Parte della celebre collezione del marchese del Carpio (Napoli, 1687), l’Ecce Homo viene citato già nel 1698 dall’erudito Vincenzo Auria, nel suo “Il Gagino redivivo”, come pezzo di spicco di casa Alliata a Palermo, firmato da Antonello e datato 1470.
Curiosamente, la nota si trova in un libro dedicato non a un pittore ma allo scultore Antonello Gagini: la memoria di Antonello da Messina si conserva, a volte, nei margini di storie che raccontano altro.
Dal raffronto con il quasi coevo Ecce Homo Spinola, in questa tavola emerge una maggiore cura del dettaglio, una solida compostezza e una migliore espressività: elementi calibrati dal maestro per suscitare nell’osservatore un profondo grado di commozione.

Antonello, Ecce Homo, 1470 circa, tempera e olio su tavola di pioppo, cm 42.5 × 30.5, The Metropolitan Museum of Art, New York.
Dal punto di vista iconografico, la versione dell’Ecce Homo del Metropolitan Museum di New York presenta una particolarità unica: è l’unica variante in cui il Cristo è dipinto senza la corda al collo. In tutte le altre redazioni antonelliane prevale l’uso della corda annodata, con nodi reali e di diversa foggia. Questo piccolo ma significativo dettaglio ci riconduce direttamente all’interesse (vuoi per passione, vuoi per necessità vissuta nella sua Messina) del nostro artista verso l’arte marinaresca e le sue tecniche.
Curiosità:“Christ Crowned with Thorns” ovvero Cristo coronato di spine, così lo chiama il museo americano: piccola, ma interessante nota sul modo in cui i musei anglosassoni classificano diversamente l’iconografia.
📜 L’indagine di Cavalcaselle: un patriota sulle tracce di Antonello
Su quest’opera esistono delle importanti annotazioni di Giovanni Battista Cavalcaselle risalenti al 1858, quando il dipinto era ancora in eccellenti condizioni di conservazione e si potevano chiaramente notare le straordinarie trasparenze e la compattezza del colore originario. I contributi di Cavalcaselle alla riscoperta e alla salvaguardia delle opere di Antonello sono stati fondamentali: hanno permesso agli studiosi moderni di decodificare dati oggi non più visibili a causa del naturale deterioramento o di restauri storici troppo aggressivi.

Fondo Cavalcaselle, It. IV, 2037 (=12278) – Taccuino IX – ff. 59v-60r, Biblioteca Marciana di Venezia.
Ma come e perché Cavalcaselle s’interessò a questo maestro? In seguito all’ondata rivoluzionaria del 1848, il patriota veneto fu costretto a fuggire dall’Italia poiché segnalato come sovversivo. Rifugiatosi in Inghilterra, strinse amicizia con il giornalista Joseph Archer Crowe, che stava approntando una ricerca sui pittori fiamminghi. A conclusione di quel lavoro, condotto principalmente sulle fonti italiane (in primis Vasari), mancava un anello di congiunzione cruciale per capire i rapporti tra l’Italia meridionale e le Fiandre.
Per colmare questo vuoto, lo studioso si recò in Sicilia tra il dicembre 1859 e il marzo 1860, verificando sul campo cosa restasse dell’attività del messinese. Cavalcaselle raccolse una mole impressionante di appunti e schizzi sui suoi taccuini (oggi custoditi presso la Biblioteca Marciana di Venezia) durante un viaggio diviso in tappe da Palermo a Messina, passando per Monreale, Termini Imerese, Cefalù, Alcamo, Castelbuono, Polizzi Sottana, Enna, Leonforte e Catania, setacciando chiese, monasteri e quadrerie private. Un lavoro encomiabile racchiuso in 84 fogli d’archivio.
🔍 Il codice segreto sul retro e la ricostruzione del pedigree
Uno dei primi quadri intercettati dallo studioso veneto fu proprio l’Ecce Homo, visionato a Napoli presso la collezione di Don Dionisio Lazzari, erede del conte Giacomo. Da casa Lazzari l’opera passò in seguito nella raccolta di Gaetano Zir, sempre a Napoli, dove lo stesso Cavalcaselle la segnalò nuovamente durante il suo secondo viaggio nel 1871. Pochi anni dopo, la vedova Zir, Eleonora Torazzini, la vendette al barone Arthur Schickler in Normandia e, tramite la figlia di quest’ultimo, fu acquistata dal potente mercante d’arte Duveen nel 1920. Dopo altri due passaggi intermedi, la tavola fu acquistata dal collezionista Michael Friedsam, che infine la donò al Metropolitan Museum nel 1931.

Don Gaspar de Haro y Guzmán – Marchese di Carpio e Conte Duca d’Olivares
Questa straordinaria catena di passaggi è stata ricostruita scientificamente dalla studiosa Elisabeth Gardner nel 1972, partendo proprio dall’analisi dei disegni di Cavalcaselle. Esaminando il retro della tavola, la Gardner individuò un’indicazione che nessuno si era premurato di guardare fino ad allora: le lettere “DGH” sormontate da una corona e il numero 770.
Il marchio riportava inequivocabilmente alla collezione di Don Gaspar de Haro y Guzmán, marchese del Carpio e viceré di Napoli. Incrociando questo sigillo con gli appunti di Cavalcaselle relativi alla quadreria dei principi di Tarsia (Ferdinando Maria Spinelli) e del duca di Gresso, il pedigree dell’opera si è finalmente ricomposto, regalandoci una dimensione certa e affascinante del collezionismo antonelliano nei secoli.
Questo testo è un estratto da Dario De Pasquale, “Antonello da Messina e il suo tempo” [ABC SIKELIA Ed., 2022]. L’apparato critico completo — note, fonti d’archivio e riferimenti bibliografici citati nel presente brano — è consultabile nell’edizione integrale dell’opera, [disponibile in libreria Mondadori – Ciofalo Messina / oppure online presso ABC Sikelia Edizioni].







