Capita che ci si perda nel corso del tempo. Ognuno prende la sua strada, i giorni diventano anni, i nostri tredici anni alla “Gaetano Martino” e i venti passati a rinvangare i vecchi tempi in via Tommaso Cannizzaro diventano i trent’anni a colmare i vuoti a Ganzirri.
Poi più niente, il silenzio della quotidianità.
Eppure, ci sono persone che restano stampate dentro. Ti aspetti di trovarle sempre lì, anche a distanza di decenni, convinto che alla prima occasione magica tutto rimarrà invariato. Sapere che Sergio Denaro se n’è andato prematuramente, senza che io sappia come o perché, lascia un vuoto pesante. Pesa eccome. Perché le immagini scolastiche ci accompagnano per tutta la vita, e Sergio, per me, è sempre stato presente.
Alle scuole medie siamo stati compagni di classe, e per un anno anche di banco. Sergio era un ragazzo scanzonato, libero dagli schemi, apertamente antisistema e irriverente. Cresciuto nella “Messina bene” — figlio di una professoressa di lettere e di un medico — aveva preferito la vita di strada, a stretto contatto con le persone vere, quelle piene di problemi ma anche di affetto e speranze.
Ai professori che si lamentavano della sua perenne impreparazione e gli domandavano: “Ma tu cosa vuoi fare nella vita?”, lui rispondeva con fiera e disarmante ironia, in perfetto dialetto messinese: “Mi mettu a vindiri panini, non si fallisci mai (Mi metto a vendere panini, non si può fallire, cioè funziona sempre)!”.
Io la prendevo a scherzo. Pensavo che la sua strada da libero professionista fosse già tracciata dall’impronta familiare. Invece, mentre tutti noi studiavamo all’università, Sergio uscì dal cappello proprio quello che minacciava di fare sui banchi di scuola, diventando il terrore postumo di quei programmi scolastici tutti basati sull’ambizione, sul profitto e sulla carriera.
Aprì un locale in mezzo al nulla, sulla spiaggia, di fronte allo spettacolo straordinario del nostro Stretto. Lo chiamò “La Pinnazza”, come la pinna del pescespada che solca le acque mitiche tra Scilla e Cariddi.
Lì, sempre allegro e con la battuta pronta, divenne un intrattenitore formidabile di piccoli e quotidiani avventori, dispensando consigli a tutte le generazioni. La sua popolarità crebbe negli anni, anche grazie a quelle frasi iconiche che ancora oggi girano sui social e che lui stampava sulle magliette promozionali, frecciate dirette che ti mettevano davanti alle tue ipocrisie:
“Bagnativi a testa”(bagnatevi la testa, perché c’è caldo o perché l’avete fumante per i fatti vostri);
“Iatevinni ‘o m’ama”(andatevene al M’ama, un invito ironico rivolto a chi cercava i locali raffinati e non la veracità della sua offerta);
“Non n’aviti casi?”(non avete una casa?, urlato a notte fonda ai clienti che non volevano saperne di andare via).
Sergio era rimasto il ragazzo di sempre. Non voleva studiare, sì, ma forse solo perché l’insegnamento tradizionale non gli andava a genio, era fuori moda. Con il suo atteggiamento di sana protesta ci ha insegnato a combattere, a vedere l’altro punto di vista della vita, l’altro lato della medaglia: l’alternativa possibile.
A me, che sarei diventato un docente, Sergio ha insegnato la lezione più importante della mia carriera: come interloquire con gli alunni come lui. Mi ha insegnato a non vederli come banalmente “svogliati”, ma come risorse, come menti libere da coltivare e accompagnare in un percorso virtuoso. Mi ha dimostrato che anche coloro che la società liquida come “ultimi” possono indicarti la via.
Questa immagine di Sergio me la sono portata dietro per tutta la vita. Ogni volta che vedevo un alunno emarginato, pensavo a lui; ogni volta che subivo un’ingiustizia, rievocavo la sua parola graffiante e irriverente e trovavo il mio riscatto.
Nella mia mente rimarrai sempre così, caro Sergio. Il simpatico, anticonformista compagno di banco.
Sempre oltre ogni limite.
Grazie di tutto. Grazie, Sergio.






