Giovanni Walser e il Pio Stabilimento Collereale

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Giovanni Capece Minutolo, principe di Collereale, nato a Messina il 29 aprile 1772, aveva seguito la carriera militare fino al raggiungimento del grado di Maresciallo di Campo. Ben presto una paralisi alle gambe lo aveva costretto ad assentarsi dal servizio militare, ma non lo aveva distolto dal comando della Cittadella. Il 7 luglio 1825 donava tutti i suoi averi ai poveri e il 20 marzo 1827 concludeva la sua breve vita con la consolazione di vedere ultimati i lavori di costruzione del suo «Pio Stabilimento» per gli storpi, presso il villaggio S. Clemente, nel sito una volta occupato dal Convento di S. Alberto. 


  A continuare la caritatevole opera del principe di Collereale fu un altro benefattore, questa volta di origini straniere, Giovanni Walser. Nasceva ad Heyden, cittadina dei cantoni svizzeri, nel 1769, da una famiglia di ricchi negozianti. Dopo aver viaggiato come commesso in affari, si trasferiva a Messina, dove aveva fondato un istituto finanziario.

In un breve volgere di tempo, riusciva a conquistarsi la fiducia di un gran numero di clienti e la sua fama varcava la Manica, chiamato in causa dal governo britannico per un credito pari a circa ventimila onze. Nel 1821 lasciava la procura della sua ditta in commercio a Federico Grill per trasferirsi ad Aversa (NA), dove promuoveva la costruzione di uno «stabilimento di beneficenza». Poco tempo dopo il ritorno nella sua amata Messina, moriva il 14 maggio 1833.

Walser lasciava un legato di ventimila onze al Pio Stabilimento di Collereale. Al fine di gestire questa ingente somma si era reso necessario nominare nuovi amministratori e la scelta era caduta sul banchiere Federico Grill, sul Cav. Raffaele La Corte e sul negoziante Giuseppe Romano. 

A favore del Pio Stabilimento seguivano altri lasciti: dell’avvocato Brigandì, del Marchese Villadicani, del signor Gullotta, del professor Antonio Migliorino ordinario di letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Messina, del sacerdote Calabrò, dei mercanti Giuseppe Nobolo, Pietro Mondio, Antonino Pugliatti, Letteria Gullotta, del giudice Mariano Gentile.


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(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto di Messina di oggi all’unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta“, [2010].


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