Barcellona Pozzo di Gotto e i latifondi di fine Ottocento

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(Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2018)

 

Verso la fine degli anni ’80, il piano economico varato da Cattaneo e Cavour di crescita dal basso fu sostituito dai nuovi governanti della Sinistra con la cosiddetta “via prussiana” di sviluppo guidato dall’alto.

Le conseguenze dell’adozione di tale linea politica si ripercossero sull’economia italiana del XIX secolo, determinando lo sviluppo del settore industriale a Nord e ostacolando seriamente la produzione agricola a Sud. Gli interventi statali a favore di regioni povere come quelle del Mezzogiorno d’Italia si rivelavano utili se non appoggiate da iniziative imprenditoriali locali che reimpiegassero i capitali ottenuti nella loro attività produttiva. A tal proposito nel 1911, sul giornale La Voce, lo storico Gaetano Salvemini scriveva: “Ottima cosa il credito agrario! Ma quando non esiste nessuna convenienza a iniziare nuove imprese produttive, e nessuna trasformazione e intensificazione agricola può riuscire vantaggiosa perché le mancherebbe al momento della vendita il mercato assorbitore, prendere dei capitali a debito per investirli nella terra è come volerli buttare in fondo al mare”.

A Messina, i dazi protezionistici ridussero gli imbarchi di 2/3, la fiorente industria serica declinò e la coltura del gelso venne abbandonata poiché gravata da un forte onere fiscale. Gli imprenditori messinesi, però, non si persero d’animo e ricercarono affannosamente attività alternative. Le trovarono specialmente nella lavorazione di derivati agrumari. Tramite queste iniziative la città cominciò a rinfrancarsi, il numero dei transiti portuali ricominciò a crescere, la macchina economica si rimise in moto.

A contribuire fortemente alla ripresa economica messinese fu la provincia che, con le sue produzioni agricole, riforniva le industrie di trasformazione impiantate nel capoluogo.

Una delle più grandi imprese di Messina, attivissima verso la fine dell’800 e specializzata nell’esportazione e nell’importazione di agrumi e prodotti agricoli, fu la Fruit et Produce Export Company, fondata a Messina da GiovanSilvestro Pulejo e dagli stranieri Ehegartner.

Ebbene: le maggiori quantità di agrumi, vino e olio, commercializzate dalla Fruit et Produce Export Company, provenivano dalla fertile pianura compresa tra i Peloritani e il mar Tirreno, facente capo al Comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

Ci siamo domandati di che portata fossero le operazioni commerciali condotte nel comprensorio del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, da chi fossero gestite e come venivano utilizzati i capitali ottenuti dal commercio.

La ricerca ci ha portato alla scoperta di un gruppo di latifondisti e affaristi assetati di terra, che avevano esteso i propri possedimenti territoriali in seguito all’eversione dell’asse ecclesiastico (vendita dei beni degli enti religiosi soppressi con le leggi eversive del 1855 e seguenti): a Barcellona solo 15 aggiudicatari acquistarono il 40% dei beni ecclesiastici messi all’asta dal Comune.

Bisogna però tener conto anche di quella classe di imprenditori piccoli e medi, barcellonesi e non, che si arricchirono con il commercio e conquistarono a grandi fette il prestigio sociale conferitogli dall’acquisto di enormi appezzamenti di terra.

Un magistrato di Messina, tale Mariano Gentile, procuratore legale presso la Corte d’Appello, divenne proprietario di diversi fondi sparsi tra Merì e Castroreale. Tutti i feudi erano coltivati a vigneto, agrumeto, oliveto e alberi da frutto, alcuni provvisti di “trappeti” per la spremitura delle olive e di “palmenti” per la pigiatura dell’uva, nonché di case coloniche che ne aumentavano il valore economico. Erano proprio queste le terre che rifornivano la ditta Pulejo-Ehegartner di prodotti agricoli.

Capitava, però, che alla morte del loro proprietario le terre venissero spezzettate in piccoli lotti per facilitarne la vendita, o che un ricco signore, spesso proveniente da fuori, le acquistasse in blocco.

Alla morte del Gentile, avvenuta nel 1895, i feudi vennero messi all’asta e l’aggiudicatario maggiore fu un nobile napoletano di nome Francesco Donato [1].

 

[1] Dario De Pasquale, Modalità e tecniche dell’accumulazione fondiaria a Messina tra ‘800 e ‘900, ABC Sikelia Ed., 1994.

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