Tracce d'Arte

Tutela dei Beni Culturali

La prima carta sulla tutela del paesaggio? In Sicilia, nel 1745

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Nel Regno di Napoli e di Sicilia, la salvaguardia del patrimonio artistico venne condotta con occhio attento e lungimirante dai Borbone, guardando ai risultati ottenuti dallo Stato Pontificio e dal Granducato di Toscana. 

In tema paesaggistico, la Sicilia poteva vantare un nobile primato: la prima carta sulla tutela del paesaggio ambientale, risalente al 1745. Emanata dal viceré Bartolomeo Corsini, comprendeva la tutela del teatro greco di Taormina, il Castagno dei cento cavalli della Contea di Mascali, il Castagno della Nave e il bosco di Carpineto. Man mano, vennero ascritte nuove aree nel Real Patrimonio di Sicilia, onde evitare feroci disboscamenti o accaparramenti indebiti di zone protette per la loro particolare bellezza naturalistica e storica. In maniera lungimirante, il viceré individuò dei beni paesaggistici assurti a monumenti del territorio, dando merito al loro valore identitario e al legame indissolubile con la storia siciliana. Anche grazie a queste iniziative si è potuto conservare parte del paesaggio e della vegetazione arborea dell’Isola: pensiamo ai faggi di Zafferana Etnea, alle sugherete di Niscemi, ai frassini di Petralia Sottana, alla roverella di Castelbuono. 

Jean-Pierre Houël, Castagno dei Cento cavalli, 1777 (Voyage pittoresque des Isles de Sicile, de Malte et de Lipari. Paris, 1782)

Le soluzioni normative adottate dal re Carlo già nella seconda metà del Settecento sono da considerare innovative per l’epoca e si erano concentrate soprattutto sul divieto di esportazione dei beni artistici e archeologici del regno, in seguito alla scoperta dei due importanti siti di Ercolano e Pompei. Come si evince dalla Prammatica del 25 settembre 1755, ad esempio, il sovrano era consapevole della depauperazione dei suoi beni a favore di altri paesi europei, che di quelle opere erano prive: ha deliberato a si fatto male si ponghi una volta rimedio, acciò questo Regno non vada sempre più impoverendosi di ciò che abbonda, per farsene abbondanti l’altre Provincie di Europa, che ne sono povere da loro stesse. Tuttavia, le disposizioni reali contenute nelle Prammatiche n. LVII e LVIII del 1755 vietavano la circolazione dei reperti archeologici fuori dal regno, ma non evitavano l’estrazione dai terreni privati e il commercio tra i privati stessi, evidenziando solo l’importanza della proprietà personale del re, piuttosto che la cura di un interesse pubblico e diffuso. 

Dopo la Restaurazione, il Regno delle Due Sicilie si dotò di un quadro normativo sempre più articolato per la tutela del patrimonio artistico e archeologico, segnando un’evoluzione significativa rispetto alle disposizioni dell’editto Pacca.

Un momento chiave si ebbe nel 1822, con il decreto di Ferdinando I, che sancì il divieto di rimuovere monumenti e opere d’arte dal loro sito originario (anche se di proprietà privata) e proibì la demolizione di edifici storici, imponendo una protezione più rigorosa rispetto al passato. Contestualmente, venne istituita la Commissione di Antichità e Belle Arti, con il compito di valutare le richieste di esportazione e stabilire quali opere non avessero una rilevanza tale da giustificare la loro permanenza nei confini del regno.

Nello stesso anno, un secondo editto regolamentava gli scavi archeologici, imponendo l’obbligo di ottenere una licenza e il rispetto dell’integrità dei monumenti. Tuttavia, la normativa incontrò difficoltà nella sua applicazione: già nel 1824, un rescritto denunciava l’abuso di scavi non autorizzati o condotti senza rispettare le condizioni previste. Per arginare il fenomeno, fu imposto un più stretto controllo da parte delle autorità locali, affiancate dalla polizia e dal personale del Museo Reale Borbonico.

In Sicilia, la regolamentazione arrivò nel 1827, con la creazione di una Commissione di Antichità e Belle Arti a Palermo, composta da esperti in antiquaria e belle arti, incaricata di sorvegliare l’esportazione di opere e gli scavi archeologici. Tuttavia, la difficoltà di monitorare un territorio vasto e frammentato rese necessaria l’istituzione di corrispondenti locali, che nel 1830 furono incaricati di riferire alla Commissione lo stato dei monumenti nelle diverse province.

Nel 1839, Ferdinando II estese definitivamente alla Sicilia le normative del 1822 e del 1824, rafforzando ulteriormente il sistema di tutela. Lo stesso anno emanò nuove disposizioni per garantire la conservazione dei monumenti, ponendoli sotto la diretta sorveglianza delle autorità amministrative, che avrebbero dovuto vigilare sulla loro manutenzione da parte dei proprietari e impedire qualsiasi forma di degrado. I restauri furono subordinati all’approvazione dell’Accademia di Belle Arti e del Ministero degli Affari Interni, mentre per i beni di particolare rilevanza si stabilì l’obbligo di trasferimento al Museo Borbonico, con la sostituzione delle opere rimosse mediante copie od ornamenti alternativi.

Nel 1843, furono inoltre pubblicate norme più dettagliate per regolamentare le esportazioni e gli scavi archeologici, affidando alla Commissione di Antichità e Belle Arti un ruolo di controllo sempre più definito. Infine, un decreto del 1851 stabilì che il restauro dei monumenti urbani dovesse essere finanziato dalle amministrazioni locali o dai privati, a seconda della proprietà dell’infrastruttura.

Queste disposizioni segnarono un importante passo avanti nella tutela del patrimonio culturale, delineando un modello amministrativo che avrebbe influenzato le future politiche di conservazione.

Teatro greco di Taormina, oggi

Il XIX secolo segnò una fase di profonde trasformazioni per l’Italia: le guerre risorgimentali, l’Unità nazionale e l’industrializzazione comportarono nuove sfide per la conservazione del patrimonio, esposto a distruzioni, saccheggi e traffici illeciti. L’espansione urbanistica e la crescita delle città misero a rischio numerosi monumenti e siti archeologici. I governi post-unitari, nonostante le difficoltà economiche e politiche, iniziarono a riconoscere l’importanza della tutela, gettando le basi per la nascita di una coscienza collettiva concentrata sulla necessità di proteggere il patrimonio artistico come bene comune.


Tratto da D. De Pasquale, Proteggere il bello. La tutela dei beni culturali nella legislazione italiana dalle origini a oggi, 2025.

“Proteggere il bello” esplora l’evoluzione della tutela dei beni culturali in Italia, analizzando le principali tappe legislative e amministrative che hanno permesso la protezione del nostro patrimonio artistico e storico. Attraverso un’analisi critica delle politiche culturali degli ultimi decenni, il volume mette in luce successi e sfide ancora aperte nel settore. Un focus particolare è dedicato al caso delle Gallerie degli Uffizi, simbolo emblematico delle dinamiche di conservazione e valorizzazione nel contesto italiano. Questo libro rappresenta una risorsa indispensabile per studiosi, professionisti e appassionati interessati a comprendere le complessità della gestione del patrimonio culturale in Italia.

ISBN: 9788831483100

Pagine 172

Prezzo: 15,00 €

Formato: 17 x 24

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