Federico Grill, banchiere e benefattore

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Federico Grill (1784-1868), giovane rampollo di una famiglia di ricchi banchieri bavaresi di Augsburg, si trasferiva a Messina nel 1803, allettato dalle ottime prospettive di sviluppo commerciale, dal clima e dalla bellezza della città dello Stretto. Dopo aver trascorso venticinque anni della sua vita al fianco di Giovanni Walser, con mansioni di contabile ed amministratore del suo patrimonio, era nominato amministratore unico della sua consolidata ditta.

All’apertura del testamento del Walser si sorprese quando seppe di essere stato nominato suo erede universale. Federico, consapevole dell’enorme fortuna che gli era piovuta addosso, si prodigava negli affari rivolgendo tutta la sua generosa attenzione verso gli indigenti. Vivacemente sollecitato dai richiami dell’arte, patrocinava eventi culturali locali e, in particolare, diveniva il mecenate del pittore messinese Dario Querci. 

Nel suo testamento del 1865, depositato presso il notaio Sebastiano Domenico Micale, Federico nominava erede universale il nipote Paolo. Questi prendeva il suo posto nell’azienda di famiglia e si guadagnava la posizione di amministratore della Banca Nazionale e di presidente della Banca Siciliana.

Paolo ebbe quattro figli: Federico, Adolfo, Emma e Amalia. Federico prendeva le redini della ditta Walser e, dopo qualche tempo, chiamava a sé il fratello più giovane per esercitare l’attività di recupero crediti. I due mettevano a profitto la debolezza delle piccole ditte commerciali che non avevano mezzi finanziari sufficienti per affrontare  lunghe ed estenuanti cause giudiziarie contro potenti debitori: la ditta Walser, solida abbastanza per avere ragione sui debitori più ostinati, acquistava volentieri i loro crediti. Federico, come lo zio di cui portava il nome, si era rivelato talmente abile nel mestiere, da recuperare un numero non indifferente di crediti, fra cui quello di circa cinquantamila lire che i fratelli Gentiletti vantavano verso il mercante di grani Luigi Pirandello, uno dei più scaltri proprietari terrieri del messinese dalla nascita dello Stato unitario.

 Il 15 settembre 1872, con il cugino Giorgio e il socio Carlo Andreis, dava vita alla Società di Riassicurazione Marittime, Fluviali e Terrestri «Poseidon», con sede in Stoccolma. Per motivi tecnici ed amministrativi, la società veniva messa in liquidazione il 25 novembre 1873. 

Federico rivestiva anche la carica di console del Portogallo, con sede in Largo Teatro Vittorio Emanuele n. 20. Il 3 ottobre 1891 liquidava anche la ditta Walser a favore del fratello Adolfo, il quale, il 18 ottobre 1892, gli restituiva la cortesia attribuendogli una rendita vitalizia di 2.400 lire annue.

Da quella data Federico decideva di trascorrere il resto dei suoi giorni a Roma. Il suo soggiorno, tuttavia, veniva funestato da una convocazione in tribunale per insolvenza di tre cambiali nei confronti della ditta di Pasquale Esposito. Venuto a conoscenza del suo allontanamento da Messina e del vitalizio messogli a disposizione dal fratello Adolfo, l’Esposito faceva pignorare i beni suoi e della moglie Concetta La Corte, la quale nel frattempo si era costituita come mallevadrice del debito.

L’articolo 1790 del codice civile del Regno riportava inequivocabilmente l’insequestrabilità della rendita vitalizia assegnata a titolo di alimenti e il procuratore legale dei fratelli Grill, infatti, avrebbe insistito a lungo su questa linea. L’avvocato della controparte, invece, argomentava che il vitalizio fosse a titolo oneroso e quindi sottoponibile a sequestro, ai sensi dell’articolo 1800 del codice civile, sottolineando il fatto che la ditta Walser e C. fosse passata nelle mani di Adolfo poco tempo dopo l’elargizione degli alimenti. Il giudice dava ragione all’accusa: «è fuor di dubbio che essa rappresenta il corrispettivo della cessione dei diritti fatta come socio della ditta Walser del signor Federico Grill al signor Adolfo Grill». 

Federico si vedeva sottratti gli alimenti fino all’estinzione del debito nei confronti della ditta Esposito. Nel novembre del 1904, Pasquale Esposito, titolare dell’omonima ditta, cedeva la rimanenza di tale debito all’Esattore delle Imposte di Messina.


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(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto di Messina di oggi all’unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta“, [2010].


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