Storie dell'altro blog

Antonello da Messina / Storia del Mediterraneo / Storia di Messina

Il Rinascimento come rete: Bruges, Firenze, Napoli e Messina

Condividi:

C’è un’idea di Rinascimento che continua a resistere nei manuali scolastici: un fenomeno tutto italiano, nato a Firenze, irradiato altrove per emanazione. Basta seguire il filo dei capitali, delle rotte marittime e delle botteghe per accorgersi che le cose sono andate diversamente.

Il Quattrocento è, prima ancora che un’epoca di stili, un sistema di connessioni: crediti che attraversano l’Europa, convogli armati che percorrono il Mediterraneo secondo rotte misurate al grado, mercanti che spediscono pale d’altare insieme a balle di lana. In questo reticolo, tre nodi contano più di altri, e non a caso finiscono per intrecciarsi nella stessa storia: l’asse Bruges-Firenze, la piazza mercantile di Messina e la corte cosmopolita di Napoli. È lungo queste tre direttrici — non lungo una sola linea che parte da Firenze — che si forma il linguaggio visivo che chiamiamo Rinascimento mediterraneo.

Il capitale come motore: Bruges e Firenze

Nel cuore del XV secolo, Bruges e Firenze funzionano come i due poli di un unico magnete. Da una parte il grande scalo commerciale delle Fiandre, cerniera fra il Mare del Nord e il Mediterraneo; dall’altra la potenza finanziaria e intellettuale guidata dall’egemonia medicea. Il collegamento fra le due città non è occasionale: in appena quarant’anni più di centoquaranta operatori fiorentini si stabiliscono a Bruges per la lavorazione di lana e seta, e la stessa famiglia de’ Medici vi apre una filiale bancaria, gemella di quella londinese, entrambe esposte alle fortune (e alle richieste di credito) dei sovrani.

È qui che entra in scena Tommaso Portinari, agente del banco mediceo a Bruges e consigliere alla corte dei duchi di Borgogna: una figura spregiudicata, capace di anticipare capitali enormi a Carlo il Temerario per matrimoni, guerre e imprese al limite del collasso finanziario, in cambio di prestigio politico e privilegi commerciali. Le conseguenze, sul lungo periodo, sono pesanti — la selezione dei direttori di filiale peggiora dopo Cosimo, e Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine non le manda a dire: i responsabili delle sedi estere si comportano ormai da principi più che da imprenditori. Nel giro di tre generazioni la rete che un tempo toccava Londra, Bruges, Avignone, Lione, Ginevra, Marsiglia, Venezia, Milano, Napoli e Roma si sgretola.

un dettaglio del Trittico Portinari che mostra la ricchezza e la varietà delle stoffe fiamminghe.

Hugo van der Goes, Trittico Portinari, particolare, 1477-1478, olio su tavola, 253×608 cm, Gallerie degli Uffizi, Firenze. Un capolavoro fiammingo commissionato dal banchiere mediceo Tommaso Portinari come simbolo di fede e prestigio.

Ma prima del crollo, quel credito produce qualcosa di duraturo. L’accumulo di ricchezze così ingenti si accompagna, in uomini come Portinari, a un’urgenza quasi opposta: l’ansia della salvezza dell’anima. È il punto in cui l’economia sposa l’arte. Portinari commissiona a Hugo van der Goes il trittico che porta il suo nome, destinato alla chiesa di Sant’Egidio annessa all’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze — fondato secoli prima da un suo antenato, Folco Portinari. Non è un caso isolato: prima di lui, Angelo Tani, predecessore di Portinari alla guida del banco di Bruges, aveva commissionato a Hans Memling il Giudizio Universale oggi a Danzica. Possedere una grande pala fiamminga, in quegli anni a Firenze, non è solo un atto devozionale: è un manifesto visivo di potenza economica, di relazioni internazionali, di status.

Il Trittico Portinari arriva a Firenze via mare e via fiume il 28 maggio 1483, dopo la morte del pittore e dopo che il crollo finanziario dello stesso Portinari ne aveva messo a rischio la spedizione. L’impatto sull’ambiente artistico fiorentino è immediato: Filippino Lippi, Luca Signorelli, Leonardo da Vinci, Domenico Ghirlandaio — che riprende quasi letteralmente il gruppo dei pastori nella sua Natività di Santa Trinita — restano folgorati dalle possibilità della pittura a olio, dalla sua capacità di rendere trasparenze e sfumature atmosferiche impensabili con la tempera a uovo. Il realismo analitico fiammingo, il ritratto dei committenti inserito nello spazio sacro, l’uso rivoluzionario dell’olio: tutto questo si innesta nel tessuto figurativo italiano non per emulazione astratta, ma perché qualcuno lo ha fisicamente pagato, spedito, installato su un altare fiorentino.

Il mare come infrastruttura: il sistema di Messina

Se Bruges e Firenze mostrano il vertice del sistema — il grande capitale, la grande commissione — è a Messina che si vede il tessuto connettivo che rende tutto questo possibile: il mare come rete percorribile, non come confine.

Grazioso Benincasa, Carta Nautica del Mediterraneo, 1482. Dettaglio dell'Italia meridionale e delle rotte passanti per la Sicilia, Biblioteca Universitaria di Bologna.

Grazioso Benincasa, Carta Nautica del Mediterraneo, 1482. Dettaglio dell’Italia meridionale e delle rotte passanti per la Sicilia, Biblioteca Universitaria di Bologna.

Basta osservare una carta nautica del tempo, come quella disegnata nel 1470 da Grazioso Benincasa — cartografo anconetano, ma prima ancora “padron de nave” con anni di navigazione effettiva alle spalle — per capirlo. Il Mediterraneo che vi è raffigurato è attraversato da una fittissima trama di linee di rombo, le rotte calcolate sui punti cardinali e sui venti che si irradiano da una serie di centri nodali. Non è un ornamento cartografico: è la prova grafica di un sistema di navigazione maturo, ridondante, già pienamente infrastrutturale.

In questo quadro del Carpaccio, si nota la potenza navale veneziana.

Vittore Carpaccio (Venezia 1455-’65 – Capodistria 1525-’26), Ciclo di Sant’Orsola, Incontro dei fidanzati e partenza dei pellegrini, 1490-95, particolare.

In questo sistema, il predominio spetta a Venezia, che tra XIV e XV secolo gestisce il commercio mediterraneo attraverso le mude — convogli di quattro-sei galee armate, protette da soldati e balestrieri, capaci di scoraggiare gli attacchi dei pirati turchi, francesi e spagnoli. È un monopolio costoso da contrastare: per qualunque città portuale con una rete commerciale di un certo peso — Messina compresa — mettersi in proprio, garantendosi da sé la sicurezza dei mari, risulta poco conveniente persino rispetto a pagare il pedaggio del sistema veneziano. Accanto alle galee della Serenissima si muovono comunque, sulle stesse rotte, imbarcazioni pisane, fiorentine, genovesi, catalane, anconetane e messinesi: un traffico plurale, in cui Messina — collegata a Bruges anche tramite lo snodo Venezia-Messina-Bruges che le mude percorrono ogni anno tra settembre e febbraio — occupa un posto tutt’altro che periferico.

Il tessuto sociale che regge questo traffico è composito quanto le sue merci: panni di lana, seta, frumento, zucchero — il vero “petrolio” del Quattrocento — olio, vino, frutta fresca e secca, gestiti da imprese familiari in cui, come a Venezia, rientrano anche mogli e figlie del patriziato. La nobiltà siciliana, lungi dal restarne fuori, si immette sempre più negli affari commerciali nel corso del secolo: un dato che smentisce l’immagine di una Sicilia colonia passiva, sfruttata da mercanti stranieri e priva di iniziativa propria. È semmai un investitore che diversifica, che specula, che a volte emula lo stile di vita nobiliare — un microcosmo che aspira a essere “re del proprio quartiere”, se non lo può essere dell’intera città.

È in questo humus — fatto di mude, di capitali familiari, di rotte misurate al grado — che si forma il giovane Antonello da Messina, ancora prima di diventare pittore. Le navi che attraversano lo Stretto portano con sé riflessi tardogotici, influenze bizantine, e i primi segnali di quelle rotte mercantili che collegano la Sicilia all’Europa del Nord e alla Spagna. È da questo ambiente permeabile — non da un vuoto provinciale — che nasce l’occhio di Antonello, prima ancora che lo spinga a cercare nuovi stimoli nella capitale del Regno.

Il punto di fusione: Napoli fra Fiandre, Provenza e Spagna

nel capolavoro attribuito a Colantonio, vediamo il vero "topo di biblioteca".

Colantonio, San Gerolamo nello studio, particolare, 1450, Museo di Capodimonte, Napoli.

Napoli, nel XV secolo, non è soltanto una capitale politica: è il baricentro culturale in cui le correnti che viaggiano su queste rotte si incontrano fisicamente. Alla corte aragonese confluiscono la delicatezza della pittura provenzale, il realismo analitico fiammingo, la forza espressiva della scuola spagnola — valenciana e catalana. In questo laboratorio si muove Colantonio, attivo fra il 1440 e il 1470: la sua bottega diventa il punto in cui queste correnti si fondono, preparando il terreno per la rivoluzione visiva del suo allievo più celebre, lo stesso Antonello.

Jan van Eyck e Hubert van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, o Polittico di Gand, particolare dello sfondo della finestra con la veduta sulla città di Gand, 1426-1432, olio su tavola, 258×375 cm, Cattedrale di San Bavone, Gand.

Il modo in cui la tecnica a olio fiamminga raggiunge Napoli è raccontato, con qualche ambiguità utile, da Giorgio Vasari. Nelle Vite Vasari attribuisce l’invenzione della pittura a olio a Jan van Eyck — “Giovanni da Bruggia” — e ne racconta la trasmissione: dal maestro fiammingo, che per lungo tempo non vuole essere visto lavorare né rivelare il proprio segreto a nessuno, fino a Rogier van der Weyden e ai discepoli successivi. Il segreto, scrive Vasari, non usciva dalle Fiandre — finché una tavola dipinta a olio da van Eyck, spedita a Napoli da alcuni fiorentini che commerciavano fra le Fiandre e il Regno, non arriva nelle mani di re Alfonso I, che ne resta talmente colpito da farla ammirare a tutti i pittori della corte.

Rogier van der Weyden, Deposizione, particolare, 1435-1440, olio su tavola, cm 220 × 260, Museo del Prado, Madrid.

Il racconto di Vasari è costruito con cura diplomatica: accontenta i fiamminghi come inventori della tecnica, i fiorentini come distributori del sapere, il re come mecenate illuminato — e prepara il terreno, come vedremo, per presentare Antonello come il primo pittore italiano capace di replicare quella “magia”. Al di là dell’aneddoto, il dato strutturale resta: la tecnica a olio non arriva in Italia per irraggiamento astratto da un centro all’altro, ma attraverso la stessa rete di mercanti fiorentini che operano contemporaneamente in Fiandra e nel Regno di Napoli — la stessa rete, in fondo, che a Bruges finanzia i Portinari e i loro trittici.

Un solo sistema, tre snodi

Messe una accanto all’altra, queste tre storie smettono di essere episodi separati e diventano i punti di uno stesso circuito. Il capitale mediceo che a Bruges finanzia duchi e vescovi produce, come effetto collaterale, la spedizione a Firenze del capolavoro di Hugo van der Goes. Le mude veneziane che collegano regolarmente Messina a Bruges — con soste a settembre e ritorni a febbraio — portano lungo lo Stretto merci, uomini e, come attesta lo stesso Vasari a proposito di Napoli, anche opere d’arte. La corte aragonese di Napoli, crocevia fra Provenza, Fiandre e Spagna, è il luogo in cui quella tecnica a olio arrivata per via mercantile trova un pubblico di pittori pronti ad assorbirla — fra questi, l’allievo di Colantonio che porta il nome della città di provenienza: Antonello da Messina.

Non stupisce, a questo punto, che sia proprio lui a diventare il ponte fra le due sponde del linguaggio rinascimentale. Antonello non arriva al realismo ottico fiammingo per un colpo di genio isolato, ma perché la sua biografia attraversa fisicamente gli stessi nodi che abbiamo appena percorso: la Messina delle mude e dei mercanti, la Napoli di Colantonio e della corte cosmopolita, e indirettamente — attraverso lo stesso circuito mercantile fiorentino che spedisce tavole fiamminghe al re Alfonso e trittici ai Portinari — anche Bruges. È significativo che l’impatto della pittura a olio su Firenze e la formazione di Antonello negli stessi decenni corrano su binari paralleli, alimentati dalla stessa infrastruttura commerciale.

sullo sfondo del quadro di Antonello, la vivacità della città di Messina, con le sue abitazioni, i suoi monumenti e il porto attivo.

Antonello da Messina, Cristo morto sostenuto da un angelo, 1476 circa, olio su tavola, Museo del Prado, Madrid.

Guardare il Rinascimento da questa angolazione — non come irradiazione da un unico centro, ma come rete di crediti, rotte e botteghe — restituisce a città come Messina e Napoli il ruolo che meritano: non periferie che ricevono, ma nodi che elaborano e ritrasmettono. E restituisce anche una lettura più onesta della grande arte fiamminga arrivata in Italia: non un dono estetico calato dall’alto, ma il prodotto di un sistema in cui banchieri in bilico fra profitto ed eterno pentimento, capitani-cartografi come Benincasa, famiglie mercantili messinesi e re bibliofili come Alfonso d’Aragona hanno, ciascuno a modo proprio, tenuto in vita la stessa rete — quella su cui, prima delle sue tavole, viaggiava già Antonello da Messina.


Per approfondimenti, vasta bibliografia e note critiche:

Dario De Pasquale, Le parole dipinte. Il “nuovo testamento” di Antonello da Messina, [ABC SIKELIA Ed., 2026]
Dario De Pasquale, Antonello da Messina e il suo tempo, [ABC SIKELIA Ed., 2022].

Prima registrati, poi copia :)