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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

La vera rivoluzione del 2 giugno 1946 non fu il referendum per  la scelta della forma istituzionale dello Stato, ma il suffragio universale che, per la prima volta in Italia, estendeva il voto anche alle donne. La rivoluzione fu anche della Chiesa di Pio XII, che, contravvenendo alla tradizione clericale sul tema, il 21 ottobre 1945, si dimostrò favorevole al suffragio femminile: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione […] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”.

Di fatto (e superficialmente), il 2 giugno di ogni anno si celebra la Festa della Repubblica italiana a ricordo del referendum che, 70 anni fa, invitava gli italiani a scegliere tra repubblica e monarchia.

Mi sembra doveroso, a questo punto, fare un po’ di storia: dopo la liberazione del Paese da parte delle truppe alleate, il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio fascista provocò la crisi del governo con una mozione di sfiducia a Mussolini e invitò il re ad assumere il comando delle forze armate e a riprendersi quelle prerogative che gli spettavano per statuto. Il re fece dimettere Mussolini e nominò presidente del consiglio il maresciallo Badoglio. Il paese riprese le attività lasciate in sospeso prima dell’avvento del fascismo. Furono abolite tutte le istituzioni fasciste e ripristinate la camera dei deputati e le guarentigie statutarie. Facendo leva sull’irresponsabilità del sovrano di fronte al governo e sulla sua funzione notarile, i monarchici avrebbero voluto tirar fuori dalle colpe del fascismo il re. L’idea di una corona garante della costituzione si basava su un utopico ordinamento statale concentrato sulla separazione dei poteri, al vertice del quale il re regnava senza governare, senza cioè ingerirsi in nessuna funzione pubblica, legislativa esecutiva o giudiziaria, rendendosi garante del loro corretto funzionamento. Il re comunicò alla Commissione alleata di controllo che la nuova Camera dei deputati da eleggere avrebbe dovuto affrontare anche il dibattito sulle istituzioni e sulle loro riforme. Si decise dunque per la formazione di un’Assemblea costituente per deliberare una nuova costituzione. De Nicola, esponente politico liberale, propose al re di abdicare. Tale soluzione, chiamata compromesso De Nicola, fu attuata con un proclama del re del 12 aprile 1944, a Bari, non senza contestazioni fortissime da parte dei monarchici e del re stesso. Tuttavia, il re accettò di ritirarsi e il 13 giugno dello stesso anno si trasferì a Cascais, presso Lisbona, assumendo il nome di Conte di Sarre. Lasciò il figlio Umberto come luogotenente generale del regno. Il governo Badoglio, di espressione regia, fu sostituito con quello provvisorio di Bonomi. I suoi ministri giurarono sul loro onore di servire gli interessi del paese fino alla conclusione dei lavori dell’assemblea costituente eletta dal popolo a suffragio universale. In attesa, la funzione legislativa sarebbe stata affidata al governo tramite decreti legislativi approvati dal consiglio dei ministri e sanzionati e promulgati dal luogotenente del regno. Furono addirittura nominati il presidente del senato nel marchese Tomasi della Torretta e della camera in V.E. Orlando. La cosa fu veramente strana,  dal momento che le due camere ancora non esistevano, ma la spiegazione più plausibile mi sembra sia stata la volontà del Bonomi di salvaguardare la forma tradizionale: il capo dello stato era tenuto a consultare le due camere durante le crisi di governo. Era, inoltre, una tutela nei confronti delle pressioni del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Il secondo governo Bonomi fu caratterizzato dall’istituzione di una Consulta per aiutare il governo nella sua produzione normativa e svolgere funzioni di controllo verso di esso. La nuova legge elettorale previde il sistema proporzionale a liste concorrenti con collegi uninominali e un collegio unico nazionale dove sarebbero stati conversi i voti residui. Anche le donne parteciparono alle votazioni.

Dopo la liberazione del nord Italia dagli ultimi residui delle forze naziste, il governo Bonomi cadde, sostituito dal governo Parri. Tuttavia, il nuovo governo trovò parecchie difficoltà ad amministrare per via dei contrasti sorti fra il CLN, che voleva controllare il Paese attraverso una fitta rete di comitati, e la vecchia burocrazia che era riuscita a salvarsi durante e dopo il fascismo. Il nuovo ministero De Gasperi del dicembre 1945 ordinò l’epurazione di elementi favorevoli al regime fascista e indisse le elezioni amministrative. Sul tema della forma di stato, De Gasperi intervenne quasi di forza sottraendo all’assemblea costituente il potere di deliberare sulla forma istituzionale e rimettendo il quesito al popolo tramite un referendum da effettuarsi contemporaneamente all’elezione dei deputati per la costituente. Le elezioni e il referendum vennero effettuati il 2 giugno 1946. I risultati a favore della repubblica fecero assumere al presidente del consiglio la carica di capo dello stato ottenendo dal sovrano la cessione pura e semplice dei suoi poteri.

I risultati ufficiali furono pubblicati il 18 giugno 1946: voti validi per la repubblica 12.718.641, voti validi per la monarchia 10.718.502, schede bianche o nulle 1.498.136.

Le statistiche, però, non sempre rispecchiano tutta la verità. E’ vero, infatti, che il Sud d’Italia votò prevalentemente per la monarchia: Napoli 78%; Bari, Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta circa il 60%; Catania, Enna, Ragusa e Siracusa 68%.

A Messina, così andarono le elezioni del 2 giugno 1946:

Elettori: 395.557

Votanti: 326.512 (82,54%)

Voti validi: 309.295

Schede bianche: 9.875

Schede non valide (bianche incl.): 17.217

Repubblica: 70.512 (22,80%)

Monarchia: 238.783 (77,20%)

Le donne elette sul territorio nazionale quali deputati dell’assemblea costituente furono 21, ma solo Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Jotti, Teresa Noce, Lina Merlin presero parte alla Commissione per la Costituzione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana. L’assemblea costituente si riunì ed elesse capo dello stato De Nicola. Essa era formata soprattutto da componenti dei partiti maggiori quali la Democrazia cristiana, il Partito socialista e il Partito comunista. L’assemblea dei 75 nominò un presidente nella persona di Meuccio Ruini e segretario Tommaso Perassi, si divise in tre sottocommissioni per la gestione dei lavori. La carta costituzionale, elaborata in un anno e mezzo, prevedeva un compromesso fra le visioni cattoliche della DC e quelle operaie del PCI e del PSI. All’art. 3 garantì alle donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo. Entrò in vigore il 1 gennaio 1948.

In seguito a questa grande vittoria tutta femminile, la deputata comunista Teresa Mattei (da un’idea maturata insieme alle colleghe Teresa Noce e Rita Montagnana Togliatti) presentò un’iniziativa parlamentare perché fosse accolta la tradizione di offrire una mimosa al gentil sesso in occasione dei festeggiamenti della Giornata internazionale della donna.

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Proprio nel 1948, il governo decise di celebrare la Festa della Repubblica, tuttavia la ricorrenza durò fino al 1977. In quegli anni, infatti, la crisi economica aveva invitato il governo a spostare la data la prima domenica di giugno, per non pregiudicare un giorno lavorativo. Con la legge 20 novembre 2000, n. 336 Ripristino della festivita’ nazionale del 2 giugno, data di fondazione della Repubblica”, con decorrenza dal 2001, la festa nazionale della repubblica tornò a celebrarsi il 2 giugno di ciascun anno, diventando giorno festivo.
Il cerimoniale ufficiale della Festa della Repubblica prevede che il Presidente della Repubblica deponga una corona d’alloro in omaggio al Milite Ignoto e all’Altare della Patria di Piazza Venezia, a Roma; nel pomeriggio si svolge la parata delle forze militari lungo i Fori Imperiali, vi prendono parte, oltre all’Esercito Italiano, anche la Polizia, i Vigili del Fuoco, la Croce Rossa Italiana, i corpi della polizia municipale di Roma e della protezione civile.

Quest’anno la novità sarà determinata da una rappresentanza di sindaci provenienti da tutta Italia. Speriamo sia state invitate anche le donne.

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