Se la straordinaria rivoluzione pittorica di Antonello ha ridefinito per sempre i codici visivi d’Europa, non dobbiamo commettere l’errore di considerarla un episodio isolato o un miracolo senza radici. Al contrario, quel mondo d’arte e di fede — nutrito profondamente dal pensiero e dalla spiritualità francescana — ha agito come un vero e proprio trampolino di lancio. Una piattaforma culturale ed economica da cui Messina ha continuato a dettare le regole, proiettando la sua influenza nel cuore del Mediterraneo e oltre, fino a intercettare le grandi correnti del Cinquecento che uniscono la scienza di Francesco Maurolico e la plastica monumentale di Giovanni Angelo Montorsoli.
Ripercorrere le sale del Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe) in ordine cronologico, seguendo l’itinerario che va dalle radici medievali fino al trionfo manierista, significa smascherare la miopia di chi oggi riduce la nostra storia a periferia dimenticata.
1. La radice austera e spirituale: Santa Chiara
Il viaggio comincia con la severa e magnetica figura di Santa Chiara. Sotto il rigore del manto monacale pulsa la forza silenziosa e dirompente degli ordini mendicanti. Il francescanesimo non fu solo una riforma spirituale, ma un immenso generatore di etica sociale, di cura del territorio e di consapevolezza comunitaria. È questo terreno fertile, intriso di carità intellettuale e rigore morale, che preparerà il terreno alla fioritura umanistica della Messina dei secoli successivi.
Scheda d’opera: Santa Chiara e storie della sua vita
Autore (attr.): Giovannello d’Itala (noto anche come Giovannello d’Italia), attivo a Messina tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, epigono e continuatore della scia culturale antonellesca.
Datazione e Collocazione: 1505-1535 circa – Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe). Proveniente originariamente dal Monastero di Santa Maria di Basicò.
Soggetto e iconografia: La grande tavola raffigura al centro la santa di Assisi in posizione stante, severa e ieratica, con il saio monacale delle clarisse con il velo nero, la palma del martirio (o del trionfo spirituale) in una mano e un codice liturgico/la regola nell’altra. Lungo i margini laterali, la composizione è arricchita da una serie di piccoli scomparti narrativi (storie e miracoli tratti dalla vita di Santa Chiara), incastonati come una predella verticale ai lati della figura principale.
Contesto e significato: L’opera rappresenta mirabilmente quel retroterra di profonda spiritualità francescana che ha nutrito il tessuto sociale e religioso della Messina basso-medievale e rinascimentale. Stilisticamente, l’artista coniuga l’impostazione devozionale arcaica con i riverberi della lezione di Antonello e dei suoi seguaci, inserendosi a pieno titolo in quella vivace stagione culturale che fece dello Stretto un crocevia d’arte, fede e civiltà nel Mediterraneo.
2. Le rotte d’Oriente e di fede: il San Nicola di Bari
A cavallo tra Trecento e Quattrocento, il San Nicola di Bari ci apre le porte di una città che è già un crocevia internazionale. L’iconografia del santo vescovo e le tavolette della sua predella testimoniano la fittezza dei traffici e dei dialoghi spirituali con Bisanzio e il Levante. Messina è il porto franco in cui Oriente e Occidente si incontrano, una cerniera economica in cui la devozione si accompagna a una fiorente economia mercantile.
Scheda d’opera: San Nicola di Bari e storie della sua vita
Autore: Ignoto antonelliano (ambito messinese tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento).
Datazione e Collocazione: XVI secolo – Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe). Proveniente dal Monastero di Montevergine, Messina.
Soggetto e iconografia: La tavola centrale presenta la figura monumentale di San Nicola in abiti pontificali, riccamente decorati con motivi dorati e paramenti liturgici, mentre impartisce la benedizione con una mano e regge il pastorale con l’altra. L’iconografia è arricchita da numerosi scomparti laterali e inferiori che narrano episodi, miracoli e la leggenda agiografica del santo.
Contesto e significato: L’opera rappresenta un eccellente esempio di quella cultura figurativa fiorita a Messina sulla scia della rivoluzione antonellesca. La struttura polittica e la minuzia narrativa dei piccoli riquadri testimoniano la persistenza di forti legami devozionali e mercantili con l’Oriente e il basso Adriatico, confermando il ruolo di Messina come crocevia mediterraneo di scambi culturali e spirituali.
3. I legami mediterranei: l’Annunciazione con Santa Eulalia
Entriamo nel pieno del Quattrocento con il dettaglio dell’Annunciazione con Santa Eulalia. La presenza di una santa catalana rivela la fittezza dei legami politici ed economici che stringono Messina alla Corona d’Aragona. La città non è una spettatrice passiva, ma il fulcro di un impero marittimo mediterraneo: un luogo dove le nazioni straniere investono, mercanteggiano e contribuiscono a creare un linguaggio figurativo unico, cosmopolita e raffinato. Sullo sfondo di questo particolare del quadro si riconoscono due dei maggiori edifici religiosi messinesi del tempo.
Scheda d’opera: Annunciazione con Santa Eulalia
Autore: Giovanni d’Anglia (attribuito)
Datazione e Collocazione: fine XV – inizi XVI secolo – Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe). Proveniente dalla Chiesa Annunziata dei Catalani.
Soggetto e iconografia: Il dipinto, segnato da vistose lacune e cadute di colore che ne testimoniano la travagliata conservazione materiale, raffigura un’Annunciazione in cui compare la figura di Santa Eulalia. La scena si inserisce in uno scorcio urbano e architettonico in cui emergono elementi di sapore nordico o fiammingo, filtrati dalla cultura pittorica attiva nello Stretto.
Contesto e significato: L’opera costituisce una testimonianza fondamentale dei legami politici, mercantili e culturali che univano Messina e la Sicilia alla Corona d’Aragona e al mondo iberico. La presenza di Santa Eulalia (venerata a Barcellona) dimostra come la città fosse un porto franco e un crocevia cosmopolita, dove comunità straniere, traffici commerciali e influenze artistiche internazionali concorrevano a definire una fisionomia culturale unica nel cuore del Mediterraneo.
4. La fioritura mercantile e devozionale: il San Pietro in Cattedra
Il cammino prosegue con il San Pietro in Cattedra (attribuito alla cultura di Girolamo Alibrandi). Nello sfondo di questa straordinaria tavola si apre la visione di un porto vivo, affollato di navi, dominato da torri e fortificazioni. È l’immagine plastica di una Messina che, dopo la lezione di Antonello, continua a godere di una parte considerevole e attivissima nell’economia e nella diffusione culturale del Mediterraneo. Qui la pittura diventa cronaca di un benessere diffuso e di una centralità commerciale inattaccabile.
Scheda d’opera: San Pietro in Cattedra
Autore: Attribuito alla cultura e alla cerchia di Girolamo Alibrandi (noto come il “Raffaello di Messina”, attivo nella prima metà del Cinquecento).
Datazione e Collocazione: inizi XVI secolo – Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe).
Soggetto e iconografia: La tavola raffigura il santo in cattedra, ma di particolare rilievo è il dettaglio dello sfondo paesaggistico: vi si apre la visione di un porto operoso e brulicante di imbarcazioni, con torri e fortificazioni che richiamano inequivocabilmente il contesto urbano e marittimo dello Stretto.
Contesto e significato: L’opera costituisce un documento visivo straordinario della Messina del primo Cinquecento. Attraverso la precisione del dettaglio paesaggistico, la pittura si fa testimonianza di una città al centro delle rotte commerciali e culturali, dotata di una parte considerevole e attivissima nell’economia e nella diffusione artistica nel Mediterraneo, perfettamente integrata nei circuiti della modernità rinascimentale.
5. Il trionfo del Cinquecento: il Nettuno del Montorsoli
Il nostro percorso si compie nel Cinquecento inoltrato con la possente monumentalità del Nettuno di Giovanni Angelo Montorsoli (1557). Questa statua non è soltanto un capolavoro del manierismo europeo, ma il manifesto definitivo della potenza marittima e culturale della città. Quel mondo che era partito dalla spiritualità francescana di Santa Chiara si è fatto ora scienza, ingegneria, altissima espressione artistica e governo delle rotte globali. È lo stesso clima culturale in cui operano le menti eccelse del tempo, a partire da Francesco Maurolico, capace di rinnovare la scienza matematica e astronomica europea proprio da questo scorcio di Sicilia.
Scheda d’opera: Nettuno
Autore: Giovanni Angelo Montorsoli (Firenze, 1507 – 1563), scultore e collaboratore di Michelangelo.
Datazione e Collocazione: 1557 – Museo Interdisciplinare di Messina (MuMe).
Soggetto e iconografia: La grande scultura marmorea raffigura il dio del mare, Nettuno, in posizione stante e fiera, con il braccio proteso e il corpo modellato secondo i canoni della plastica manierista. L’opera è il fulcro e l’originale del celebre complesso monumentale commissionato dal Senato messinese per la fontana originariamente eretta sul litorale.
Contesto e significato: Realizzata nel 1557, l’opera rappresenta il manifesto definitivo del potere marittimo, economico e politico di Messina nel Cinquecento. Inserito in un contesto di grande fervore culturale che vede operare in città anche il matematico e scienziato Francesco Maurolico, il Nettuno del Montorsoli attesta come la città dello Stretto fosse un polo artistico e tecnologico di primissimo piano nel Mediterraneo, capace di attrarre le migliori energie del Rinascimento maturo.
La continuità tradita, la memoria da difendere
Seguire questa traiettoria cronologica significa comprendere una verità: Messina ha saputo costruire un tessuto economico e culturale che si è rigenerato per secoli.
Oggi, di fronte all’incuria generale e a difficoltà burocratiche che impediscono di fatto interventi di tutela, ai fondi archivistici senza sede per scadenza contrattuale (!), e alla mercificazione della cultura, riappropriarsi dei nostri beni culturali e degli strumenti a loro tutela, non è un esercizio da antiquari, ma un atto di resistenza civile. Perché chi dimentica il passato e, nel caso specifico, l’esistenza delle città-faro del Mediterraneo, finisce per accettare il buio dell’oggi. E Messina, la sua storia e i suoi tesori al MuMe meritano tutt’altra luce.