Quando pensiamo alla storia dell’arte, siamo soliti concentrarci sui capolavori, sui pigmenti, sulle mani dei grandi maestri e sui contesti in cui sono nati. Spesso, però, dimentichiamo che se oggi possiamo ancora ammirare queste meraviglie, lo dobbiamo al coraggio e alla dedizione di funzionari e storici dell’arte che, nei momenti più bui della nostra storia, hanno rischiato tutto per metterle in salvo.
Fra questi eroi silenziosi un ruolo di primo piano spetta ad Emilio Lavagnino, figura centrale della tutela italiana e protagonista di quel grande sforzo di salvataggio che ha caratterizzato la Seconda guerra mondiale.
Sul campo: proteggere l’arte sotto le bombe
Nell’imminenza del conflitto e con l’incubo dei bombardamenti aerei, i beni culturali italiani si trovarono improvvisamente in prima linea. Funzionari ministeriali e addetti alle Soprintendenze si mobilitarono immediatamente per proteggere sia le strutture fisse che le opere mobili.
Nell’imminenza del conflitto e con l’incubo dei bombardamenti aerei, i beni culturali italiani si trovarono improvvisamente in prima linea. Funzionari ministeriali e addetti alle Soprintendenze si mobilitarono immediatamente per proteggere sia le strutture fisse che le opere mobili.
L’impegno di Lavagnino fu titanico. Consapevole che dopo l’8 settembre non vi erano misure di protezione sicure contro bombardamenti, saccheggi e razzie tedesche, ottenne — sebbene ufficialmente collocato in pensione perché si era rifiutato di seguire al Nord il governo della Repubblica Sociale Italiana — i mezzi di trasporto e i permessi di circolazione per effettuare due spedizioni nei ricoveri delle Marche, dove erano raccolti i dipinti più importanti delle gallerie di Venezia, Milano e Roma. Riuscì così, grazie alla collaborazione del soprintendente delle Marche Pasquale Rotondi, a portare in Vaticano circa duecento casse contenenti oltre trecento quadri di eccezionale valore — tra cui opere di Tiziano, Giorgione, Piero della Francesca e Raffaello, nonché l’intero tesoro della Basilica di San Marco.
Tra il gennaio e il maggio 1944, setacciò tutto il Lazio, spingendosi anche in zone esposte ai bombardamenti, organizzando la protezione delle opere non removibili e predisponendo quelle da portare in Vaticano. Nel 1954 fu insignito della medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte.
Il legame con la Sicilia
Un dettaglio che pochi conoscono e che ci riguarda da vicino: tra il 1926 e il 1927, all’inizio della sua carriera, Lavagnino lavorò come ispettore aggiunto alla Soprintendenza alle Gallerie di Palermo, approfondendo il tema dell’influenza della pittura spagnola su quella siciliana del XV secolo e pubblicando uno studio originale sull’Oreficeria del Quattrocento in Sicilia.
Il sodalizio con Federico Zeri e la tutela sul campo
In quegli anni drammatici, la strada di Lavagnino si incrociò con quella di un giovanissimo Federico Zeri, allora agli inizi della sua straordinaria carriera critica. Insieme ad altre grandi menti della tutela, Zeri rappresentava la nuova generazione di storici dell’arte votati a un’analisi rigorosa, ma anche a un attivismo senza sosta per arginare i saccheggi, i danni dei bombardamenti e la dispersione delle opere d’arte. Quella rete di giovani studiosi e funzionari formò la spina dorsale della salvaguardia nazionale, unendo la competenza filologica alla trincea della protezione civile dei beni culturali.
Non solo tutela: lo sguardo del collezionista e dell’intellettuale
L’amore viscerale di Lavagnino per l’arte non si esauriva unicamente nella difesa burocratica o fisica del patrimonio pubblico. Questa sensibilità straordinaria si rifletteva anche nella sua raffinata collezione privata d’arte moderna, uno specchio fedele del gusto e del dialogo tra intellettuali del Novecento.
Tra le opere che facevano parte della sua raccolta figuravano infatti capolavori e lavori di artisti di primissimo piano come Antonio Donghi, Francesco Trombadori, Federico Maldarelli e Roberto Pane (che per Lavagnino dipinse anche il ritratto della moglie). Una rete di relazioni e di sguardi che legava la pittura di paesaggio e la ricerca formale del tempo alla stessa urgenza di preservare la bellezza.
Perché la storia di Lavagnino ci riguarda oggi
Rievocare oggi l’impegno di Emilio Lavagnino — così come quello di figure analoghe raccontate nei diari e negli studi storici sulla tutela — non è un semplice esercizio di memoria.
Studiare i “Monuments Men” italiani significa riconoscere che la salvaguardia dell’arte non è mai un dato acquisito, ma il frutto di una scelta etica e civile che richiede un coraggio, una competenza e una dedizione incrollabili.
Una scelta che ogni generazione è chiamata a rinnovare e che tocca tutte le coscienze, di ieri e di oggi.
Breve scheda personale:
Nato a Roma il 22 agosto 1898 e morto a Ginevra il 12 aprile 1963.
Ufficiale di artiglieria durante la Prima guerra mondiale, si laureò a Roma nel 1921 sotto la guida di Adolfo Venturi, inserendosi a pieno titolo nella grande scuola storica dell’arte italiana del Novecento.
Il legame con la Sicilia (già agli inizi della carriera): tra il 1926 e il 1927 lavorò come ispettore aggiunto alla Soprintendenza di Palermo, occupandosi anche della pittura e dell’oreficeria siciliana del Quattrocento.
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