Tracce d'Arte

Antonello da Messina / Tutela dei Beni Culturali

Gli occhi di Antonello: cosa vedeva il maestro prima di cambiare la pittura d’Europa

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Tra i mosaici della Badiazza, il pathos medievale e le suggestioni del MuMe, un itinerario visivo nella Messina che ha formato il genio.

Guardare un capolavoro significa spesso isolarlo dalla storia che lo ha generato. Quando pensiamo ad Antonello da Messina, la mente corre subito alla svolta fiamminga, alla sintesi prospettica di Piero della Francesca, alla rivoluzione del colore a olio che incantò Venezia. Ma Antonello non nasce nel vuoto: la sua pittura è figlia diretta del bacino visivo in cui i suoi occhi si sono formati.

Cosa vedeva il giovane Antonello quando camminava per le strade di Messina?

La risposta non risiede soltanto nelle poche tavole autografe scampate al tempo e ai terremoti, ma nel tessuto plastico e figurativo che permeava la città nel Quattrocento. Un patrimonio che oggi trova nel Museo Regionale di Messina (MuMe) una stratificazione straordinaria, spesso trascurata da una narrazione concentrata unicamente sulla cronaca.

Camminando tra le sale del museo, il percorso visivo si svela attraverso precise concordanze:

  • La solennità ibernata dei mosaici: gli intarsi e le figure geratiche — come i ricordi musivi legati alla tradizione della Badiazza o ai rilievi di ascendenza bizantina del Monastero di San Gregorio — hanno abituato lo sguardo del pittore a una concezione monumentale del volto umano. L’icona non è più soltanto dogma, ma diventa volume d’astrazione. La Madonna della Ciambretta, a destra, era collocata presso il monastero di San Gregorio, lo stesso luogo che ospitò il Polittico di Antonello nel 1473: possiamo facilmente ipotizzare che il maestro la vide, rimanendone affascinato.

  • Il pathos della pittura sacra tardogotica:Cristi sofferti e le drammatiche immagini del monastero di San Gregorio offrivano già quel repertorio di umana sofferenza e pietà che Antonello avrebbe poi sublimato nell’Ecce Homo, spogliandolo del decorativismo di maniera per restituirgli una verità psicologica carne ed ossa. Il Crocifisso a destra proveniva proprio dal Monastero di San Gregorio, lo stesso in cui fu collocato il Polittico di Antonello, nel 1473: anche da qui, attraverso le sue opere medievali, è possibile che l’occhio di Antonello abbia visto lo splendore della sua città?

  • L’eredità e il linguaggio della bottega: la lezione del maestro non si è spenta con la sua scomparsa. Attraverso le opere del figlio Jacobello e dei nipoti Antonello e Pietro de Saliba, il MuMe mostra come il linguaggio antonelliano sia diventato grammatica figurativa comune, capace di influenzare generazioni di artisti siciliani.

Dall’arte minatoria messinese alle opere di alta precisione pittorica

Nel corso del medioevo, a Messina l’arte miniatoria è ad altissimi livelli, come ci dimostra l’esistenza di numerosi scriptoria. Uno dei più importanti è lo scriptorium appartenente al Convento basiliano del SS. Salvatore, che il re normanno Ruggero II aveva convertito in Archimandritato con giurisdizione sui cenobi basiliani dell’area messinese e calabra. I codici miniati venivano realizzati proprio nella lingua di terra prospiciente al mare, detto braccio di S. Raineri, già dal XII secolo.

Importante rilevare come anche in questa attività si utilizzassero quasi gli stessi colori e impasti di un pittore, sia per gli inchiostri, sia per le miniature: la noce di galla per l’inchiostro nero, il cinabro per quello rosso, e i colori come l’azzurrite, l’oltremare, il giallo ocra, l’oro fino.
Con la riabilitazione della componente ecclesiastica latina, i basiliani si riducevano di numero e perdevano parte del potere e del prestigio gestito in passato, fino a quando il cardinale Bessarione, nel 1468, decideva di ricomporre la notevole tradizione messinese, convocando come direttore della scuola di greco Costantino Lascaris. Da qui comincia un’altra storia che vede gli sforzi del Lascaris premiati dalle pubblicazioni di Aldo Manuzio e dalla rifondazione dell’attività scrittoria in altri locali. Infatti, il monastero del Santissimo Salvatore viene ricostruito alle foci del torrente Annunziata per dare spazio alla fortificazione voluta dall’imperatore Carlo V nel 1543. Da quel momento, il lavoro dei monaci greci continua fino alla soppressione ottocentesca degli ordini religiosi.

La miniatura è l’arte di decorare, con grafiche di grande effetto pittorico e coloristico, libri e pergamene. Forse il termine deriva da alluminatura, per indicare la derivazione dell’uso di allume nella tempera, utile per fissare i colori e renderli più brillanti. L’abile uso di queste tecniche è facilmente ravvisabile nell’arte medievale siciliana attraverso i mosaici di San Gregorio, oggi distrutti insieme all’edificio dell’omonimo monastero, ma di cui ci resta il pregevole dettaglio della Madonna della Ciambretta, oppure nelle travi dipinte del soffitto del Duomo di Messina o nelle icone della Vergine di Monreale o nelle tavolette d’iconostasi appartenute al monastero di San Martino delle Scale, a Palermo. Esempi dove la tradizione bizantina è rilevante a tal punto da lasciar pensare all’esistenza di una scuola, piuttosto che a importazioni dall’Oriente.

Il 28 agosto 2026 ho fatto visita al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina.
Ho inserito qui le immagini raccolte quel giorno, tranne una. Le due che vedete con un drappo nero su una parete lignea, non sono un vuoto editoriale: fotografano un’assenza reale. Quasi un lutto. Nella notte di Ferragosto del 2026, infatti, tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà sono state sottratte dal MuMe con un furto durato pochi minuti. Due tavole del polittico sono state ritrovate poche ore dopo, abbandonate lungo il muro di cinta del museo; una tavola del polittico e la tavoletta bifronte restano, a oggi, ancora disperse. Guardare quella sala e quel piedistallo vuoti significa guardare, letteralmente, ciò che a Messina è stato tolto della propria memoria visiva.

Valorizzare il MuMe oggi significa smettere di considerarlo un semplice contenitore di opere isolate. Il museo è una mappa d’identità visiva: riscoprire quello che Antonello vedeva significa restituire alla città il ruolo di capitale culturale del Mediterraneo rinascimentale.


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