Storie dell'altro blog

Antonello da Messina / Arte / Personaggi illustri messinesi / Storia del Mediterraneo

Messina, Antonello e il sistema mercantile del Quattrocento

Condividi:

Prima di diventare il ponte tra il Rinascimento italiano e la pittura fiamminga, Antonello è figlio del suo Stretto. Messina, nel XV secolo, non è una periferia isolata, ma una porta aperta sui commerci e sulle rotte culturali del Mediterraneo.


Come l’economia dello Stretto, tra mude veneziane e patrizi siciliani, ha preparato il terreno per una rivoluzione visiva.

Per comprendere la rivoluzione visiva di Antonello da Messina, dobbiamo necessariamente partire dal suo mondo.

Prima di tornare a lui, è necessario un capitolo di economia: senza il sistema mercantile mediterraneo del Quattrocento, la storia di Antonello resterebbe incomprensibile:

Messina, grazie alla sua posizione geografica strategica, godeva di una vivacità commerciale unica, che si traduceva in un continuo scambio non solo di merci, ma di idee, stili e maestranze. Le navi che attraversavano lo Stretto portavano con sé i riflessi della cultura tardogotica, le influenze bizantine e i primi segnali delle rotte mercantili con l’Europa del Nord e la Spagna. È in questo ambiente dinamico e permeabile che il giovane Antonello inizia a formare il proprio occhio, sviluppando quella sensibilità per la luce e per il dettaglio che lo spingerà, in seguito, a cercare nuovi stimoli nella capitale del Regno: Napoli.

Vediamo di chiarire il punto.

Il mare delle rotte: una carta per leggere il Quattrocento

Per capire davvero cosa significasse, nel 1470, “rete commerciale di spessore” come quella di Messina, è utile guardare una carta nautica del tempo (vedi anche: La cartografia medievale, un indirizzo). Questa è opera di Grazioso Benincasa, cartografo originario di Ancona, datata appunto 1470 e oggi conservata alla British Library di Londra.

Grazioso Benincasa, Carta nautica, 1470. British Library, Londra.

Benincasa non era un erudito da tavolino: prima di dedicarsi alla cartografia, nel 1461, aveva trascorso anni come “padron de nave” — capitano di lungo corso, armatore in proprio, con anni di navigazione effettiva sulle rotte del Mediterraneo, dell’Adriatico e delle coste atlantiche. Le sue carte nascono da questa esperienza diretta, non da una compilazione di seconda mano.

Quello che salta immediatamente all’occhio, osservando l’immagine, è la fittissima rete di linee rette che attraversa l’intero bacino del Mediterraneo: sono le cosiddette “linee di rombo”, i fasci di rotte calcolate in base ai punti cardinali e ai venti, che si irradiano da una serie di centri nodali distribuiti su tutta la carta. Non si tratta di un disegno decorativo, ma della rappresentazione grafica di un sistema di navigazione già maturo, fitto, ridondante — la prova visiva che il mare, nel Quattrocento, non era un confine ma un’infrastruttura, attraversata in ogni direzione da rotte note, misurate, percorribili.

Questa immagine è un dettaglio della Carta Nautica del Mediterraneo creata nel 1482 dall’italiano Grazioso Benincasa.La scena mostra due tipi di navi genovesi dell’epoca: una galea (nave a remi) in primo piano e una caravella portoghese sullo sfondo. Le linee rosse sullo sfondo sono linee di rotta (losodromiche), tipiche dei portolani medievali per facilitare la navigazione. L’originale di questa pergamena miniata è conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna.

È in questo sistema — fatto di mude veneziane, convogli protetti, ma anche di imbarcazioni private pisane, genovesi, catalane, anconetane e messinesi che si muovevano negli stessi spazi — che Messina trovava il proprio posto, come uno dei tanti nodi di una rete che collegava il Mediterraneo da un capo all’altro.

Vittore Carpaccio (Venezia 1455-’65 – Capodistria 1525-’26), Ciclo di Sant’Orsola, Incontro dei fidanzati e partenza dei pellegrini, 1490-95, tela, cm 279 x 610.

In questo contesto commerciale, la certezza è il regime di monopolio in cui opera Venezia in un periodo compreso fra il XIV e il XV secolo. Di fondo, le condizioni sono tutte favorevoli ai veneziani e al loro sistema commerciale: la cantieristica statale sforna galee che rimpiazzano le vecchie (di regola in rovina dopo 10-13 anni di navigazione), le gare di appalto vengono vinte grazie alle unioni familiari che, con l’elezione di un patron, trovano sempre un accordo, le mude (convogli di quattro-sei galee armate di soldati e balestrieri) riescono a proteggere i commerci dagli attacchi dei pirati (turchi, ma anche francesi e spagnoli), i fornitori orientali e occidentali sono molto fedeli ai mercanti della laguna, anche perché pagano più di tutti gli altri. L’unico neo sono le continue guerre che caratterizzano buona parte del Quattrocento, in cui Venezia è strettamente coinvolta e che rallentano i percorsi delle mude (1404-1454 e prima guerra turco-veneziana, 1463-1479).

Vittore Carpaccio (Venezia 1455-’65 – Capodistria 1525-’26), Ciclo di Sant’Orsola, Incontro dei fidanzati e partenza dei pellegrini, 1490-95, particolare.

I transiti tornano regolari all’indomani della pace di Lodi (1454) e i veneziani ritornano a fare affari lucrosi anche se il loro traffico in Occidente adesso è minacciato dalla presenza crescente dei francesi. Ne approfittano i fiorentini (e la famiglia de’ Medici, in particolare), che aumentano la loro presenza a Lione e inaugurano il lungo periodo dei commerci terrestri .

Insomma, il sistema di gestione del commercio marittimo tramite le mude costituiva un enorme vantaggio per chi commerciava al punto tale da rinunciare alla libera navigazione. L’unica alternativa, per ogni città portuale con una rete commerciale di spessore, come Messina, era prendersi carico direttamente della sicurezza dei mari, cosa evidentemente poco conveniente per tutti, anche per un colosso come la stessa Repubblica di Venezia. Le mude di Aigues-Mortes (1412) e di Barberia (1436), infatti, costituivano la risposta ufficiale ai continui bisogni di sicurezza dei mercanti veneziani, i cui benefici si riversavano anche sui bisogni altrui .


Non solo Venezia

Nonostante il predominio marittimo di Venezia, dobbiamo considerare anche la presenza di altre imbarcazioni e linee passanti dalla città dello Stretto, come quelle già citate pisane, fiorentine, genovesi, catalane e anconetane. In questo contesto, si inseriscono anche altri mercanti occidentali, come i messinesi, che approfittano del sistema messo in piedi dalla città lagunare per ridurre le spese di viaggio e gestire i propri affari con maggiore tranquillità e profitto. Perché prendere la propria imbarcazione e pagare cento quello che potevano pagare venti, a parità di profitto ricavato dalle compravendite?

Certo, un sensale potrebbe garantirsi più alti margini di guadagno diventando padrone di barca e intercettando i capitali degli investitori, cosa che comunque avviene anche a Messina, laddove si creano vere e proprie imprese familiari (come a Venezia) che gestiscono la vendita di panni lana, seta, frumento, zucchero, olio, vino, frutta fresca e secca sui mercati esteri delle Fiandre e del Levante. In più, i prodotti dell’artigianato e dell’agricoltura vengono trattati anche dalle donne (sia del patriziato sia della nobiltà, come a Venezia), mogli e figlie coinvolte nelle dinamiche commerciali, in un contesto laboratoriale in cui si utilizzano anche un buon numero di schiavi (come a Venezia).

È in questo sistema di rotte protette che viaggiano anche le merci e le maestranze che la famiglia di Antonello frequenta.

Antonello da Messina, Crocifissione, particolare del porto di Messina, 1455-65, tempera su tavola, 39 × 23.5 cm, Muzeul National Brukenthal, Sibiu (Romania).


Una questione di opportunità, dunque, nella quale entra a piene mani anche la nostra nobiltà, presenza che, in parte, tarpa le ali ai sogni di gloria dei burgisi. A Messina, sono sempre più gli aristocratici a immettersi negli affari commerciali durante il Quattrocento. Epstein ha dimostrato che la crisi della seconda metà del Trecento ha portato sì a un calo demografico ma anche a un incremento delle attività produttive (grano, zucchero e seta) e che il siciliano poteva anche fare a meno del mercato estero e dei suoi capitali poiché poteva ben distribuire i suoi manufatti di media fattura, invece che puntare su quelli di alta qualità volti a soddisfare solo una piccola parte del mercato interno e una gran parte dell’estero. Basti pensare solo allo zucchero, il vero petrolio del Quattrocento: sarebbe stato sufficiente come unica risorsa, per soddisfare sia la domanda interna che estera . Insomma, le merci siciliane erano richieste e il lavoro c’era per tutti, ma a gestirne i flussi e a controllare il territorio erano i feudatari.

Perché Messina sembra non emergere?

Altra domanda chiave: perché gli stranieri naturalizzati, così integrati nel quadro economico, politico e sociale siciliano al punto da non potersi considerare come dei colonizzatori, parimenti, hanno sospeso anche loro le attività?

Ancora Epstein ci viene in aiuto smontando il cliché (che fu di Bresc e, in parte, di Trasselli) della Sicilia terra di sfruttamento di colonie di stranieri e di un sovrano solo bisognoso di capitali. Solo Figliuolo ci lascia con il rapporto allarmante di un ritiro volontario dei siciliani dall’economia internazionale, origine del mancato decollo economico del meridione d’Italia. Dimenticando gli equilibri sociali e il peso economico, oltre che politico, della nobiltà siciliana (beneficiaria di gabelle, licenze, uffici). E non è solo una questione culturale o di gestione del potere: l’investitore siciliano del Quattrocento diversifica gli investimenti, si impegna su vari fronti, a volte per cogliere le opportunità, altre per crescere e per realizzare dei progetti di vita individuali, familiari o comunitari. Per speculare o per emulare: il modello, dopotutto, è sempre il re.

Essere il re del proprio quartiere, se non si riesce a esserlo della propria città: aspirare ad avere il proprio piccolo regno (specie se l’autorità regia è in crisi). Dall’esterno, il sistema veneziano non lascia che pochi margini di sfruttamento del settore commerciale marittimo. Dall’interno, c’è il blocco degli optimates, che adesso anche la Corona cerca di sfondare sostenendo il ceto borghese; ma i nostri borghesi hanno come modello proprio lo stile di vita nobiliare. Ci vorranno dei regni potenti come la Francia e l’Inghilterra per spezzare il sogno di onnipotenza di Venezia. E secoli di rivoluzioni per spezzare quello dei baroni siciliani, vecchi e nuovi.

Questa miniatura, datata intorno al 1470 e attribuita a Cristoforo De Predis, illustra varie attività commerciali medievali. La scena raffigura mercanti di frutta e verdura, un mugnaio che lavora il grano e un banco di cambio o banchiere. L’opera fa parte del codice De Sphaera, un manoscritto astrologico famoso per le sue illustrazioni dettagliate della vita urbana nel XV secolo.

La conclusione è che Messina e i suoi mercanti presero più di quanto avrebbero potuto prendere e pretendere dai loro giri di affari.

La domanda d’obbligo adesso è: i feudatari di antica stirpe, i borghesi feudalizzati, gli uomini di Chiesa e i popolari emergenti che rapporto avevano con l’arte a Messina?


Prima registrati, poi copia :)