La locuzione latina “Ecce Homo” (letteralmente: “Ecco l’Uomo”) segna uno dei momenti più densi e drammatici dell’intera cultura occidentale. Secondo il racconto evangelico di Giovanni (19, 5), sono le parole pronunciate da Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea, nel presentare Gesù alla folla dopo la flagellazione, coronato di spine e ammantato di porpora in segno di scherno.
Tuttavia, al di là dell’esegesi biblica, l’Ecce Homo ha assunto nei secoli una “quarta dimensione” simbolica, diventando l’archetipo dell’individuo probo che viene esposto al pubblico ludibrio. È il momento in cui il potere politico (Pilato) si lava le mani, lasciando che la “macchina del fango” della folla decida il destino di un giusto.

Nel contesto della storia dell’arte, e in particolare per Antonello da Messina, l’Ecce Homo cessa di essere una narrazione per farsi specchio dell’anima e del corpo. Non stiamo solo guardando il Cristo sofferente, stiamo guardando l’Uomo nella sua nudità più estrema, spogliato di ogni difesa, che resiste alla pesantezza dell’evento con la sola forza della propria dignità interiore.
È il passaggio dall’immortalità divina alla mortalità terrena. Presentare l’Ecce Homo significa mostrare la realtà senza il “Velo di Maya” delle ipocrisie sociali: è l’uomo ridotto alla sua essenza biologica e spirituale, che accetta il proprio ruolo di “granello di sabbia” di fronte all’ingiustizia del mondo, ma che con il suo sguardo continua a interrogare la coscienza di chi lo osserva.
Il dipinto di Antonello da Messina
Il dipinto in esame si presenta come una tavola la cui leggibilità è parzialmente compromessa da una conservazione non ottimale. Il formato ridotto, quasi “tascabile”, ne suggerisce un’originaria e intensa funzione di devozione privata, il cui uso prolungato ha inevitabilmente accelerato il naturale degrado materico dovuto al tempo. Sebbene le abrasioni siano più manifeste nelle figure accessorie, come il San Girolamo, e negli elementi ambientali, anche il volto del Cristo ne risulta segnato; qui, ai segni iconografici della tortura e della sofferenza, sembrano sovrapporsi gli esiti di antichi interventi conservativi che potrebbero averne parzialmente alterato i lineamenti originari.
Sotto il profilo morfologico, questo esemplare mostra una stretta affinità elettiva con l’Ecce Homo del Metropolitan Museum of Art di New York. Pur essendo quest’ultimo di dimensioni doppie, entrambi condividono una resa drammatica di straordinaria intensità: le labbra turgide e livide, le orbite oculari incavate dalla spossatezza, il setto nasale rigonfio. Tuttavia, l’opera qui utilizzata come elemento di comparazione, non presenta l’elemento aggiuntivo della corda serrata intorno al collo, un dettaglio che accentua, per contrasto, il pallore quasi diafano del corpo denudato e la sua profonda umiliazione.

L’indagine di Antonello su questo tema appare come una sintesi magistrale tra istanza religiosa, simbolica e umana:
- L’aspetto religioso risponde alle necessità della devotio moderna, richiedendo un coinvolgimento empatico totale del fedele;
- L’aspetto simbolico s’inserisce in un solco iconografico radicato nell’ambiente francescano e nella lezione di Colantonio, mediatori di una sensibilità nordica verso il Christus patiens;
- L’aspetto umano si fa qui intimistico e quasi autobiografico. È suggestiva l’ipotesi che la resa così analitica del dolore fisico rifletta lo stato di salute dello stesso Antonello, minato dalla tisi e dal contatto prolungato con le sostanze tossiche dei pigmenti. Con gli Ecce Homo Antonello mette in atto delle grandi rappresentazioni del dolore, non solo per abilità stilistica ma per averlo realmente e personalmente vissuto.
Come già rilevato da Federico Zeri, la cifra stilistica dell’opera ne suggerisce una collocazione temporale legata alla fase napoletana del maestro, distinguendola dalle successive evoluzioni siciliane o veneziane.
La sofferenza nei volti di Antonello da Messina


Infine, nella rappresentazione della sofferenza si potrebbe associare il volto dell’Ecce Homo recentemente acquistato dal Ministero della Cultura italiano con quello del San Benedetto del Polittico di San Gregorio (Museo Regionale di Messina). Nell’analisi comparativa fra i due volti, si evidenziano:
La struttura del naso – È forse l’elemento più distintivo. In entrambi i volti il naso è importante, dritto e con una radice (il punto tra gli occhi) molto larga e definita. Le narici hanno una conformazione quasi identica, leggermente carnose ma modellate con estrema precisione.
Il taglio degli occhi e le palpebre – Entrambi i soggetti mostrano palpebre superiori pesanti e ben visibili, che conferiscono uno sguardo malinconico nel Cristo e penetrante nel ritratto del San Benedetto. La forma dell’occhio è a mandorla, con una particolare attenzione alla resa del dotto lacrimale, tipica della tecnica di Antonello.
La bocca e il “prognatismo” leggero – Le labbra, seppur caratterizzate da espressioni diverse, sono simili: il labbro superiore è sottile e ben disegnato, mentre quello inferiore è più voluminoso. Entrambi presentano un accenno di solco naso-labiale molto marcato, che scende verso i lati della bocca, definendo la struttura muscolare delle guance.
La resa della pelle e della barba – Sebbene il Cristo sia rappresentato in un momento di sofferenza, la resa della barba, con una peluria leggera e ben distinta, è identica in entrambe le opere: piccoli tocchi di pennello quasi puntiformi che creano una trama realistica sulla mascella e sul mento.
I volti, dunque, potrebbero considerarsi affini, quasi come se fossero lo stesso uomo colto in due momenti diversi dell’esistenza: l’uno nella sofferenza suprema, l’altro nella consapevolezza della propria dignità sociale (lo stesso Antonello, che si rivede nel volto e nell’immagine del santo?).
La destinazione dell’Ecce Homo
In ultima analisi, la questione della destinazione dell’opera trascende la mera collocazione geografica: ciò che rileva è la sua appartenenza al patrimonio indisponibile dello Stato Italiano. La sua fruizione pubblica è il presupposto per la tutela di un capolavoro che, pur nella sua natura itinerante di bene soggetto a scambi e prestiti internazionali, conserva la vocazione di ambasciatore dell’identità nazionale. Non è utopistico auspicare che, in futuro, il percorso di questo “granello di sabbia” universale possa ricongiungersi, anche temporaneamente, con la sua terra d’origine, Messina.