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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

La vita e le opere dello scultore più rappresentativo e operoso della città di Messina. Allievo del piemontese Giulio Monteverde.

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Alla corte dell’architetto Leone Savoja di Messina

Nato da genitori poverissimi e allevato dalla zia materna, trascorre un breve periodo presso l’orfanotrofio provinciale di Messina (4), dove inganna il tempo disegnando con il carbone sui muri. L’architetto Savoja, in visita presso quel refettorio, riconosce subito in lui le doti del genio e lo accoglie presso la propria abitazione come un figlio.

Scarfì vive così la sua opportunità di crescita professionale e raccoglie numerose referenze presso il Comune di Messina e l’Accademia di S. Luca in Roma.

Diviene discepolo del pittore Giuseppe Minutoli presso il convitto Cappellini. Amante delle grandi proporzioni, appena riesce ad armarsi dei mezzi necessari, scolpisce la gigantesca statua raffigurante un Amore allo studio.

Dopo questa severa palestra, il Savoja gli commissiona un’Addolorata, per conto del Municipio, poi collocata presso l’altare del Cenobio al Gran Camposanto, e un ritratto per il matematico Lorenzo Maddem (Acireale, 1801 – Catania, 1891) a Catania (5).

A Roma, con G. Monteverde, G. Masini ed E. Rosa

A 26 anni, dopo aver realizzato numerose opere per la sua città, si guadagna la borsa di studio di mille lire che lo porta direttamente a Roma.

Qui, giunto in compagnia dello stesso Savoja, studia sotto la guida dei maestri Giulio Monteverde (6), Girolamo Masini ed Ercole Rosa.

In quel periodo, la scuola romana è divisa tra accademismo e naturalismo, ma ha già operato la svolta grazie al genio scultoreo del Canova (1757-1822), dotato di uno stile ricco di vitalità e vibrazioni luministiche, più volte filtrato dal naturalismo di Lorenzo Bartolini (1777-1850), a sua volta maestro del Monteverde.

Autore del famoso gruppo scultoreo Jenner vaccina il figlio, custodito presso Palazzo Bianco a Genova, caposaldo della polemica contro le accademie delle arti che difendono una scultura algida, inespressiva, raffinata fino all’eccesso, Monteverde è descritto dai biografi coevi quale artista simpatico ed estroso, di fisico aitante, distinguibile per la sua folta barba rossa. Rifacendosi all’ispirazione geniale e impulsiva di Michelangelo Buonarroti e alla potenza espressiva di Gianlorenzo Bernini, Monteverde riprende il tema delle torsioni e delle contorsioni dei corpi e, in chiave polemica contro il perbenismo dell’epoca, continua a raffigurare il movimento “a spirale” nelle sue opere.

Ne subivano il forte influsso anche i suoi allievi siciliani: Mario Rutelli (Gli iracondiFontana delle Najadi in piazza dell’Esedra a Roma), Giovanni Scarfì (monumento D’Andrea), Lio Gangeri (monumento a Giuseppe Natoli), Gaetano Russo (monumento a Felice Bisazza). Sottolineava il De Gubernatis: «All’estro del Monteverde non sorridono le venustà delle Veneri greche e le mollezze canoviane».

Al ritorno da Roma, crescono le committenze

Con le mille lire della borsa di studio, lo Scarfì riesce a malapena a garantirsi un alloggio, il vitto, il vestiario e gli strumenti di lavoro, a volte deve far ricorso al monte di prestanza. Al suo ritorno da Roma riceve le lodi dell’artista siracusano, impiantatosi a Messina, Gregorio Zappalà ed esegue nel suo laboratorio alcuni busti in creta del maestro Antonino Busacca, dei deputati del convitto Cappellini, il commendator Picardi, il marchese Pellizzeri, il giudice Melita, il marchese Foti, il pittore Michele Panebianco.

Su commissione diretta, invece, esegue i busti dei commercianti Domenico Marangolo e Pietro Vitale, del signor Antonio Savoja, del dottor Demetrio Pispisa, del barone Raffaele La Corte, dell’ingegner Giuseppe Martinez, del signor Battaglini, della signora La Fauci, di Alfredo Cappellini, che lo stesso Monteverde raccomanda all’omonimo convitto messinese (7).

Fra le altre opere citiamo il monumento in marmo per il banchiere Patrizio Rizzotti, composto da una statua raffigurante la Speranza e un bassorilievo rappresentante la Sacra Famiglia, sei figure in marmo raffiguranti gli Apostoli San Giovanni, San Simone, San Pietro, San Bartolomeo, San Filippo, San Matteo, eseguiti grazie alla vittoria riportata in un concorso bandito dal municipio di Catania (gli altri sei apostoli furono eseguiti dal Bagnasco di Palermo), due bassorilievi circolari rappresentanti la Fede e la Carità presso la Cappella della baronessa Nava al camposanto di Catania, un busto in marmo del Generale Garibaldi per la Villa Bellini di Catania, un altro di grandi dimensioni del Re Umberto I e custodito, un tempo, presso la Sala del Consiglio della Camera di Commercio di Messina.

Scarfì si rivela uno scultore molto prolifico e di fronte al suo valore il De Gubernatis si sbilancia in un ossequioso panegirico:

«Lo Scarfì nella sua carriera artistica non è stato favorito dalla fortuna, essendo egli di sua natura alieno da qualunque intrigo disdegnando ogni protezione e riponendo soltanto tutta la sua fiducia e le sue speranze nella perfezione dell’arte propria, cosa che com’è ben noto, non sempre è bastevole a formare rapidamente la fama e la fortuna di un artista».

Tali parole ci rendono edotti delle difficoltà ad operare nel campo dell’arte senza invadere il campo della politica, delle clientele, dei favoritismi. Nel 1878, all’età di ventisette anni, Giovanni Scarfì scolpisce quello che ai suoi tempi era stato definito il suo lavoro più riuscito: il monumento a Francesco Saja (1804-1874), l’avvocato criminalista messinese più in voga nella seconda metà dell’Ottocento (opera presente al Cenobio del Gran Camposanto di Messina).

In quest’opera lo scultore dava prova di vivo realismo, sapiente tecnica di dosaggio del panneggio, forte espressività del personaggio rappresentato. È come se l’avvocato ripetesse in eterno l’ultima arringa, il volto corrucciato e gli occhi che cercano l’assenso del pubblico, gli appunti che si accartocciano nella stretta della mano destra, il palmo dell’altra aperto in segno di determinazione, nobiltà d’animo, necessaria sottolineatura e soccorso della parola. Alle spalle della statua, una pila di libri e di scartoffie legali evidenziano la cura con cui Scarfì si era cimentato nell’esecuzione dell’opera, durante il suo soggiorno di studi a Roma. Contemporaneamente, è l’opera che lo designa quale l’artista prediletto della borghesia messinese: aderente ai modelli del realismo della cultura italiana del tempo con uno spiccato senso dell’arte avanguardistica.


Dietro le quinte del Cimitero Monumentale di Messina

Giovanni Scarfì scultore del Gran Camposanto

Giovanni Scarfì fra colonialismo e imperialismo


(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto di Messina di oggi all’unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta“, [2010].


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Bibliografia


4 DE GUBERNATIS, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze 1889, ad vocem.

5 PREITANO, cit., p. 213.

6 Giulio Monteverde (Bistagno Val di Scrivia, Alessandria 1837-Roma 1917). Ebanista, studiò a Genova e a Roma. Autore dei monumenti a Mazzini (Buenos Aires) e a Bellini (Catania). Ebbe notevole successo all’Esposizione di Parigi del 1878. Fra le molte onorificenze, gli fu assegnata quella di Senatore del Regno il 26 gennaio 1889.

7 PREITANO, cit., p. 214-215.


 

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