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L’enigma dello Spadarino: il pittore caravaggesco che “ingannò” San Pietro

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Chi si cela dietro un’immagine che per secoli abbiamo creduto di un maestro assoluto, e che invece appartiene a un genio rimasto a lungo nell’ombra?

Oggi vi porto a fare un viaggio nell’officina filologica di un pittore straordinario: Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino (Roma, 16 gennaio 1585 – Roma, 17 agosto 1652), figlio di Salvatore fabbricante di spade (da cui il soprannome).

Per generazioni, la storia dell’arte ha camminato su un terreno scivoloso a causa delle attribuzioni. Opere di una poesia disarmante, fatte di silenzi, geometrie purissime e una luce che accarezza i corpi senza la violenza drammatica del primo Caravaggio, venivano sistematicamente scambiate per tele del Merisi o di altri caravaggeschi di prima linea.

Poi, l’indagine d’archivio incrociata con l’esame morfologico (il metodo che amo definire “l’anatomia del quadro”) ha rimesso ordine nel caos.

Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Angelo custode (1610-1620), particolare, olio su tela, 200 x 150 cm, chiesa di San Ruffo, Rieti.

Guardando i dettagli delle sue opere — la levigatezza quasi scultorea delle carni, il disegno nitido dei panneggi e quel sentimentalismo così intimo e trattenuto — gli storici dell’arte hanno saputo isolare la sua sigla stilistica inconfondibile, restituendo dignità e catalogo a un maestro autonomo e potentissimo del Seicento romano.

La ricerca non è mai un dato acquisito una volta per tutte, ma un processo vivo, fatto di tracce da seguire e di documenti da interrogare per liberare la verità oltre l’immagine.

Conoscevate la figura dello Spadarino e la complessa vicenda delle sue attribuzioni?


Figlio di un fabbricante di spade del rione Parione, lo Spadarino incarna alla perfezione quel caravaggismo intimo, silenzioso e geometrico che spesso ha confuso la critica. Il suo è un catalogo “riconquistato” millimetro dopo millimetro, risolvendo enigmi d’archivio e separando la sua mano da quella del fratello Giacomo o del maestro Agostino Tassi.

Ma la sua storia è fatta anche di clamorosi retroscena d’archivio, che ci restituiscono la carne e il sangue della vita di bottega del tempo.

Sapete che fu letteralmente licenziato dalla Reverenda Fabbrica di San Pietro? Tra il 1647 e il 1649, lo Spadarino ottenne l’incarico prestigioso di realizzare i cartoni per i mosaici della cappella del coro nella basilica papale. Ma accadde l’incredibile: insieme al collega Niccolò Tornioli, fu cacciato in malo modo perché i due, anziché comporre pazientemente il mosaico, avevano “barato”, dipingendo direttamente sopra le tessere già poste in loco per fare prima!

Un espediente che non gli costò comunque la stima dei potenti del tempo. Sembra infatti che Virgilio Spada avesse tentato di proteggerli; e lo Spadarino, in segno di gratitudine, gli donò due splendidi dipinti di Cherubini, un tema che divenne il suo marchio di fabbrica, replicato più volte e ritrovato perfino nell’inventario dei suoi beni stilato dopo la morte.

Caravaggio (?) o Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Narciso (1597-1599 o 1645), olio su tela, 112 x 92 cm, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma.

E poi c’è l’enigma più affascinante di tutti, quello che accende il dibattito tra l’occhio e il documento: il celebre Narciso di Palazzo Barberini. Tradizionalmente considerato un capolavoro di Caravaggio, storici del calibro di Gianni Papi sostengono con forza la paternità dello Spadarino, rintracciando lo stesso identico modello in altre sue opere del periodo.

Accostarsi alle opere d’arte “a piedi nudi nella Storia” significa proprio questo: non fermarsi alla superficie di un’etichetta o di una firma illustre, ma scavare tra i faldoni, leggere i testamenti e gli inventari delle sorelle (come la fedele Camilla Galli, sua erede universale) per restituire a un pittore “licenziato” e geniale il posto che merita nella storia dell’Europa.

Voi quale paternità sentite più vicina guardando il Narciso? Caravaggio o lo Spadarino?


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