Lo stato d’assedio durante il terremoto di Messina

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

L’immane sciagura destò un sentimento profondo nei contemporanei italiani e stranieri. Di conseguenza ci fu un fiorire di varie produzioni letterarie volte a soddisfare l’enorme sete di conoscenza, dalle poesie alle interviste, dalle testimonianze dirette ai saggi scientifici. 

Per tutto il 1909 corrono sui giornali le notizie riportate dai superstiti, intervistati «a caldo» dai giornalisti recatisi sul luogo della calamità o, come più spesso accadeva, presso gli ospedali delle varie città italiane, dove i feriti erano stati ricoverati. Durante lo stato d’assedio, infatti, era vietato l’ingresso a chiunque non fosse provvisto di un lasciapassare governativo. 

Articoli, pubblicazioni, testimonianze sul terremoto di Messina

Siamo andati alla ricerca di queste testimonianze, alcune di buona qualità letteraria e scientifica, altre dense di retorica e di commozione, ma interessanti nel complesso per valutare il sentimento popolare in seguito al terremoto. Osserviamo, per esempio, una strofa di una poesia in ottave scritta dal messinese Letterio Calabrò nel 1909, durante il suo ricovero in Palermo:

Insomma Senatori e Deputati

E sindaco e questore in compagnia, 

Giudici, Cancellieri ed Avvocati

E tutta e tutta l’alta Signoria

Sono sotto gl’ingombri sotterrati, 

Ed in vita restò la porcheria

E il vero disonor chè dove vanno

Vergogne e porcherie scabrose fanno. 

Nell’ottava riportata, c’è un forte senso di ostilità nei confronti della classe dirigente: il sindaco e il questore, volutamente citati con l’iniziale in carattere minuscolo, e l’alta Signoria che si presenta con i nomi altisonanti di Senatori, Deputati, Giudici, Cancellieri e Avvocati hanno lasciato ai vivi la porcheria, ovvero il cattivo ricordo di loro stessi e le rovine devastanti della speculazione edilizia, il disonor conseguenza del loro comportamento immorale, che ancora riecheggia fra i vivi insieme alle altre vergogne e porcherie scabrose, recanti oltraggio al comune senso del pudore. Si avverte anche la presenza di una mano divina in quella sorta di «livellamento sociale» e di capovolgimento delle fortune che il terremoto ha decretato (sono sotto gl’ingombri sotterrati). 

Giacomo Longo, un testimone scomodo del terremoto

Un libro notevole sia per suoi contenuti che per la sua sprezzante polemica è quello del messinese Giacomo Longo, pubblicato nel 1911, prima dell’arrivo di Giolitti a Messina. È un documento storico con numerosi dati sulla gestione del post-terremoto da parte del governo italiano. Ci sono le gaffes e le scorrettezze compiute dai comandanti dell’esercito italiano di stanza a Messina, sono riportate le prodezze compiute dai marinai russi e inglesi. Non poteva mancare, in funzione antigiolittiana, una particolare dedica a Nunzio Nasi, diventato il portabandiera dell’indipendentismo e dell’orgoglio siciliano. Quanto ci viene descritto trova conferma nei resoconti giornalistici dell’epoca, nelle testimonianze trascritte dai superstiti e dall’analisi compiuta recentemente da Giorgio Boatti con il supporto degli atti ministeriali. 

Secondo la testimonianza diretta di Giacomo Longo, l’esercito italiano sfuggì ad ogni controllo: «[i soldati italiani] vanno armati di fucili e di baionette, sono carichi di cartucce, vanno facendo la caccia ai cani e vanno scorazzando per le vie della città morta, garentendo i ladri»; e riguardo ai commilitoni settentrionali: «[…] ai loro cuori gelati, come le cime dei loro monti, rispondeva un senso di cupidigia mal represso» e ancora: «la fanteria c’era, ma essa aveva il compito di frugare più che di cercare fra le macerie per vedere di trovare un portafoglio, una cassaforte, un tiretto di gioielli». Molto significativa, in questo senso, è la storia di un ragazzo di dodici anni che, incastrato sotto una montagna di mattoni e pietre, da ore, stentava a respirare. Era il figlio del capitano di fanteria Munafò, la sua casa gli era crollata addosso e la famiglia giaceva sotto le macerie. I soldati italiani, davanti a questa scena, primaditutto si preoccuparono di tirare fuori una cassaforte che emergeva dai calcinacci, poi d’aprirla e di spartirsi il denaro, i gioielli e i titoli di rendita, infine provvidero a salvare il ragazzo. La storia divenne di dominio pubblico allorquando gli sprovveduti soldati furono tratti in arresto a Palermo, subito dopo aver tentato di vendere le cartelle dei titoli di rendita intestate al capitano Munafò. 

La macabra scena del figlio del capitano ne ricorda un’altra che vide vittima il viceconsole Joseph Peirce, rimasto intrappolato con la testa fuori dalle rovine e morto due giorni dopo, privo di soccorso. Come racconta il console statunitense Bayard Cutting jr: «i marinai inglesi e russi non si sono occupati dei loro consolati, bensì hanno aiutato le autorità a trovare i superstiti». Frase che la dice lunga sullo slancio umanitario dei corpi militari stranieri. Quando i marinai inglesi, infatti, si recarono presso il proprio consolato, lo trovarono completamente distrutto. L’edificio si trovava in via Garibaldi, a un isolato dal Municipio, si affacciava direttamente sul porto ed era provvisto di tre accessi: quello di via Santa Maria della Stella era la sede del consolato britannico, l’altro, sulla via Garibaldi, ospitava il consolato russo e l’altro ancora, sulla via del Priorato, il negozio di agrumi ed essenze di Guglielmo Sanderson, fra l’altro proprietario dell’intero stabile. Nessuno fu trovato vivo.

La triste fine di Niccolò Fulci

Grande impressione destò anche la scomparsa dell’onorevole Niccolò Fulci, avvenuta sotto gli occhi del fratello Ludovico, il quale rilasciò la seguente intervista dai toni molto polemici: 

«Io, fino dal momento del terremoto, chiesi soccorso ad un capitano d’artiglieria, il quale tornò per procedere al salvataggio alle 11. Non potendo tollerare alcun indugio io avevo intanto chiesto aiuto ai pompieri di Messina. L’ispettore comandante mi mandò quattro pompieri, ma questi appena iniziati i lavori coraggiosamente… scapparono. Ritornai nella piazza del Municipio [foto n. 13]. Imposi a taluni pompieri che ivi erano di seguirmi. Essi rifiutarono: ed io allora feci iniziare i lavori di salvataggio da un mio colono e da un giovane francese che si trovava all’Hotel Vittoria, il quale fece miracoli d’attività, e da due infermieri della Croce Rossa che erano accorsi per tentare di salvare il loro presidente. 

«È a rilevare che nelle prime ore del mattino del 28 mio fratello, chiamato attraverso le macerie dagli amici, aveva detto: Siamo tutti e tre salvi – accennando anche alla moglie ed alla bambina – Fate presto, non mi fate soffrire. 

«Pare egli abbia avuto la visione esatta della sua situazione: la sua stanza da letto era caduta fino al sottostante magazzino del signor Cavallaro, ma attorno a quella stanza si era formata, dalle travi, una grotta e tutti i massi e le macerie erano cadute su quelle travi senza romperle. Infatti, mio fratello, dai bravi pompieri di Palermo, fu tratto cadavere senza alcuna ferita. Egli morì di asfissia. Devo anche dire che quando i pompieri di Messina si rifiutarono, io vidi cinque artiglieri in Piazza Municipio e li pregai di accorrere. Quei bravi giovani mi risposero che erano stati colà mandati dai loro superiori e non si potevano muovere. Resta quindi chiarito che nonostante le mie spasmodiche richieste, dalle 6 del mattino alle 11 io non potei avere alcun agente, alcun soldato che procurasse il salvataggio di mio fratello. 

«È anche a notare che le macerie di casa mia non erano una grande montagna come altrove, perchè tutto il palazzo era rimasto in piedi e non erano cadute che sei stanze. E questo, in quel momento di orgasmo, io avevo fatto notare, rilevando come ivi fosse più facile l’opera di salvataggio. 

«È anche da notare che oltre alle parole pronunciate da mio fratello, continuamente si sentivano mia cognata e la bambina che gridavano chiedendo aiuto. Nessuno quindi potrà mettere in dubbio che dagli agenti e dai soldati, dalle ore 6 alle 11, io fui lasciato nel più perfetto abbandono. 

«Dopo il salvataggio di mia cognata pregai si continuasse per mio fratello; non potei ottenerlo perchè i soldati erano stanchi; ed essendo le ore 17 il buio non permetteva si lavorasse. 

«Con ciò non intendo dire che non il giorno 28, ma la dimane, quando vennero a Messina marinai e soldati, questi non abbiano compiuti atti di abnegazione ed anche di eroismo e che il nostro Esercito e la nostra marina non abbiano fatto onore al valore italiano». 

Dunque, scene di astensione dal salvataggio, per ordini dei superiori, da parte di alcuni ufficiali e soldati dell’esercito italiano, ma anche atti di eroismo, confusi a paure recondite, che il continuo fremito della terra e il mare in tempesta portavano a galla. 


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:


(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].

(2) D. De Pasquale, I Marchesi di Cassibile, ABC Sikelia Ed., 2018


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