Francisco Goya, il visionario illuminato

Condividi:
(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)
Ritratto di Francisco de Goya, Vicente López y Portaña, 1826, olio su tela, 95,5×80,5 cm, Museo del Prado, Madrid

Francisco José de Goya y Lucientes nasce a Fuendetodos, una piccola cittadina immersa nelle campagne di Saragozza, il 30 marzo 1746, da José Benito de Goya Franque, maestro doratore di origini basche e Gracia de Lucientes y Salvador, di nobile famiglia decaduta. Francisco è il quartogenito dei figli.

Il giovane Goya manifesta una precoce vocazione per il disegno e per la pittura, cosicché il padre Josè lo iscrive presso la bottega del pittore locale José Luzán y Marrnez, condiscepolo del Solimena ed emulo di Luca Giordano e Pietro da Cortona. Qui stringe amicizia con i più noti pittori dell’epoca, compreso Francisco Bayeu, che diventerà pittore di corte come il fratello Ramòn.

A 17 anni cerca di entrare presso l’Accademia di Belle Arti di San Fernando a Madrid, trampolino di lancio per entrare nella cerchia dei pittori del palazzo reale. Per ben due anni i suoi tentativi sono vani: gli stessi fratelli Bayeu, infatti, vengono a lui preferiti.
Particolarmente ambizioso e preso dalla voglia di riscattarsi, Francisco compie un viaggio a sue spese in Italia e in particolare a Roma, dove conosce valenti pittori e rimane affascinato dai dipinti dei grandi artisti italiani e stranieri come Raffaello, Bernini, Veronese, Reni, Guercino, Maratta, Algardi e Rubens (tutti puntualmente annotati e ricopiati sul suo fedele quaderno di viaggio).

Ritorna a Madrid l’anno successivo, sulla scia di un rapimento ai danni di una fanciulla destinata a un convento di clausura a Roma. Nonostante l’ultimo brutto accaduto, Francisco al ritorno dall’Italia trova maggiore apprezzamento tra il pubblico colto e aristocratico e gli viene chiesto di affrescare la basilica di Nostra Signora del Pilar a Saragozza. Allo stesso tempo, convola a nozze con la sorella di Francisco Bayeu, Josefa.

L’entrata all’Accademia e l’arrivo del successo sperato

Tramite il cognato, viene coinvolto nei lavori della fabbrica reale presieduti dal pittore Mengs. Goya prepara 63 cartoni e ottiene un grande successo di pubblico. Di conseguenza, fa un’entrata trionfale presso quella Accademia Reale che anni prima gli era stata negata, divenendo «pintor del rey», per l’esattezza il nuovo re Carlo IV.

Duchessa d’Alba, 1797, Olio su tela, 210×148 cm, Hispanic Society of America, New York

La vita a contatto con la più alta aristocrazia del regno gli dà modo di rivelare il suo talento, di guadagnarsi una posizione sociale e di aver un numero considerevole di amanti. Fra queste emerge la figura di un’affascinante donna, seconda per cultura e fama solo alla regina, di nome María Teresa Cayetana de Silva, meglio conosciuta come la duchessa d’Alba.

Goya la ritrae per ben due volte in quadri che ne sottolineano l’alto lignaggio, ma formali dal punto di vista sentimentale. La duchessa, infatti, appare come impassibile e impenetrabile, mentre le sue vesti, i suoi gioielli, i suoi pizzi, i suoi merletti, parlano più che di sé, della propria posizione sociale. A tradire la sua relazione è l’indicazione della mano verso una scritta posizionata sul terreno, riportante la firma di Goya. Lo stesso dito indice indossa un pomposo anello d’oro con la leggibile scritta: “Alba”, probabile omaggio del pittore.

In seguito a una malattia semi-paralizzante (artrosi? avvelenamento da minerali contenuti nei colori?), si reca nel caldo sud della Spagna, in Andalusia. Ritorna a Madrid una volta guarito, con l’unico inconveniente di una crescente sordità.

Il sonno della ragione genera mostri

Il sonno della ragione genera mostri, 1797, acquaforte e acquatinta, 23×15,5 cm, Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Verso la fine del XVIII secolo, Goya si occupa della stesura dei Capricci, un ciclo di ottanta incisioni che mettono alla berlina, a volte con ironia, a volte con duro sarcasmo, gli errori e i vizi umani. L’incisione più famosa rimane Il sonno della ragione genera mostri, diventato il simbolo del pensiero illuminista avanzante. Anche per questo, le opere vengono considerate scandalose e censurate.

Scandali negli ambienti di corte

La loro importanza ritorna nel corso del Novecento, così come altre due opere legate a quel periodo: La maja desnuda e La maja vestida (1801-1803), ritrovate nell’inventario del patrimonio del primo ministro Godoy e scomparse per lungo tempo dalla circolazione perché ritenute anch’esse scandalose.

Maya vestida (sopra), 1800; Maya desnuda (sotto), 1802 circa, Museo del Prado, Madrid

Fanno parte di una misteriosa committenza: dopo la censura dell’Accademia reale sulla prima, Goya decide di vendicarsi dei suoi accusatori dipingendo lo stesso soggetto vestito ma con uno sguardo ancora più ammiccante e i vestiti così attillati da rendere la donna ancora più sensuale e scandalosa della prima. Si è favoleggiato molto sulla somiglianza di queste donne con la duchessa d’Alba, è probabile che ci fosse una somiglianza o che tale somiglianza coprisse quella dell’amante dello stesso Godoy e che, anche per questo, sia rimasta a lungo nascosta nella sua galleria privata, riemergendo un secolo dopo. C’è anche da dire che lo stesso Godoy diviene erede della collezione d’arte privata della duchessa d’Alba e anche dei quadri di nudi che le appartenevano, di cui tradizione certa è solo Venere e Cupido di Diego Velasquez.

La repressione napoleonica

A quel tempo, il trono spagnolo viene affidato a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Il popolo spagnolo mal sopporta questa imposizione e nel clima di grande indignazione dà vita a una rivolta culminata il 2 e il 3 maggio 1808, seguita da una Guerra d’Indipendenza che vede la fine nel 1814, con il ritorno al trono di Ferdinando IV. Proprio nel 1814, Goya celebra i fasti della popolazione spagnola orgogliosa della sua indipendenza con il famoso quadro 3 maggio 1808.

3 maggio 1808, 1814, 266×345 cm, Museo del Prado, Madrid

É una quadro pieno di intensa drammaticità: sulla sinistra, ben allineato, l’esercito francese di Napoleone si schiera per la fucilazione; i soldati sono freddi nell’esecuzione e i loro volti, calati sui fucili, non si notano neanche, rendendo ancora più crudele e meccanico il loro gesto. Dall’altra parte, una schiera di contadini che ha tentato di opporsi all’avanzata del nemico, si abbandona a gesti clamorosi: chi si copre il volto per non vedere gli orrori, chi spalanca le braccia in segno di orgoglio, giammai di resa. Proprio il contadino con la camicia bianca illuminata dalla lanterna dei soldati, costituisce la speranza e l’eroismo del popolo spagnolo, figura assimilabile al Cristo sulla croce che si sacrifica per l’umanità.

La Quinta del Sordo

Con l’instaurarsi del feroce governo del re Ferdinando VII, Goya viene privato dei suoi privilegi di pittore di corte e si ritira presso una casa di campagna alla periferia di Madrid, insieme alla compagna Leocadia Zorrilla, conosciuta nel 1805 al matrimonio del figlio Javier. Nella casa divenuta famosa come la «Quinta del Sordo», Goya si lascia andare a decorazioni spettrali su tutte le pareti, pinturas negras (Pitture Nere).

Il Colosso, 1818-1825, Museo del Prado, Madrid

Grazie alle cure del suo fedele medico Arrieta, si riprende da una cupa depressione e decide di fuggire in Francia. Col pretesto di cure termali, ottiene dal governo il permesso di espatriare. Si reca a a Bordeaux, diventata sede dei rifugiati e perseguitati politici. Qui segue da vicino Leocadia e la piccola figlia Maria Rosario, che dimostra di avere grandi doti di artista.

Muore di paralisi il 16 aprile del 1828, a ottantadue anni.
Le sue spoglie, dopo varie traversie, sono state traslate da Bordeaux a Madrid nel 1900 prima nel cimitero di San Isidro, poi, nel 1919, sotto l’altare della cappella di San Antonio de la Florida da lui stesso affrescata.


 

Condividi:

Articoli consigliati

Tasto destro disabilitato. Iscriviti per riabilitarlo e copiare i contenuti.