Wiligelmo, il Duomo di Modena e la Bibbia di pietra

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(Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio 2021)

Nel 1099 la comunità modenese, come spesso avveniva in quei piccoli contesti medievali dove tutto veniva condiviso e costruito insieme, concentrò la sua attenzione sull’antico tempio che custodiva la tomba del Santo Patrono, San Geminiano, con l’intenzione di recuperarlo e dargli nuova vita. L’opera che fu realizzata è stata così determinante da costituire una guida cristiana per i secoli a venire, non solo per quel territorio, oggi “Patrimonio dell’Umanità” UNESCO.

“Domus clari Geminiani”

La casa dell’illustre Geminiano, così la chiamarono i concittadini modenesi la nuova chiesa dedicata al secondo Vescovo di Modena (312-397) e intitolata alla Madre di Dio Incoronata.

Da un codice dell’archivio capitolare si ricava che l’architetto nominato per la conduzione dei lavori è Lanfranco, mentre lo scultore nominato è Wiligelmo. Si poneva la prima pietra il 9 giugno del 1099. Lo stesso anno è inciso sulla facciata del Duomo per mano dello stesso Wiligelmo, mentre un’altra lapide riporta il tributo dei modenesi verso Lanfranco.

Sette anni dopo, il 30 aprile 1106, il corpo di S. Geminiano veniva traslato nella cripta del nuovo edificio di culto, mentre la celebrazione ufficiale, con un corteo di cardinali e vescovi al seguito del Papa Pasquale II e la Contessa Matilde di Canossa, avveniva nell’ottobre dello stesso anno. Ma fu Papa Lucio III che dichiarò la fine dei lavori il 12 luglio del 1184.

La storia del Duomo di Modena – Cronologia

397 Morte di San Geminiano, Vescovo di Modena.
570 Epigrafe di Gundeberga, che testimonia la costruzione della prima Basilica.
883 circa, nascita della seconda Basilica in onore di Geminiano, divenuto santo.
1099 Anno di costruzione della Cattedrale, progettata dall’architetto Lanfranco e decorata dallo scultore Wiligelmo.

I contenuti e la disposizione delle varie opere che adornano il Duomo di Modena sono così coordinate da far pensare a un progetto premeditato, attribuito al «magister scholae» Aimone.

Il Duomo di Modena è un capolavoro e un’evoluzione dell’arte romanica: Lanfranco lo immagina come una vera e propria casa, con facciata a salienti, diviso in tre navate e capace di accogliere l’intera comunità, arricchita da un protiro elegante e solido allo stesso tempo.

Duomo di Modena, prospetto della facciata a salienti, con i bassorilievi di Wiligelmo in evidenza e il protiro di Lanfranco, elegante e di ampio respiro.

Il protiro è un piccolo portico sorretto da due sole colonne o pilastri posto a protezione del portale d’ingresso delle chiese cristiane. Il protiro ha origini antichissime, fu adottato anche in chiese armene fra il V e il VI sec., ma a rilanciarlo è proprio l’architettura romanica lombarda ed emiliana fra il X e l’XI sec.

Duomo di Modena, particolare di un altro importante protiro, detto della Porta Regia, realizzato dai Maestri Campionesi, lato Piazza Grande. Eleganti colonne con capitelli corinzi, sorrette da leoni stilofori (simbolo della tenacia della fede e della forza della Chiesa), e altri due pilastrini retrostanti compositi e uniti da un motivo a corda intrecciata reggono l’ampia campata che protegge il portale del Duomo. Al secondo ordine, piccole colonne con capitelli corinzi sono sormontati da archetti a tutto sesto, consegnando dinamismo e ritmo all’intero corpo.

Il rosone e i portali laterali della facciata, così come parti dell’interno, sono opera successiva dei Maestri Campionesi (scultori provenienti da Campione d’Italia, oggi in Svizzera, un tempo legata a Como), databili tra il XII e il XIV secolo.

Il Pontile Campionese, con le allegorie dei quattro Evangelisti quali basi della Chiesa e la rappresentazione dell’Ultima Cena.

Wiligelmo, scultore del Duomo di Modena

Uno scultore dell’età romanica, dall’espressività apparentemente ingenua (comunque adeguata all’epoca medievale) ma di grande cultura, è Wiligelmo.

Nella sue Storie della Genesi, realizzate tra il 1099 e il 1106 per la facciata della Cattedrale di San Geminiano a Modena, emerge una buona conoscenza del tema biblico ed una interpretazione dello stesso straordinariamente originale.

Lo sfondo dei bassorilievi in questione è costituito da un’architettura semplice ma importante per scandire il ritmo delle azioni svolte: si tratta di archetti a tutto sesto che si susseguono uniti, uno identico all’altro, quasi un cielo di marmo, essenzialmente terreno, dove accadono cose terrene, dove i sostegni sono a volte le colonnine, a volte le figure umane.

La creazione di Adamo ed Eva

Wiligelmo, Duomo di Modena, Primo Bassorilievo, sul lato sinistro della facciata, sopra il portale minore.

Percorso biblico
1) Ecco, a partire da sinistra, appare il Padre Eterno inscritto in una mandorla sorretta da due angeli. Tiene in mano un libro aperto, con la scritta: «Lux ego sum mundi, via verax, vita perennis» (Io sono la luce del mondo, la via vera, la vita perenne).
2) Subito dopo segue Dio che crea Adamo. Quest’ultimo è ancora una figura quasi senza scheletro, che non riesce a reggersi sulle proprie gambe, mentre Dio è la colonna portante di questo strano cielo materiale: la sua aureola riporta le lettere REX e la sua mano instilla il soffio vitale sulla testa di Adamo, che si presenta come un corpo molle, senz’anima, quasi inebetito e con le gambe flesse. Il suo nome, ADAM, è inciso a destra del suo capo.
3) Nell’immagine successiva Dio che crea Eva è aumentato di dimensioni, invadendo lo spazio in altezza ma lasciando intravedere metà colonna alle sue spalle: il divino lascia spazio al terreno. Dio emana il suo flusso vitale e rivitalizza Eva, già creata da una costola di Adamo (che riposa sdraiato in riva a un fiume o a un corso d’acqua rigeneratrice). Adesso è la figura di Adamo, posta in diagonale, che invade tutto lo spazio disponibile in larghezza, mentre con il piede destro avverte l’ultimo contatto con il divino.  
4) Nella scena accanto, Adamo ed Eva commettono il peccato originale mangiando il frutto proibito e si scoprono i soli protagonisti, insieme al serpente tentatore avviluppato intorno all’albero della conoscenza (o del Bene e del Male), colonne portanti di questo mondo terreno. Adesso sono pienamente consapevoli della situazione: hanno conosciuto il Bene e, dopo aver trasgredito l’ordine di Dio, sentono il peso della colpevolezza e provano per la prima volta il senso del pudore. E’ per questo che si coprono le pudenda con una foglia di fico. L’immagine è di una forza di sintesi colossale: i due progenitori della stirpe umana cadono nel peccato e si vergognano nello stesso istante in cui addentano la mela, simbolo del peccato che si ammanta di bellezza.

Percorso catechistico

L’obiettivo è scoprire i segni della presenza di Dio, Creatore e Padre, attraverso la rappresentazione dei gesti della tradizione cristiana.


Adamo ed Eva (e i loro discendenti) condannati alla vita mortale

Wiligelmo, Duomo di Modena, Secondo bassorilievo, a sinistra del portale maggiore della facciata del Duomo, in basso.

Percorso biblico
1) Adamo ed Eva, sempre nudi ma pieni di vergogna per il loro gesto così come li abbiamo lasciati nel bassorilievo precedente, si ritrovano di fronte a Dio, che, alzando l’indice della mano destra, legge loro il contenuto di un cartiglio: «Dum deambularet Dominus, in paradisum» (Nel giardino dell’Eden, mentre il Signore passeggiava, cfr. Genesi 3,8). 

2) I due primordiali abitanti della Terra si coprono il volto con una mano e, mentre scoppiano in lacrime, sono allontanati dall’Eden da un Cherubino che rotea una spada sulle loro teste (cfr. Gen 3,24).

3) Nella scena successiva, Adamo ed Eva si ritrovano l’uno di fronte all’altra a zappare la terra, divisi solo da un albero maestoso. Viene qui definita la loro natura mortale e la necessità di lavorare per ottenere ciò che prima avevano spontaneamente e con tanta facilità. Una crudele punizione dopo il grave peccato commesso.

Percorso catechistico

Dio ha risparmiato gli umani dalla distruzione, concedendo loro un’altra possibilità.


Caino e Abele

Wiligelmo, Duomo di Modena, Terzo bassorilievo, facciata del Duomo, a destra del portale principale.

Percorso biblico

1) Nelle scene successive si racconta la storia dei discendenti di Adamo ed Eva, ovvero dell’umanità condannata al duro lavoro dei campi per poter sopravvivere. Caino e Abele, figli dei due primi abitanti della terra, poi assurti a simbolo dell’umanità peccatrice, si contendono un posto di fronte al giudizio di Dio. 

Sopra un trono sostenuto da un telamone, Dio racchiuso in una mandorla (aura divina) mostra un libro aperto, con la scritta: «Qui sequitur me non ambulat in tenebris» (Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, Gv 8,12).

Alla sua sinistra, Abele gli porta in dono un agnello, mentre il fratello Caino, a destra, gli porta in offerta un fascio di spighe di granturco.

Accanto ad Abele, un’iscrizione riporta: «Primus Abel iustus defert placabile munus» (Abele, il primo giusto, presenta l’offerta propiziatoria, che è gradita). Nella stessa scena, appare un’altra iscrizione, accanto alla testa del telamone: «Hic premit, hic plorat, gemit hic, nimis iste laborat» (Egli insiste, piange, geme, molto si addolora).

2) Assassinio di Abele. Caino, invidioso dell’abilità del fratello, lo uccide bastonandolo sulla testa con una mandibola di cavallo, come ben si vede nella scena del bassorilievo di Wiligelmo.

3) Nella terza scena, Dio compatisce Caino, appoggiando la mano destra sulla sua spalla, in quella sinistra porta un cartiglio: «Ubi est Abel frater tuus» (Dov’è tuo fratello Abele? Gen 4,9).

Percorso catechistico

L’uomo giusto è quello che si avvicina a Dio con la sola forza della fede e la purezza d’animo.


L’Arca di Noè e la nuova umanità

Wiligelmo, Duomo di Modena, Quarto bassorilievo (parte destra della facciata del Duomo, sopra il portale minore)

Percorso biblico

1) Arrivano la morte di Caino e l’arca di Noè, conseguenza del diluvio universale purificatore che ha dato vita a una generazione meno corrotta di uomini. La scena in cui il vecchio cieco Lamech uccide Caino con una freccia, mentre i discendenti di Noè e Noè stesso escono dall’arca dopo la tempesta divina, non proviene dalla Bibbia ma dalla tradizione ebraica che, evidentemente, il nostro scultore lombardo ha voluto abbracciare.

Lamech è cieco, porta un copricapo ebraico e fa scoccare una freccia dal suo arco. Il rovinoso dardo raggiunge alla gola Caino, che muore aggrappato a un ramo di un albero (è l’albero del Bene e del Male? E’ ancora una conseguenza del peccato originale?) 

2) Al centro campeggia una magnifica arca galleggiante sulle acque piovane, essa ha la forma di un edificio religioso o di un acquedotto con una caratteristica sequenza di archi a tutto sesto. Da due finestre si affacciano i nuovi progenitori della stirpe degli uomini: Noè e la moglie Naamah. Naamah guarda la morte del suo progenitore Caino, che rappresenta ormai il passato, mentre il marito Noè guarda dalla parte opposta, verso il futuro.

2) Nella terza scena, Noè abbandona l’arca insieme ai suoi tre figli: Cam, capostipite dei popoli del sud (Camiti) Sem, capostipite dei popoli di mezzo (Semiti) Jafet, capostipite dei popoli del nord (Eurasia Iafetita), che, per l’appunto, andranno a popolare il mondo allora conosciuto.

Percorso catechistico

L’arca si fa custode degli uomini puri e ponte tra passato e presente.


L’iscrizione che testimonia la presenza di Wiligelmo

Wiligelmo firma questa iscrizione, collocata sulla facciata del Duomo, a sinistra del protiro. Lo scultore ha voluto che la reggessero i profeti Enoc ed Elia. Ecco il contenuto della frase in latino: «Mentre il cancro supera trionfale il corso dei gemelli / nel tempo del mese di giugno, il quinto giorno prima delle idi (9 Giugno) l’anno dell’Incarnazione di Dio mille e cento meno uno / fu fondato questo Duomo del grande Geminiano. / Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, / è chiaro ora, o Wiligelmo, per le tue opere scolpite». 

La Porta della Pescheria, Re Artù e le virtù di una terra di mezzo

Interessanti si presentano le decorazioni presenti sulla porta della pescheria (cosiddetta per via dell’esistenza di un mercatino del pesce nella piazza dove la porta s’affaccia): si tratta della raffigurazione di cavalieri armati appartenenti al ciclo bretone, Re Artù e compagni uniti per liberare la bella Ginevra. I nomi in germanico dei personaggi sono incisi nella cornice dell’arcata superiore e sono la dimostrazione di come Modena sia stata una città mitteleuropea, dove dovevano essere frequenti i passaggi di stranieri per attività affaristiche, militari o solo per il transito.

La particolarità è che l’opera letteraria su re Artù e i cavalieri della tavola rotonda non era ancora stata scritta da Goffredo di Monmouth (1149-51 circa), ma la storia, come dimostrano questi bassorilievi del Duomo di Modena, databili intorno al 1110-1130, era già circolante e, certamente, non di sua invenzione.

Questa prerogativa della città di Modena si spiega benissimo se ricordiamo la particolare funzione del territorio-cuscinetto appartenente alla Contessa Matilde di Canossa (Lombardia, Emilia, Romagna e Toscana), ago della bilancia nella lotta per le investiture e nei contrasti tra Impero e Papato.

Sull’architrave si trovano le seguenti figure allegoriche, che, nell’insieme, raccontano una storia:

  • una Nereide a cavallo di un Tritone, figure mitologiche protettrici dei naviganti nell’antica Grecia ma, nella visione medievale, raffigurano mostruosità che assumono sembianze umane;
  • il Funerale della volpe (icona ricorrente nel bestiario medievale): il furbo animale carnivoro, trasportato su una barella da due gallinacei, rappresenta l’astuzia del demonio e i suoi continui tentativi di insidiare il Bene e la Chiesa;
  • un motivo centrale di corde intrecciate fra foglie di quercia, insolita croce celtica a nodi, probabile simbolo nordico cristiano di forza nell’unità;
  • due Ibis che uccidono un serpente, rappresentano la vittoria del Bene sul Male; l’ibis veniva associato alla fenice, simbolo di resurrezione;
  • la Storia del lupo e della gru, qui, secondo un’interpretazione della favola di Fedro, un lupo, dolorante per un fastidioso ossicino di agnello conficcato nella gola, su suggerimento di una volpe, si fa estrarre il corpo estraneo da una gru dal lungo becco. Al momento della ricompensa, il lupo fa valere tutta la sua cattiveria, cacciando il volatile in malo modo.

La storia consiste nella seguente morale: sin dall’antichità l’uomo ha cercato di difendersi dal male e, anche se ha trovato un possibile conforto o conquistato una certezza, deve essere consapevole che il male è sempre in agguato e che bisogna scegliere i giusti alleati per combatterlo.

Sugli stipiti della stessa porta campeggia il ciclo dei Mesi, con la raffigurazione di un contadino che esegue lavori diversi per ogni mese, nel rispetto dei tempi dell’agricoltura.


Interni del Duomo di Modena

Duomo di Modena, interno con il pontile campionese sullo sfondo. Foto di OrsOrazio su Wikipedia.

L’interno del Duomo di Modena ripete gli stessi motivi decorativi dell’esterno, con pilastri compositi di mattoni nudi, archi a tutto sesto, colonne monolitiche sormontate da capitelli corinzi e soluzioni di luminosità insoliti per una chiesa romanica: persino i matronei, visibili attraverso le finestre trifore, sono finti, ovvero senza pavimentazione, consegnando all’insieme un respiro più ampio, sensazione arricchita maggiormente dalla soluzione tecnica e stilistica delle volte a crociera, collocate nel XV secolo, in luogo dell’originario soffitto ligneo a capriate.

Duomo di Modena, Pontile Campionese, particolare con scene della vita di Cristo.

 

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