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Arte

L’arte di nascondere per rivelare: il paradosso rivoluzionario di Christo

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Aggiornato il: 17 Maggio 2026

Ci sono luoghi, monumenti e scorci naturali che guardiamo ogni giorno, ma che abbiamo smesso di vedere. Sono entrati nella dimensione dell’abitudine, del già visto, della banalità quotidiana. Poi arriva un artista, li copre con migliaia di metri quadrati di tessuto, e improvvisamente tutto cambia.

Parliamo di Christo Vladimirov Javacheff (Gabrovo, 13 giugno 1935 – New York, 31 maggio 2020), il genio della Land Art che, insieme a Jeanne-Claude Denat de Guillebon (Casablanca, 13 giugno 1935 – New York, 18 novembre 2009), ha scosso l’opinione pubblica mondiale con una trovata concettuale tanto semplice quanto eccezionale: nascondere ciò che è visibile per renderlo, paradossalmente, indimenticabile.

Quando un’opera pubblica viene celata allo sguardo, si attiva un effetto contrario e dirompente. La non-visibilità genera il desiderio, l’assenza scatena la presenza. Il ricordo della grandezza di quel monumento affiora con forza, rompendo gli schemi della ripetitività e la stanchezza della nostra quotidianità. Ci accorgiamo di quanto amiamo un pezzo della nostra città solo nell’esatto momento in cui ci viene tolto.

Imprese monumentali tra ingegneria e politica

Christo, Impacchettamento dell’Arco di Trionfo, Parigi 2021 (postumo).

Le opere di Christo non sono stati semplici colpi di teatro, ma colossali sfide ingegneristiche e burocratiche. Pensiamo agli impacchettamenti storici di grandi opere pubbliche come il Pont Neuf o l’Arco di Trionfo a Parigi (realizzati postumi nel 2021) o il Reichstag a Berlino (1995), o ancora alle monumentali installazioni ambientali come Surrounded Islands a Miami (1980-83), dove interi atolli e isolotti furono circondati da una marea di tessuto fucsia in polipropilene.

Dietro questi sogni visivi c’era un impegno logistico titanico: intere squadre di operai, scalatori e ingegneri mobilitati per settimane, e lunghissimi anni di complesse convenzioni con gli enti locali per ottenere i permessi. Un lavoro immenso per installazioni che, per scelta radicale dell’artista, restavano visibili solo per pochissimi giorni, prima di essere interamente riciclate.

The Floating Piers (Lago d’Iseo, Italia, 2016)

Foto tratta dal trailer: “Christo. Walking on Water”.

L’ultimo grande sogno realizzato in vita da Christo e Jeanne-Claude ha trasformato il Lago d’Iseo in un palcoscenico a cielo aperto, permettendo a oltre un milione di visitatori di compiere un miracolo laico: camminare sulle acque. L’installazione era composta da un sistema di pontili galleggianti modulari, realizzati con 220.000 cubi di polietilene ad alta densità e interamente rivestiti da 100.000 metri quadrati di un tessuto cangiante dal colore giallo dalia. I tre chilometri di passerelle fluttuanti collegavano la terraferma a Monte Isola e all’isolotto di San Paolo, assecondando il movimento ondoso del lago. Un’opera democratica e sensoriale, che ha ridefinito il paesaggio italiano rompendo la percezione quotidiana del territorio, prima di sparire per sempre.

La libertà di un’arte democratica

Il risultato è sempre stato stupefacente e, a suo modo, un modello economico unico. Spesso si pensa che operazioni di questa portata gravino sulle casse pubbliche o si sballino con lo stacco dei biglietti. Ma il modello di Christo era puro e rivoluzionario: l’accesso alle sue opere è sempre stato assolutamente gratuito.

L’artista si autofinanziava interamente. Rifiutava sponsor, finanziamenti pubblici o donazioni, coprendo i costi multimilionari delle installazioni attraverso la vendita dei suoi preziosissimi disegni preparatori, dei bozzetti, dei collage e dei diritti fotografici delle opere. Chiunque poteva camminare sulle sue passerelle o ammirare i suoi giganti impacchettati senza pagare un soldo.

Christo ci ha lasciato un’eredità che va oltre l’arte visiva. Ci ha insegnato che per riscoprire la bellezza del mondo, a volte, bisogna avere il coraggio di stendere un velo sulla realtà, aspettando che il nostro sguardo si svegli dal torpore dell’abitudine.


Christo a Parigi

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