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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Proseguendo nel nostro itinerario, temporaneamente sospeso nei pressi della Galleria monumentale, percorriamo la scala a sinistra e andiamo a visitare l’unico braccio dei portici rimasto integro.

Risaliamo e ripercorriamo la scalinata laterale alle spalle della Galleria.

Alla fine del viale, riprendiamo le scale a destra e ci troviamo davanti a una lunghissima, ripida e spettacolare scalinata ottocentesca in mattoni rossi, per fortuna da affrontare in discesa. Arrivati all’ultimo gradino, facciamo attenzione a un eventuale passaggio del bus lungo il viale che incrocia il nostro passaggio e avviciniamoci all’uscita di S. Cosimo basso.

 

Il cimitero degli inglesi

Monumento Walser, Cimitero degli Inglesi, Messina.

Pochi metri prima, a sinistra, si erge il piccolo cimitero degli inglesi. È un’area quasi del tutto priva d’opere d’arte figurative, ma ricca di lapidi e di tumuli marmorei. Vi sono collocate le tombe, oltre che degli inglesi, dei protestanti trapiantati a Messina. Ad esempio quella del negoziante-banchiere valdese Giovanni Walser, che rifiutava le iconografie religiose e funerarie (foto n. 116), e il suo successore, prima semplice contabile, poi suo erede universale, il bavarese Federico Grill, che non credeva «alle immagini di legno e di creta» e preferiva solo poche parole a ricordo della sua felice esistenza. I due sono sepolti l’uno accanto all’altro: la tomba del Walser è un rigoroso e gigantesco cubo di marmo, mentre quella di Grill, pur nella sua severità geometrica, è ravvivata da un bassorilievo in marmo in cui è raffigurato egli stesso che dona un’offerta a un bisognoso (foto n. 117).

 

Il Giardino d’Arimatea

Oltre il giardino cimiteriale degli inglesi, si può scegliere se continuare verso la parte bassa del cimitero e visitare altre tombe monumentali, oppure spostarsi verso la parte alta. Scegliamo quest’ultima soluzione e percorriamo il lungo rettilineo che ci porta, a destra, in un’ampia area verde, distinta dagli ossari comuni e perciò chiamata simbolicamente «Giardino d’Arimatea», e, a sinistra, a una serie di loculi di recente collocazione e di aree destinate a verde. A metà del percorso troviamo l’«Avello 5000», con una serie di recenti cappelle e altri giardinetti.

 

La Piramide

Alla fine del percorso, prima di arrivare all’estremità triangolare del camposanto, vi è, in prossimità del cancello d’entrata di S. Cosimo alto, un’area dedicata agli uomini illustri dagli anni ‘70 del XX secolo ai giorni nostri. Spostandoci nella parte interna, dopo aver attraversato un gruppo d’imponenti e moderne cappelle, ci troveremo davanti alla «Piramide». Nel progetto iniziale si trattava di una serie di loculi disposti su terrazzamenti adattati al declivio collinare e ospitanti sepolture ottocentesche. A sinistra di questo antico sito è stato realizzata, in tempi più recenti, un’orribile piramide irregolare con base trapezoidale, in puro cemento armato. È una soluzione che sfrutta lo spazio in altezza per dare collocazione alle nuove tombe disposte nei diversi piani della struttura.

Ritorniamo indietro e visitiamo la parte bassa. A ritroso raggiungeremo l’uscita attraverso la porta principale, dopo aver ammirato monumenti funerari antichi e moderni. Passiamo attraverso il grande spiazzo centrale e proseguiamo lungo il viale che vediamo frontalmente: attraversiamo un’altra antica area monumentale fino ad arrivare al reparto acattolico, in prossimità dell’entrata laterale di via Catania, e, a sinistra di tale sito, una zona monumentale con tombe ottocentesche e busti commemorativi.

A nord un’altra area monumentale, ancora più vasta, con accesso anche dalla Palmara, inizialmente dedicata al seppellimento dei fanciulli, oggi accoglie anche tombe moderne. A questo punto potremo scegliere se uscire dalla Palmara o dal cancello laterale di via Catania, certi di aver osservato gran parte della struttura cimiteriale. Ma, soprattutto, contenti di aver respirato un po’ di quello spirito ottocentesco che aveva animato l’architetto Savoja nella creazione di questo magnifico camposanto e spinto altri grandi messinesi ad arricchirlo d’artistici monumenti e di poetiche iscrizioni.

 

Il regolamento del 1872: il Cappellano e il Custode

Sulla scelta degli autori dei monumenti presenti al Gran Camposanto di Messina, il regolamento del 1872 parlava chiaro: «L’apparizione [l’apposizione] delle inscrizioni e bassorilievi, e la erezione dei monumenti non può farsi che con artefici e operai ben visti all’Autorità Comunale, e sotto la sorveglianza di uno degli Architetti componenti la Commissione». Ne consegue che tutti gli artisti che vi abbiamo presentato fin’adesso erano senza dubbio ben visti dall’autorità comunale, sin da quando ricevettero la borsa di studio per frequentare le più grandi accademie d’arte italiane o, meglio, da quando produssero, a titolo gratuito, opere d’arte per il Comune di Messina, al solo scopo di emergere nel difficile mestiere di «scultore di marmo e di ornato» o di «pittore di figure o di stanze». Un discutibile ma necessario trampolino di lancio per artisti dal grande talento.

Il personale della struttura cimiteriale era composto in tutto da otto uomini: il Cappellano, il Coadiutore del cappellano, il Custode, tre sotterratori e due portinai, uno per ogni cancello.

Il Cappellano era il massimo responsabile della struttura e l’unico rappresentante della Chiesa all’interno del camposanto: benediceva i morti, celebrava le messe di suffragio, teneva i registri delle sepolture, era il custode eletto della cappella e degli arredi della stessa, teneva le chiavi della porta d’ingresso, della camera anatomica, delle gallerie, delle cappelle e di tutti gli altri siti del cimitero. Abitava stabilmente all’interno del camposanto, insieme al coadiutore che, in sua assenza, esercitava tutte le sue stesse funzioni. Sottostava solo al Sindaco della città, al quale doveva inviare un rapporto circa le problematiche del camposanto e una nota per gli atti d’ordinaria amministrazione (riparazione, conservazione degli arnesi, sistemazione di fabbricati, viali, fosse e piante). Per questioni d’economia, gli erano stati assegnati anche i compiti di direzione delle sepolture del reparto acattolico.

L’antico conflitto tra Stato e Chiesa era qui già bell’e risolto: il Cappellano era la massima autorità religiosa del Camposanto, il Comune nominava, a propria discrezione, architetti, artisti, custodi e operai, ma nella Commissione d’Arte istituita dal Consiglio comunale non risultava nessun uomo di Chiesa.

Al custode, invece, spettava il «servizio di nettezza e conservazione del Camposanto», di custodia dei «diversi locali del recinto, ad eccezione della cappella, della casa del Cappellano e del Coadiutore», vestiva l’uniforme municipale e doveva essere sempre presente dall’apertura del servizio fino alla chiusura, né poteva assentarsi se non con il permesso del Cappellano. Suo dovere era anche quello di sorvegliare l’intero sito durante le ore d’apertura al pubblico e di controllare i seppellitori: ogni contravvenzione alle leggi e al decoro doveva essere comunicata al Cappellano.

Un particolare: non poteva tenere nessuna copia delle chiavi di qualsiasi sito del camposanto. All’occorrenza, infatti, avrebbe dovuto farne richiesta direttamente al Cappellano. Finché queste poche ma semplici regole vennero rispettate, il Gran Camposanto di Messina conservò tutte le belle opere che oggi invece vediamo rimaneggiate e orribilmente mutilate.


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(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto di Messina di oggi all’unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta“, [2010].


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