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Il Museo Mandralisca fra vecchio e nuovo mecenatismo

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Aggiornato il: 28 Luglio 2026

foto enrico piraino


Il Museo Mandralisca è una lungimirante creazione del mecenate ottocentesco Enrico Pirajno di Mandralisca (1809-1864), barone dalla cultura eclettica e dai molti interessi, studioso di malacologia, ornitologia, paleobotanica e botanica, archeologia e numismatica.

Quando non impegnato politicamente al Parlamento siciliano prima e nazionale poi, o trattenuto da gravi problemi di salute, viveva a stretto contatti con le aree di scavo eoliane (a Lipari possedeva estensioni di terreno in località Diana da dove estraeva numerosi reperti archeologici). Non mancò di acquistare, come testimonia il suo epistolario, anche dei reperti provenienti dagli scavi di Tindari (Me), che gli stessi monaci vendevano ai visitatori.


foto museo mandralisca

Il risultato di questa sua raccolta è un museo storico, naturalistico, archeologico, supportato da una biblioteca di circa settemila volumi, che ancora oggi porta il suo nome. Alla storia del Museo Mandralisca è legata una fondazione, nata per volontà dello stesso barone Pirajno, dietro testamento, allo scopo di lasciare alla città di Cefalù un patrimonio da curare e coltivare, che fosse espressione del suo impegno ma anche esempio per le generazioni future, perché tutti potessero godere dei mezzi per istruirsi e progredire nella società.

Profilo storico-biografico: Enrico Pirajno, Barone di Mandralisca (1809–1864)

Introduzione e origini familiari

Enrico Pirajno rappresenta una delle figure più poliedriche ed eclettiche del panorama culturale, scientifico e politico della Sicilia dell’Ottocento. Dotato di una vasta cultura di stampo illuministico-enciclopedico, seppe coniugare la ricerca accademica pura con un profondo e costante impegno civile e filantropico a favore della sua terra.

La famiglia Pirajno, di remote origini portoghesi, si stabilì in Sicilia nel XVI secolo con Domenico Pirejne, insediatosi a Cefalù. Il ramo dei Baroni di Mandralisca si consolidò a Cefalù a partire dal XVII secolo con l’acquisizione dell’omonimo feudo da parte di Mario Pirajno senior (1660). I nipoti Emanuele e Michelangelo consolidarono la presenza familiare nella cittadina normanna, edificando il monumentale palazzo di famiglia in Piazza Duomo. Da quest’ultimo ramo, per via di Michelangelo e Maria Carmela Cipolla, nacque Enrico il 3 dicembre 1809.

Formazione e attività scientifica

Dopo una prima infanzia trascorsa tra Cefalù e Lipari, nel 1818 Enrico si trasferì a Palermo per studiare presso il Real Collegio Carolino, dove ricevette una solida educazione umanistica e scientifica (latino, filosofia, storia, scienze naturali, fisica e matematica).

Rientrato a Cefalù intorno al 1825, assunse nel 1829 la gestione del vasto patrimonio di famiglia in seguito alla morte del padre. Questo non rallentò i suoi studi: Pirajno avviò una fitta serie di esplorazioni naturalistiche ed archeologiche sul campo, concentrandosi in particolare sulle Madonie, sui Nebrodi e nelle isole Eolie.

I suoi interessi principali e i relativi contributi scientifici includono:

  • Malacologia: fu il suo principale campo di studi naturalistici. Nel 1840 pubblicò il Catalogo dei molluschi terrestri e fluviatili delle Madonie e luoghi adiacenti (dove descrisse due nuove specie endemiche, Vitrina maravignae e Helix nebrodensis) e la Monografia del genere Atlante. La sua collezione costituisce il nucleo del Museo Mandralisca.

  • Botanica e Paleobotanica: collaborò con i massimi botanici del tempo, tra cui il suo maestro Vincenzo Tineo (che nel 1855 gli dedicò la specie succulenta Kleinia mandraliscae, da lui scoperta a Vulcano) e Filippo Parlatore, a cui donò nel 1846 una ricchissima collezione per l’Erbario Centrale di Firenze. Insieme allo svizzero Charles Théophile Gaudin pubblicò nel 1860 lo studio paleobotanico Contributions à la flore fossile italienne: tufs vulcaniques de Lipari.

  • Ornitologia ed Entomologia: redasse importanti cataloghi manoscritti (rimasti inediti), come il Coleotteri delle isole Eolie e il Catalogo degli uccelli che si trovano stazionari o di passaggio nelle isole Eolie, preziosi oggi per comprendere i mutamenti ecologici e la fauna scomparsa nell’arcipelago.

  • Archeologia e Numismatica: condusse scavi autonomi a Cefalù e a Lipari; in quest’ultima isola portò alla luce nel 1864 una necropoli ellenistica, rinvenendo vasi italioti e sicelioti, tra cui il celeberrimo Cratere del Venditore di tonno. Riunì inoltre una straordinaria collezione di monete antiche (greche, romane, medievali).

Grazie alla rilevanza dei suoi studi, Pirajno intessé una fitta rete epistolare internazionale con scienziati del calibro di Darwin, Cuvier, Lamarck e Philippi, e fu associato alle più prestigiose accademie scientifiche d’Europa (tra cui l’Accademia Gioenia di Catania, la Società Elvetica di Scienze Naturali e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma).

L’impegno politico e civile

Pirajno si distinse nettamente dall’aristocrazia erudita tradizionale del tempo per la sua forte impronta liberale, progressista e democratica. Nel 1844 pubblicò la monografia Sulle prestazioni pretese dalla Mensa Vescovile di Cefalù, schierandosi apertamente con la cittadinanza contro i residui di stampo feudale esercitati dalle autorità ecclesiastiche.

Nel 1848 partecipò attivamente all’insurrezione popolare e venne eletto alla Camera dei Comuni del Parlamento Generale Siciliano, dove votò per la decadenza della dinastia borbonica. Non ritrattò mai quel voto e, dopo la restaurazione del 1849, si ritirò temporaneamente a vita privata continuando a sostenere i fermenti rivoluzionari. Nel maggio 1860, con lo sbarco dei Mille, presiedette il Comitato rivoluzionario locale di Cefalù. Durante la successiva Prodittatura fu nominato Consigliere di Luogotenenza per la Pubblica Istruzione e, nel 1861, venne eletto Deputato al primo Parlamento Nazionale del Regno d’Italia. Deluso ben presto dall’incapacità dell’istituzione di risolvere il sottosviluppo del Meridione, decise di non ricandidarsi, dedicando gli ultimi anni di vita alla sua comunità.

A livello locale promosse e finanziò numerose opere pubbliche e sociali: l’ampliamento dell’ospedale civico, la progettazione del porto e di una linea ferroviaria, lo sviluppo dell’agricoltura (introducendo l’uso dello zolfo contro le malattie della vite) e l’istituzione di borse di studio per giovani meritevoli delle classi popolari.

Il testamento e l’eredità culturale

Consapevole che il riscatto sociale delle classi più umili potesse avvenire solo attraverso l’alfabetizzazione e la cultura, il Barone redasse nel 1853 un lungimirante testamento. Alla sua morte, avvenuta a Cefalù il 15 ottobre 1864, dispose la donazione di tutto il suo imponente patrimonio, delle sue collezioni scientifiche e d’arte (tra cui spicca il celebre Ritratto d’ignoto marinaio di Antonello da Messina) e della sua biblioteca di circa settemila volumi alla cittadinanza.

Il lascito testamentario impose l’istituzione di una fondazione culturale, di una scuola serale e di un liceo classico da mantenersi interamente con le rendite dei suoi beni. Il Liceo di Cefalù venne ufficialmente istituito con Regio Decreto il 21 luglio 1866, parificato nel 1895 e dichiarato Regio Liceo-Ginnasio nel 1933. La Fondazione Culturale Mandralisca ottenne il suo primo statuto ufficiale nel 1940, continuando ancora oggi a testimoniare la straordinaria vocazione pubblica e civile del suo fondatore.


Il barone di Mandralisca aveva sposato la liparese Maria Francesca Parisi e, oltre che a Cefalù, preferiva trascorrere nell’isola eoliana il suo tempo libero per le ricerche e l’aria salubre del mare. Durante la sua campagna di scavi liparesi, trova il cratere a campana del Venditore di Tonno, datato 380-370 a.C. da A. Tullio, un pezzo “forte” della collezione Mandralisca. Sempre nel suo epistolario, custodito presso la Biblioteca Estense di Modena, descrive il vaso la cui figura principale è un pescivendolo intento a tagliare con un enorme coltello un grande tonno poggiato su un banco, a destra del quale c’è un potenziale acquirente pronto a pagare il trancio di pesce con una moneta, visibile nel palmo della sua mano.

foto mandralisca tonno

“La cosa più pregevole è un vaso a campana (Kratér), alto 28 centimetri, e largo nella bocca altrettanto; intierissimo, con figure gialle su fondo verniciato nero. Nella parte principale rappresenta un’uomo ignudo dalla testa fin sotto l’umbellico, coperto nel resto da un panno. Egli è calvo con pochi capelli e rada barba ridipinti in bianco: è in atto di tagliare il resto di un pesce Tonno su di un Ceppo a tre piedi, con un grande coltello ad un taglio (makaira), che alza colla dr., mentre la sin. tien fermo il resto del pesce, la cui testa vedesi recisa a pie’ del ceppo. Dinnanzi quell’uomo, a terra, sta un’altro Tonno intiero, da nascondergli le gambe e i piedi – Altra figura senile con barba e cappellatura folta, nera, mezzo calva, rachitide, seminuda, avvolta solo di un Sajo che lo copre dalle spalle alle cosce tiene colla sin., ch’è coperta dal mantello, un fetta di Tonno ed un bastone tortuoso, nodoso, a guida di una Ferula, mentre colla dr. offre una moneta che si vede nella palma della mano ridipinta in bianco, in iscambio della comperata fetta di Tonno.
Dall’altra parte del vaso sono due figure ammantate, una delle quali con bastone, simile a quasi tutti i rovesci dei vasi nei quali scorgonsi i soliti iniziati a’ giochi ginnastici.”

Da una Lettera del 5 marzo 1864 (Bem, It. 1291 = alfa U.1.7, n. 203) scritta dal Barone Pirajno di Mandralisca di suo pugno.

Il barone raccoglierà anche una serie quasi completa di monete liparote, oggi presenti nel numero di 250 presso il museo omonimo. Grazie a questa sua opera di raccolta, catalogazione e conservazione, il patrimonio archeologico mondiale, italiano, siciliano e liparese è stato mantenuto e protetto fino ad oggi.

Il sorriso dell’ignoto marinaio: qualche notizia in più


Ritratto di ignoto marinaio, 1470 circa, olio su tavola, cm 30.5 × 26.3, Museo della Fondazione Mandralisca, Cefalù (Pa).

Ecco la rappresentazione del giovane baldanzoso che sa dove andare: i colori che indossa sono ridotti al minimo e il bavero aperto, che lascia intravedere l’insolito taglio del gubbino e lo stropiccio della camicia bianca (che sottolinea un sorriso altrettanto stropicciato), il taglio degli occhi stanchi, di chi legge molto o è abituato a passare notti brave, il copricapo ben fisso sulla fronte, i capelli svolazzanti tendenti al biondo, che sanno di mare e di salsedine, la luce che investe maggiormente la parte centrale del volto e tiene in penombra il resto, i segni espressivi delle gote che amplificano la sensazione di beatitudine del personaggio, fanno di quest’uomo risoluto una specie di avventuriero, possibilmente un banchiere-mercante dell’epoca.

Segnalato nel 1860 da Cavalcaselle al proprietario, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, quale unico ritratto di Antonello da lui visto in tutta la Sicilia occidentale, proveniva da Lipari e si trovava all’interno di una farmacia quale anta di uno stipetto. Il barone, che era sposato con la liparese Maria Francesca Parisi, lo comprò e lo portò con sé a Cefalù, dove venne registrato come «ritratto d’ignoto marinaio di Lipari, da dove proviene» e che qualcuno, suggestionato dalla fisionomia, soprannominò anche «il pirata».

A parte la suggestiva storia, il dipinto possiede una non indifferente forza luministica e caratteriale, tanto da poter identificare il personaggio rappresentato, in via del tutto ipotetica, con uno dei più rampanti nobili messinesi degli anni Settanta del Quattrocento: Giacomo Alifia, bajulo, gestore dei diritti del mezzo grano sui porti di Girgenti e di Sciacca e grosso mercante di seta.

La resa del dipinto è legata alle nuove scelte tecniche operate da Antonello: l’uso dell’olio negli impasti di colore e di una tavola di noce, alla maniera fiamminga, determina un grande salto in avanti nella qualità del prodotto finale, adesso più facilmente conservabile, trasportabile e applicabile in ogni contesto. Quadretti di questo genere, che immortalavano il volto di un personaggio all’epoca molto noto, facevano tradizionalmente parte dei ritratti di famiglia, diffusi nel nord Italia e nell’Europa dei grandi traffici commerciali, ma non ancora a Messina. Antonello li propone come novità assoluta sul posto, solleticando la vanità dei nobiles e dei populares emergenti.

Probabile venissero realizzati non solo da consegnare ai posteri, ma anche in situazioni di lunga assenza dalla città natia, associabili all’abitudine (e alla necessità) di effettuare un testamento prima di affrontare un lungo e periglioso viaggio di affari. Fra l’altro erano anche identificativi e potevano ricordare la presenza del datore di lavoro sui luoghi deputati all’attività: sotto i portici antistanti la propria abitazione o i magazzini portuali o un consolato, sulle navi, da collocare in abitazioni provvisorie e lontane, da scambiare nei mercati e nelle fiere come pegno per qualche affare importante.

Proprio negli anni Settanta, cioè in contemporanea alla produzione dei ritratti di Antonello, si intensificano le attività commerciali fra Messina e le Fiandre, gestite principalmente dai nobili Giacomo de Alifia, Antonello de Arena, Pietro de Lignamine, Tommaso Mulezi, Antonio La Rocca e Antonello Porco. Questi ricevono grandi quantità di denaro e partite di merci in commenda quali seta, zucchero, lino e cotone da decine di investitori messinesi, fra nobili e borghesi .

Il maggiore collettore delle mercanzie in partenza da Messina a bordo di galee veneziane, presente durante tutto il viaggio, insieme ad altri sei messinesi, risulta essere Giacomo Alifia o de Alifia, che, evidentemente, per carisma o esperienza o amicizie, riceve più fiducia da parte del suo folto gruppo di investitori. Tutte caratteristiche che sembrano emergere dal volto dipinto da Antonello in quel preciso periodo e potrebbero configurarsi nei tratti di mercante-uomo di mare del cosiddetto «ignoto marinaio».


Questo testo è un estratto da Dario De Pasquale, “Antonello da Messina e il suo tempo” [ABC SIKELIA Ed., 2022]. L’apparato critico completo — note, fonti d’archivio e riferimenti bibliografici citati nel presente brano — è consultabile nell’edizione integrale dell’opera, [disponibile in libreria Mondadori – Ciofalo Messina / oppure online presso ABC Sikelia Edizioni].



Oggi si parla di chiusura del museo e di campagne di reperimento fondi per il suo mantenimento. Incredibile per una struttura che detiene, fra le sue opere più importanti, oltre a quelle citate, il preziosissimo Ignoto marinaio di Antonello da Messina. Da solo, con i suoi 20.000 visitatori l’anno, potrebbe mantenere l’invidiabile luogo della cultura siciliano.

Purtroppo, non si può pensare più a un ritorno del mecenatismo ottocentesco, del tutto anacronistico: oggi i mecenati siamo tutti noi, tutti coloro i quali usufruiscono direttamente o indirettamente della conoscenza del passato.


 

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