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Cultura e Societa

Dall’Austerity all’isteria collettiva: la grande retromarcia dell’evoluzione ecologica

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Negli anni Settanta del secolo scorso, la crisi petrolifera ci impose una brusca frenata. L’Italia scoprì l’Austerity, le domeniche a piedi, l’uso moderato dei derivati dal greggio. Eppure, quella che nacque come una privazione si trasformò rapidamente in una straordinaria spinta evolutiva. Ci aiutò a migliorare, a evolverci eticamente ed ecologicamente. Fu proprio in quegli anni che, fin dai banchi di scuola, iniziammo ad avviarci verso una reale consapevolezza dell’inquinamento globale. Imparammo a sentirci responsabili del pianeta.


Oggi, a cinquant’anni di distanza, ci troviamo periodicamente in situazioni analoghe. Abbiamo alle spalle mezzo secolo di crociate ecologiche, summit internazionali e battaglie green. Ma qual è il risultato pratico?

Davanti alla minima minaccia di uno sciopero dei trasporti o di una carenza di forniture, la risposta collettiva è sconcertante: file chilometriche ai distributori di benzina. Automobilisti disposti a pagare il carburante a caro, carissimo prezzo, pur di non rinunciare a un solo giorno di auto. Sembra quasi che l’idea di riscoprire la bicicletta, utilizzare i mezzi pubblici o semplicemente adottare soluzioni alternative non sia più contemplata.

Ma com’è possibile? Quali attività giustificano davvero questa nevrosi da rifornimento? Il lavoro? La scuola?

La verità è che se la benzina scarseggia, la soluzione più logica e matura sarebbe lasciare l’auto a casa e provvedere diversamente. Ma è proprio qui che crolla il castello di carte della nostra presunta coscienza ecologica. Abbracciare l’idea di restare a casa sembra essere diventato il dramma assoluto della società contemporanea. Per molti è fonte di vera e propria angoscia: come fare a non andare in palestra, in ufficio, a fare shopping? Come rinunciare a quelle situazioni esterne dove incontrare amici, conoscenti e amanti?

Eppure, dall’epoca del funzionalismo in poi, l’architettura e la sociologia ci hanno insegnato che la casa dovrebbe essere il nostro rifugio naturale. Il luogo degli affetti, del riposo, della riflessione e di quel prezioso ozio creativo che tanto manca alla nostra frenesia quotidiana.

Stento a capire questa società che, invece di crescere, capitalizzare la propria storia e superare gli errori del passato, sembra fare di tutto per riviverli. Abbiamo trasformato la dipendenza dal petrolio in una gabbia psicologica. Invece di progredire verso modelli di vita più sostenibili e resilienti, evochiamo spettri che avremmo dovuto relegare al passato solo come monito di un potenziale pericolo.

Forse è arrivato il momento di spegnere i motori, scendere dall’auto e riscoprire il valore del silenzio, dello spazio domestico e della vera responsabilità. Perché la transizione ecologica non si fa con i grandi slogan, ma con la capacità di saper fare un passo indietro quando il pianeta – o la realtà – ce lo chiede.


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