova esperienza si divide in due correnti principali: l’informale gestuale e l’informale materico.

Se per la corrente materica il punto di riferimento italiano è Alberto Burri (1915-1995) — il medico di Città di Castello celebre per i suoi “cretti”, tavole spalmate di fango e resine che, rapprendendosi per evaporazione, danno vita a crepe non intenzionali dall’estetica potente — per l’informale gestuale il re indiscusso è Lucio Fontana (1899-1968).

La sfida di Fontana: oltre la finzione del quadro

Con i suoi famosi tagli sulla tela, Fontana esprime la volontà totale di rifiutare l’arte tradizionale. Non vuole più “dipingere” lo spazio, vuole “trovarlo”. L’artista ci pone davanti a interrogativi folgoranti: cosa si nasconde, infatti, dietro la tela? Chi ha mai provato a vedere cosa c’è davvero dietro un quadro?

Con le sue celebri opere denominate “Attese” (1958-65), Fontana ci sfida a risolvere questo enigma. Quello squarcio netto e definitivo non è un atto di vandalismo, ma un varco concettuale: ferendo il supporto, l’artista distrugge la bidimensionalità della pittura e ci fa entrare, per la prima volta nella storia, in un’altra dimensione spaziale, reale e infinita.

Lucio Fontana (1899 – 1968), Concetto Spaziale. Attese, idropittura su tela, 1961.

Verso il Minimalismo: il trionfo dell’essenziale

Questo bisogno di azzerare la superficie per cercare l’essenza aprirà la strada, intorno alla metà degli anni Sessanta, alla Minimal Art, che nasce in netta contrapposizione ai flussi commerciali della Pop Art. Il minimalismo non è solo arte, ma una corrente culturale e uno stile di vita: una protesta contro gli eccessi del consumismo, il superfluo e il disordine, che invita a liberarsi dalla brama del possesso per ritrovare la felicità nelle piccole cose.

Nel linguaggio espressivo, la Minimal Art si riduce all’essenzialità geometrica. L’artista si dichiara emozionalmente distaccato dall’opera per concentrarsi sulla sua pura fisicità: forme e colori danno vita a uno spazio oggettuale in cui l’oggetto si fa soggetto. Tra gli americani spiccano maestri come Tony Smith e Frank Stella (con il celebre Empress of India del 1965), mentre tra gli italiani non possiamo dimenticare le provocazioni purissime di Piero Manzoni.


Lucio Fontana ha dovuto lacerare la materia per portarci “oltre” la tela, dimostrando che lo spazio è infinito. Ma cinquecento anni prima, un maestro straordinario era riuscito a creare lo stesso identico varco psicologico senza ferire la tela, usando solo la luce, il colore a olio e la forza magnetica di due occhi che fissano lo spettatore. Alla prossima!

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