L’Impressionismo e la realtà percepita: Edouard Manet

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Nella prima metà dell’Ottocento, approfonditi studi di medicina sull’occhio umano portano una gran parte di studiosi (ma anche di appassionati) a indagare sulla percezione visiva e sugli effetti della luce di questo raffinato e complesso organo umano. Mentre l’invenzione della camera ottica aveva reso possibile immortalare parte della realtà su un foglio piano grazie a un sistema di rifrazioni, l’invenzione della macchina fotografica ha una portata rivoluzionaria anche e soprattutto nel campo dell’arte. In particolare, questo cambiamento epocale nel saper catturare l’immagine, viene colto da una corrente di artisti riunitosi attorno alla Scuola di Barbizon, in realtà non una vera e propria scuola ma un gruppo autonomo di pittori rivolti alla scoperta degli effetti di luce. Barbizon è una località poco lontano da Parigi, una campagna aperta con un magnifico e lucente paesaggio caratterizzato da una grande varietà di vegetazione e specchi d’acqua. Da quel gruppo costituitosi nel 1839 prenderà vita la corrente impressionista. Gran parte dei quadri di questi pittori sono rifiutati dai saloni espositivi ufficiali, cosicché alcuni di loro decidono di riunirsi in una società anonima per esporre autonomamente i loro quadri.

Dopo tante difficoltà, la loro prima mostra ufficiale è del 1874 all’interno di un laboratorio fotografico messo a disposizione dall’affermato fotografo Felix Nadar. Nadar è affascinato da questo particolare stile pittorico perché è molto vicino all’immagine fotografica, anzi molte volte si serve di questi artisti per colorare le sue foto in bianco e nero.
Gli impressionisti portano una rivoluzione nella pittura, grazie alla semplice osservazione della natura dell’occhio umano che non riceve immagini dettagliate dalla realtà, ma un insieme di colori che poi la mente rielabora in forme distinte. E’ la prima impressione visiva lo scopo della nuova corrente artistica. Tale visione viene colta inevitabilmente “en plein air” (all’aperto), per godere degli effetti immediati di luce. Non solo: per cogliere l’attimo fuggente, il dipinto deve essere realizzato nel minor tempo possibile, massimo un quarto d’ora, inoltre si predilige la presenza di specchi d’acqua per aumentare le vibrazioni luminose e gli effetti del riflesso. Fra tutti gli artisti impressionisti, Manet e Degas, per la loro tecnica pittorica, non possono intendersi propriamente tali.

Édouard Manet

Édouard Manet appartiene a una famiglia benestante del centro di Parigi. Il padre Auguste è un alto funzionario del ministero della Giustizia e la madre Eugénie-Desirée Fournier è figlia di un diplomatico di Stoccolma molto vicino al re. Nonostante lo spessore culturale della famiglia, il padre di Edouard non è interessato alla carriera artistica del suo figlio maggiore e fa di tutto per distoglierlo.

Nel prestigioso collegio Rollin, il giovane conosce lo scrittore Proust, che lo conduce per mano al Louvre. Di fronte all’ostinazione familiare, preferisce imbarcarsi come marinaio per cambiare la propria vita. I genitori lo lasciano fare.

Al suo ritorno dal Brasile e dalla vita in mare, la voglia di disegnare è decisamente cresciuta, anche se il giovane ha a che fare con qualche acciacco di salute in seguito a una malattia tropicale contratta durante il viaggio. In effetti, s’introduce nel gruppo dei pittori realisti dove si lega di salda amicizia con Degas e con Baudelaire.

La fortuna dell’artista è legata all’invenzione del “Salone dei rifiutati”, un centro espositivo riservato agli artisti esclusi dal Salon ufficiale secondo la volontà dello stesso imperatore Napoleone III.

Édouard Manet, Colazione sull’erba, 1863, Museo d’Orsay, Parigi

Proprio presso il salone dei rifiutati espone la sua opera più controversa: La colazione sull’erba del 1863. E’ un dipinto innovativo fondato su forti contrasti: appaiono figure e natura morta, colori molto chiari e molto scuri, spicca al centro la candida figura di una donna svestita che contempla il pittore con aria disinvolta, mostrando persino la pianta di un piede. La donna ha accanto a sé due uomini, due universitari, a giudicare dagli abiti, con barbe lasciate crescere per sembrare più adulti, altrettanto disinvoltamente sdraiati. Sulla sfondo, un’altra donna vestita solo con una sottoveste, è intenta a detergersi con l’acqua di uno stagno. Tutto sembra ruotare intorno al tema della prostituzione. La scena è descritta con verosimiglianza e con forte realismo, tuttavia a scandalizzare i perbenisti di allora è soprattutto il fatto che i personaggi sono veri ed esistenti: la donna è una modella del pittore e dell’Accademia di Belle Arti, i due uomini sono il fratello del pittore e un amico.

Édouard Manet, Olympia, 1863, Museo d’Orsay, Parigi

Allo stesso anno appartiene un altro sconvolgente quadro, l’Olympia. Il soggetto è sempre una donna nuda realmente esistita, una nota prostituta parigina (tanto famosa che il suo stesso nome diventa sinonimo di prostituta) che lancia un’occhiata peccaminosa e un po’ assonnata nei confronti del suo spettatore. Con un gesto fra il pudico e il malizioso copre il suo corpo a metà, ostentando i seni e lasciandosi osservare nei suoi vezzosi particolari come il fiore, il nastrino intorno al collo, il bracciale e le piccole scarpe dorate. Le lenzuola sono scomposte, la serva nera le offre un mazzo di fiori di un probabile ammiratore. Il fondo nero aumenta il contrasto con la sua carnagione chiara e aggiunge una nota di mistero e di peccato (come il gatto ai suoi piedi e la serva che appaiono con un volontario “scuro su scuro”).

I riferimenti artistici sono numerosi e richiamano alla mente la Venere di Urbino di Tiziano e le Maya di Goya (sopra). Inutile aggiungere che il dipinto di Manet è catalogato come scandaloso e tenuto ben nascosto nel corso dell’esposizione ufficiale.

Grazie a queste sue esplicite opere di contestazione del falso perbenismo della società di allora, Manet diviene il capofila degli artisti riuniti intorno al Café Guerbois, una grande icona dell’arte contemporanea. Come lui, tutti gli impressionisti piantano il cavalletto in mezzo ai prati o alla strada per dipingere en plein air, come lui utilizzano i colori nel tubetto (altra rivoluzione tecnica di quel periodo), come lui utilizzano il chiaroscuro cromatico al posto del chiaroscuro tradizionale.

Manet è l’artista più famoso di Francia ma anche il più criticato e vituperato. Per questo, nel 1865, coglie l’occasione per un viaggio in Spagna alla ricerca dell’anima di Vélasquez, il pittore visto al Louvre che tanto lo appassiona. Al ritorno, organizza una grande mostra personale, chiamata “Louvre personale”, rifiutando di partecipare persino al Salone dei rifiutati.

Tuttavia, la memoria pubblica dei suoi quadri scandalosi lo allontanano dal successo. Solo un collezionista avanguardista, Durand-Ruel, crede in lui e acquista tutti i suoi quadri per 35.000 franchi. Le polemiche hanno termine solo con lo scoppio della guerra franco prussiana. In quell’occasione, molti artisti partono a difesa della patria: fra questi Manet e Degas. La Francia perde la guerra ma il popolo insorge alla possibile occupazione da parte della Prussia dichiarando la Comune di Parigi. Il risultato è un governo popolare che abolisce le accademie e il salone tradizionale.

Gli impressionisti vengono allo scoperto e danno vita alla loro prima mostra nel 1874 presso il fotografo Nadar. Anche Manet viene invitato, ma rifiuta. Ad appoggiare le sue scelte intervengono sempre il suo nutrito gruppo di amici come Zola, Baudelaire, Proust. Quando quest’ultimo diventa ministro delle Belle Arti, lo loderà a tal punto da insignirlo dell’alto titolo di cavaliere della Legion d’Onore.

Purtroppo, lo stato di salute dell’artista, logorato da un’atassia locomotoria di origine sifilitica, peggiora sempre più fino a procurargli l’asportazione volontaria di una gamba (1882). Muore dieci giorni dopo questo drammatico evento, fra il cordoglio del mondo dell’arte. Come testamento spirituale del suo personale indirizzo artistico lascia un altro capolavoro: Il bar delle Folies Bergère, dove giochi di colori, forme, contenuti, suoni si fondono armoniosamente in un’ultima scena d’interno, la più chiassosa e, contemporaneamente, la più sorda e malinconica, la più geniale che Manet abbia mai realizzato.

Édouard Manet, Il bar delle Folies-Bergère, 1881-1882, olio su tela, 96×130 cm, Courtauld Gallery, Londra
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